Finalmente oggi vi parlo di Wu Ming e de L’armata dei
sonnambuli.
Un romanzo grande e avviluppante, per chiudere l’estate in
bellezza. E cioè con un buon libro e un ricordo positivo.
Vi parlerò di un romanzo a più voci, di un intreccio
avvincente e di quella fanta-storia (o storia infiorettata o storia maggiorata)
che è il romanzo storico, qui arricchito da un surrealismo fosco e da un’ironia di
fondo, cattiva e tragica, in cui io - lettrice priva di buona fede - non posso
che rintracciare allusioni e strali verso un’attualità non meno caotica, illusa
e disperata.
La curiosità con cui mi sono avvicinata a questo libro accoglieva
diverse motivazioni.
L’autore è un collettivo di scrittori: mi domandavo come
facessero a disciplinarsi, a dividere il lavoro, ad assicurare unità al
racconto.
La storia è ambientata nel periodo del Terrore. Un’epoca
così convulsa da rappresentare da sempre, l’autentico spauracchio (terrore, ma
con la lettera minuscola!) di molti studenti di storia moderna.
La copertina riproduce la maschera di Scaramouche. Io l’associavo al medico della peste, la cui lunga
protesi sul naso serviva a tenerlo lontano dal contagio. La stessa immagine mi
riportava contemporaneamente alle cupe maschere di Kubrick, in Eyes Wide Shut.
Cercavo un nesso fra queste tre suggestioni e penso di averlo trovato.
Mi sono tuffata senza tema nelle 796 pagine e adesso che le
ho finite, la nostalgia della bella stagione si mescola a una nostalgia
altrettanto acuta per la storia di Marie Noziére, di Leo Modonnet, del Cavaliere
d’Yvers, del magnanimo d’Amblanc e per la folla di Parigi, il foborgo, il
manicomio, i boschi cupi dell’Alvernia… fantasmi da romanzo - che nessuna
storiografia ufficiale ammetterebbe. Essi trasportano il lettore in lidi lontani,
ma fra temi, accidenti, corsi e ricorsi decisamente attuali.
Quanta, ma quanta carne sul fuoco!!
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Wu Ming - L'armata dei sonnambuli Einaudi stile libero BIG |
Incipit
“Adunchi come becchi di rapaci, arrossati dal gelo del mattino,
bitorzoluti e tumefatti dal bere. Schiacciati da un colpo di piatto ricevuto
servendo la patria o celebrando il dio Bacco. Storti da un pugno ben piazzato
in una rissa tra cani che si contendono un osso, una moneta o la fessura d’una
donna. Mozzati dal fendente di un creditore o di un assassino maldestro. Larghi
e rubizzi, con narici enormi e cavernose. […
]
I nasi del popolo lo disgustavano. Grondanti per il freddo, coperti di
nei e verruche, quegli organi deformi ricordavano le parti anatomiche di bestie
selvagge, benché a un livello più basso della Creazione, buoni soltanto per
annusare i miasmi dei bassifondi”
L’Infeltrita
Nasi - maschere - peste. La rivoluzione è vista come una
mascherata grottesca, una pestilenza di cui si teme il contagio. L’ossessione per i
nasi, da parte del personaggio che incarna il potere reazionario, esprime con
chiarezza timore di contaminazione e di imbastardimento. Registrare miasmi e
puzze in una folla scomposta è espressione di massimo disprezzo. Lunghissimo
per contrappasso sarà il naso di Scaramouche,
l’Ammazzaincredibili, eroe che incarna la folla, il popolo, la rivolta.
L’Ouverture del romanzo è di grande e macabra teatralità. Da
cinque punti di vista differenti vediamo rotolare testa di Luigi Capeto, re di
Francia, il 21 gennaio 1793, meglio noto come Luigi XVI. Il tempo della storia copre un arco temporale
che si allunga sino al 1795. Ricostruisce le fasi più convulse della
rivoluzione dalla Convenzione al Termidoro.
La folla di Parigi, che chiede pane e uguaglianza, è un’idra
le cui cento teste si divoreranno scambievolmente, perdendo tutto quello che
sono riuscite a ottenere e senza raggiungere quanto avevano sperato.
La rivoluzione si fa controrivoluzione in un batter di
ciglia, e questa è la Storia :
il Romanzo apre varchi e strappi nel suo tessuto. E lì ci mette i propri
fantasmi, figure che non appartengono all’asse del vero, che nel reale scorrere
dei secoli sono state poco più che comparse, o semplicemente….non sono state!
Cinque voci: il disprezzo dei monarchici che si nascondono
nella folla e preparano un complotto oscuro; la ferocia esaltata della folla
belluina; la curiosità della popolana Marie Noziére e di suo figlio; l’allegra
copula di due attori da strapazzo, Scaramouche
e Colombina, in un androne ai margini della folla in visibilio; la calma pacata
di Orphée D’Amblanc, medico mesmerista, che non rinuncia al dovere delle sue
cure e al piacere di dar sollievo all’asma della bella signora Girard.
Al centro, Madama Ghigliottina, protagonista dell’epoca,
proiezione di furori e di un contraddittorio senso di giustizia, meccanismo incendiario
destinato a incepparsi per uso scriteriato e progressivamente banalizzato.
I cinque punti di vista saranno mantenuti per tutto il
romanzo e porgeranno altrettanti fili narrativi, all’inizio lontanissimi, ma
poi destinati a intrecciarsi nelle convulse pagine finali, dove buoni e cattivi
si fronteggiano scopertamente.
Il romanzo ha il suo punto di forza proprio nella pluralità
delle voci, nel continuo alternarsi di prospettive che inquadrano la storia da
lati diversi consentendo al lettore una visione globale e relativa al contempo.
Sprezzante e meschina, la voce del nobile complottista;
volgare e oscena quella della plebe, a volte feroce e spietata, a volte stolta,
spesso illusa; vuota e retorica la voce dell’attore fanfarone; moderna e
tragica quella di Marie, donna volutamente sola, che reclama diritti, che
agisce politicamente in un mondo ancora molto maschile.
Il narratore onnisciente, di manzoniana memoria, si rompe, si
frantuma in tante tessere che il lettore deve ricostruire, ma il mosaico alla
fine è perfetto. La struttura è solida, tiene sino alla fine quando il ritmo
narrativo si fa incalzante ed è davvero difficile interrompere la lettura:
perché la storia ufficiale la conosciamo tutti, ma dentro di noi speriamo nella
forza plasmatrice della letteratura, nella sua capacità di sublimare, di creare
grandezza dove c’è stata marginalità, di darci una vittoria dove,
innegabilmente, si è palesata una sconfitta….
Il romanzo vero e proprio si interrompe nella conclusione dell’atto
quarto, perché nell’atto quinto “Come va a finire” vengono presentate le fonti,
quelle che hanno permesso la costruzione dell’intreccio, l’individuazione dei
personaggi e degli scenari. Qui incontriamo la Storia ufficiale, un po’ più
grigia, non meno complessa.
Perché leggerlo?
Molti motivi possono condurre ad apprezzare questo romanzo,
che quindi mi sento di consigliare a un pubblico vasto e variegato.
Lo si può leggere, per esempio, privilegiando il filone
politico. Il teatro della rivoluzione appare di un’attualità sconcertante e
dolorosa; benché sia sporco di sangue e risonante delle più nobili
dichiarazioni, visto dall’esterno e con occhio critico, esso appare più simile
alla farsa, uno spettacolo che si fa progressivamente grottesco e vuoto.
Lo si può leggere inseguendo un eroe che si aggira
mascherato. Scaramouche, il lungo naso, un bastone micidiale come arma e corde
e funi per lanciarsi fra i tetti come un supereroe da “foborgo” che nella
rivoluzione cerca solo un grande palcoscenico dove risarcire l’ego,
schiaffeggiato dalla malasorte (e da un talento discutibile) che non gli ha
permesso di emergere come attore.
Lo si può leggere se si ama il gotico, i toni foschi, il
mistero, l’orrido, inseguendo il dottore D’Amblanc nell’oscura regione
dell’Alvernia, dove fenomeni di licantropia e possessioni attestano la presenza
di un potere malvagio che plasma menti ingenue per perseguire un piano
reazionario e micidiale.
Lo si può leggere per la riflessione sui temi della psiche,
del rapporto fra medico-paziente, analista-analizzato. Il bene e il male si
contendono il metodo para-scientifico dell’ipnosi e del transfert. Usato come cura dal buon D’Amblanc, ma come
esercizio di potere dallo spregiudicato Cavaliere D’Yvres. Così, l’antro di
Bicêtre, ricovero per menti alienate, è un luogo conteso tra chi tenta di
offrire reale sollievo al male e chi si serve dell’ipnosi per sperimentare il
proprio potere. Buona e cattiva scienza si fronteggiano in un topos classico, qui trattato con
originalità.
Lo si può leggere in una prospettiva “di genere”, storia di
donne che rivendicano diritti, che agiscono politicamente, che finiscono
schiacciate non tanto dal maschilismo dominante, quanto dalla mancata solidarietà fra loro, dal conformismo più
forte d’ogni rivolta.
Lo si può leggere per tutti i motivi elencati finora, strato
a strato, lasciandosi abbracciare da un romanzo totale e tentacolare. Romanzo
di romanzi eppure unitario e solido.
Zoom
Gli spunti per riflessioni sull’attualità sono troppi. Non
li elenco tutti, sebbene, con diligenza, abbia sottolineato, passo dopo passo,
tutto ciò che metteva in moto riflessioni e confronti. Il romanzo tratteggia
uno scenario apocalittico, lo trovo (fuor di letteratura, fuori dalla
invenzione e dal mascheramento) specchio attendibilissimo del nostro tempo e
delle sue più grame derive.
Nella ferocia cieca e spesso ottusa della folla, incapace di
discernimento, sensibile solo alle ragioni della pancia, scettica di fronte
alla legge e di fatto manovrabile, pericolosa per sé e per gli altri, risiede la
vera sconfitta, il fallimento della rivoluzione. Nell’istinto senza testa,
senza ragione. Nella politica che non sa dialogare, ma solo epurare. Nella
giustizia sommaria.
L’armata dei sonnambuli, che dà nome al romanzo, è un
esercito di uomini plagiati dal Cavaliere di cui eseguono, a distanza, la
volontà senza badare al dolore fisico, all’istinto di sopravvivenza. Automi senza sguardo, senza
pensieri, senza anima. Il Cavaliere pesca nel vivaio della Gioventù Dorata -
non nobile, non ricca, non raffinata, ma pronta a tutto pur di esserlo.
Scherani senza scrupoli, imbellettati, privi di volontà propria.
Che dire? Di folle cieche e di sonnambuli sono ancora piene
le nostre fosse.
Per questo mi auguro che la scuola, l’educazione, il
mondo della cultura facciano di più e si aprano democraticamente a tutti...
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