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domenica 21 settembre 2014

Giovanni Raboni, della poesia che fa bene e della pseudoprosa.

"…se penso
a chi è la gente ricca adesso, a cosa
gli costa il capitale
mi convinco che tutto si complica, anche il male "

Le strade che mi conducono ad amare i versi di un poeta sono sempre piuttosto eccentriche. A volte è l’aprirsi casuale di un varco che mi spinge a oltrepassarne la soglia per entrare in una poetica che, diversamente, senza quell’incontro accidentale, mi sarebbe rimasta indifferente o solo incasellata in categorie letterarie scolasticamente recepite.
Sono arrivata a Giovanni Raboni partendo dai versi che ho riportato in epigrafe. Versi estrapolati malamente, senza rispetto per la metrica, tratti dal componimento “Una volta”, della raccolta Le case della Vetra (1955-1965). Nel fluire della poesia, della sua unica strofa, mentre li leggevo a bassa voce, con dizione sporca, nella solitudine della casa, in cerca della compagnia discreta che solo i poeti sanno dare, si è fissato nella mente, d’improvviso, questo passaggio, strappando al mio volto un sussulto appena percettibile, un rapido dilatarsi delle pupille, il tendersi dei muscoli occipitali e un respiro appena più profondo.
La musicalità, il ritmo degli enjambement, ma soprattutto la rima, liquida e distesa, unica nell’intero componimento, hanno avuto la forza di fermare, in un lampo, un concetto che, mi è sembrato, fotografare un’epoca. Il cambiamento nel suo incipit.
E ho pensato alla forza della poesia, alle parole che possono con il loro peso semplificare la complessità senza svilirla, raccontarla sublimandola e non abbassandola, analizzarla icasticamente e con pulizia. Rendere bello un tema poco lirico, anzi arido, se non deprimente. Il capitale.

Torniamo al concetto di partenza. È la profezia di Tomasi di Lampedusa che si avvera: tramontata l’epoca dei gattopardi è arrivata l’epoca degli sciacalli. E Milano, protagonista di molta poesia del Raboni, ne è lo scenario perfetto: Milano capitale di economia politica che applica la legge della domanda e dell’offerta sui salari, sulle teste degli operai e forma le nuove generazioni di borghesi rampanti, coprendone “ i santi moti del cuore”, perché siano uomini lucidi e spassionati coi colletti rotondi e inamidati  “…a diciotto, diciannove anni e nessuno/ che ci dicesse sul muso “stronzi”, il nostro modo/ di rivoltarci era quello, il conformismo, / la pacatezza, il freddo disgusto/ per le intemperanze giovanili; aver schifo della rivoluzione…” (Lezioni di economia politica, da Le case della Vetra). Il mondo dell’economia, la Borsa, le multinazionali, i “vaghi scandali” trovano qui spazio poetico (ma come ci riesce?) e critica: siamo nei primi anni Sessanta e la crescita modifica la percezione dei luoghi, le relazioni, i valori. La frenesia che sottende il vuoto. Milano è agli occhi dei viaggiatori “una gabbia di matti, dove/ non cadrebbe uno spillo/ anche se poi, a scoppiare è proprio il vuoto”. (Proprio il vuoto, da Le case della Vetra).
Ritrovo in questa raccolta poetica la genesi di quella cultura grigia, sotto la cui egida la mia generazione è nata, spesso priva di anticorpi, non più capace di discuterla o anche solo di rilevarla. Esempio: “Realtà / è lo squallore dei viaggi, la carriera mal digerita, / le raccomandazioni che non servono a niente/ o arrivano in ritardo; è avere invece / dello stagno grigio e mattutino, pieno / di pigra cacciagione, / questo sporco catino dove mi lavo le mani” (Pozio P., da Le case della Vetra). In questi versi, che volli sottolineare e che spesso mi trovo a rileggere o a citare, ritrovo il manifesto di un pensiero dominante, annidato dappertutto: “ …E così niente abbracci/ al baritono negro, allo scienziato/ ebreo per parte di madre, niente fiori/ sulle fosse o rimproveri sgarbati/ agli aguzzini. Quando più te l’aspetti/ torna a tirare un’aria di cappucci” (19**) . L’aria di cappucci è tornata, io temo, o non se n’è mai andata.

Il Raboni che preferisco è questo, dunque. Il primo Raboni, direbbero gli studiosi, quello de Le Case della Vetra. Senza metrica tradizionale, a poche rime, capace di incursioni in un lessico poco lirico che il ritmo rende, suo malgrado, fortemente poetico e pregnante. Giovanni Giudici, nel 1993, in un articolo apparso su l’Unità del 5 novembre, dirà che la sua è una fuga dal luogo comune, dal poetico ad ogni costo, una pseudoprosa che ci rimanda alla “linea lombarda” del Parini, il quale, come sappiamo, non disdegnava di usare, nei suoi versi, vocaboli attinti dalla meschinità della tecnica e della scienza. Un compromesso con la materia, con la storia, col pensiero. E tanto spazio all’ironia.
Il Raboni maturo è, tuttavia, il poeta della “forma chiusa”, quello che nelle ultime raccolte recupera la tradizione e fa rivivere i sonetti. Alle soglie del Duemila ritrova, infatti, nella madre di tutte le tradizioni poetiche, uno strumento con cui dare unità poetica ai temi di tutta la sua vita: l’impegno, l’angoscia privata, la meditazione sulla morte, la pietà dei corpi, l’ironia a dispetto di ogni dramma.“«Orribile a dirsi, in un certo modo/ io sono comunista» - un talismano/ passato, perduto di mano in mano,/ cruenta, arrugginita reliquia, chiodo/ torto nel muro della storia…” (da Quare tristis, 1998).

A dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 16 settembre 2004, Giovanni Raboni è stato protagonista della giusta commemorazione che il mondo della cultura rivolge ai suoi benemeriti, servendosi, oggi, sempre più spesso degli strumenti messi a disposizione dalla Rete. E così, nei giorni scorsi, sui principali Social Network che frequento mi sono imbattuta in frequenti omaggi al poeta e ho avuto modo di leggere articoli disparati, quasi tutti molto interessanti. Alcuni sottolineavano la scelta, antinovecentesca, di tornare alla metrica chiusa, altri rievocavano la sua amicizia con Vittorio Sereni, altri ancora ne presentavano la biografia o riproponevano il testo integrale delle sue ultime interviste in cui egli rifletteva, con rammarico, su quanto poco spazio l’editoria moderna lasci alla poesia e ai poeti.
Tutti, volendo proporre un testo, a titolo esemplificativo, hanno scelto lo stesso componimento per cui mi consigliarono, sei anni fa, la raccolta Tutte le poesie di Giovanni Raboni dal 1951 al 1998, edito da Garzanti per la collana Gli elefanti: “Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro…” da Canzonette mortali. Un componimento che parla d’amore e che voglio riportare anch’io, in parte, sebbene non sia ciò che amo di più questo autore.
Io che adoro le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’esser tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.”
Giovanni Raboni e Patrizia Valduga
Canzonette mortali è una raccolta dei primissimi anni Ottanta, dedicata alla poetessa Patrizia Valduga, in cui l’amore è colto nella dimensione erotica, sensuale. Non si tratta di canzonette morali, ma “mortali” e perciò tutte percorse dalla dimensione struggente del presente che, con la sua pienezza, dà nostalgia anzi tempo, tanto è breve e destinato a sfuggire, a passare. Il presente, come l’amore, è colto nella sua dimensione caduca, appunto… “mortale”. Il poeta vi si aggrappa con furia perché l’ossessione della vecchiaia, il contrasto con la gioventù della donna lo angoscia: “ Nel bar pieno di gente/ giovane che saluti e che mi guarda/ come un intruso il tuo bisbiglio/ docile e spudorato/ - vuoi che…? – a farmi invisibile e beato.// No, non ne ho avute mille e tre – nemmeno/ seicento e quaranta, o novantuna. / E tu quanti? Di colpo lunga o corta/ che sia la lista, il cuore s’accartoccia,/ fa male. Eppure so che non importa” così lo ritroviamo in preda alla fragilità che è propria di chi cede al sentimento, senza difese. “Una ghirlanda, un foglio per ciascuno/ degli anni che volevi dimostrare, / che non avevi ancora,/ che hai compiuti con me”.
“Raboni ha scritto alcune delle poesie d’amore più belle di questi anni” scrisse Attilio Bertolucci e io sono contenta di averle trovate e lette.

Cari amici, spero che questo tuffo nella poesia non vi abbia disorientato. Che si sia aperto un varco anche in voi. Se così è stato, vi lascio il link del sito ufficiale del poeta dove potrete ascoltare la bellezza di alcuni suoi versi dalla sua stessa voce: http://www.giovanniraboni.it/Default.aspx  





giovedì 28 agosto 2014

Per lei voglio rime chiare


“Amore mio nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo….” (Alba, da Il passaggio di Enea)

Periodicamente si torna dove il cuore batte più forte.
La poesia di Giorgio Caproni muove da vecchie primavere. Si confonde e sovrappone al Canzoniere di Saba con cui condivide quella che De Robertis ha chiamato “epopea casalinga”. E di quest’aria familiare, l’aria natia, per citare un passaggio caro a entrambi, voglio oggi impregnarmi e impregnare anche voi che mi leggete.


Storia di una lettura
È il 2006, forse febbraio, forse marzo. L’inverno sta finendo, la primavera è nei colori delle vetrine in centro, la mia giornata è confusa, accelerata, troppo piena, dilatata, divisa in mille scenari e scandita da viaggi in treno e continui spostamenti. Frequento la SISS, scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario. A ritmi sostenuti si studia, si frequentano lezioni, si entra in classe per il tirocinio, si raccolgono firme, si impara (male) una professione sotto ripetuto bombardamento di input contraddittori, si afferrano, spesso a caso, informazioni, suggestioni, consigli, ammonizioni.
In tutto questo, si colloca Giorgio Caproni e una raccolta di poesie, un’antologia striminzita edita da Tea, nella collana Poeti del Nostro Tempo, giunta delle mie mani per consiglio di un insegnante, non so più dire nemmeno chi fu e perché, ricordo solo che il suggerimento non aveva nessuna attinenza con gli esami in corso, non era parte di una bibliografia formale, né obbligatoria né facoltativa, era solo espressione del suo gusto personale che egli aveva voluto condividere con noi studenti in un momento di amena divagazione.
La scoperta di Caproni nasce fuori dall’Accademia, lontano dagli insegnamenti d’Ateneo, dai manuali di letteratura, nasce su un Regionale stracolmo di pendolari, mentre me ne sto in piedi malamente appoggiata a un sostegno, la borsa che penzola di lato, il libro in una mano - l’altra è occupata!- ed è un’impresa anche solo voltare pagina. E quindi come per Cesare Pavese (Vedi post I mari del sud. Lavorare Stanca) non aspettatevi critica letteraria o recensioni, qui sotto troverete solo espressione di pura, personalissima passione. Che voglio condividere, come a suo tempo, fece con me quel professore.

Il seme del piangere. Annina…
L’edizione in mio possesso, del 1996, è preceduta da un’introduzione di Pietro Citati ed è curata da Mario Santagostini. Ripercorre tutte le raccolte di Caproni - compresa Res amissa pubblicata postuma- selezionando per ciascuna alcune poesie, quasi solo a titolo esemplificativo. Nel 1999 è stata pubblicata da Garzanti l’intera opera del poeta in edizione critica, a cui ci si può affidare, se l’assaggio antologico ci lascia insoddisfatti.
Perché leggo periodicamente Caproni sebbene non lo abbia mai “studiato” a dovere?
Non è la scelta anti-novecentesca, non è la relativa facilità dei versi, non è il rifiuto di un lessico astruso e involuto. Credo che c’entri con le rime chiare, usuali, in –are. Con il ritmo dei frequenti enjambement, ondivago. E soprattutto con Annina, il personaggio che anima la raccolta de Il seme del piangere.
Annina non è semplicemente la madre del poeta, il suo ricordo reale, ma la rievocazione di Anna Picchi-ragazza in una veste quasi leggendaria, mitica, la ricostruzione di una gioventù livornese che Giorgio Caproni non ha potuto vedere con i propri occhi e che non esiste più, ma che scaturisce dai racconti di chi c’era, da vecchie fotografie, dalla pietas di chi vuole riportare in vita uno spazio e un tempo morto, ma ancora carico di voci, profumi e corpi.
Annina è schietta. E tale deve essere la poesia che la rappresenta. “Rime non crepuscolari/ ma verdi, elementari”. E suoni fini, di mare.
“Come scendeva fina/ e giovane le scale Annina!/ Mordendosi la catenina / d’oro, usciva via/ lasciando nel buio una scia/ di cipria che non finiva”:  la prima strofa de L’uscita mattutina è così piena di /i / che sembra cinguettare mentre si riempie della risata di Annina e la sua presenza, vergine e schietta, s’impone con esuberanza col “tacchettio” di cui tutta la contrada risuona. “Andava col volto franco/ (ma cauto, e vergine, il fianco.)”  
La ricamatrice Annina ha la forza poetica di altre fanciulle che abitano le stanze della nostra memoria letteraria. È sorella di Silviaall’opre femminili intenta” di cui condivide la giovinezza intatta e caduca:“ Nel sole era il cantare,/ candido, d’un canarino./ Vedevi il capo chino/ e (acre) strappare/ coi denti la gugliata/ nuova, per ricominciare” (La ricamatrice); ha la spensieratezza di Nausicaa che gioca con le sue ancelle prima che lo straniero giunga a turbare la sua innocenza spumeggiante, echi omerici si sentono nella visione moderna del poeta che osserva dalla finestra nuove fanciulle: “ Le magre giovinette in avvenire/ che rimbalzano la palla di gomma/ sudano delicate nel cortile/ di cemento ove giocano…” (La palla); Annina ha più carne delle inattingibili donne montaliane, racconta una città di provincia, si confonde con essa.

…e Livorno
Livorno ventilata, tutta riviere, solare e odorosa di mare. Livorno “vezzeggiativa”, giovinetta tra le giovinette. Livorno, tutta invenzione poetica.
Anima mia, leggera/ va’ a Livorno, ti prego./ E con la tua candela/ timida, di nottetempo,/ fa’ un giro; e se n’hai il tempo,/ perlustra e scruta/ e scrivi/ se per caso Anna Picchi/ è ancor viva tra i vivi”. Ma Livorno è cambiata, il poeta adulto lo sa, non per questo smette di cercare. Forse, ma non è detto, serberà il ricordo di quel “rubino/ di sangue sul serpentino/ d’oro che lei portava/ sul petto, dove s’appannava” (Preghiera), un ricordo che, nella poesia, ritrova tepore e consistenza, dolcezza di carne pulsante.
Annina è andata via. Il suo congedo, Il carro di vetro che procede nel sole e non c’è pioggia neppure allora. Nella poesia per Annina, nemmeno nella “prima mattina/ del suo non potersi svegliare” il sole manca. Per lei le rime restano chiare. Al poeta, invece, resta un’acuta spina. Quattro cavalli (neri) senza sonaglio. E la sveglia militare di una caserma - che non si è accorta di cotanta assenza.

Barbaglio
Poi, le ragioni del batticuore sono sempre personali.
Si attinge alla poesia con l’occhio acuto del critico che sminuzza, smonta e riconnette oppure con l’ingenuità del sognatore, con la diligenza annoiata dello studente o con l’impeto romantico dell’artista che cerca ispirazione o sfogo ai suoi furori.
Io, nella poesia, finisco sempre per cercare l’autobiografia, la mia storia, il mio passato, me stessa.
Qui la chiave è in Barbaglio. Tre ragazze sbracciate, Annina Elettra e Ada, che profumano la strada. Le guardano i giovani in mezze maniche. Il petto, in boccio, che grida per dispetto.
Ecco il senso, mi dico.
Rievoco io pure Annina e le sue sorelle, Annina Emilia e Ada. Dal fondo di ricordi, manipolati e coltivati collettivamente dalla mia epopea familiare, ritrovo mia nonna - Anna - e la sua gioventù gigantesca, innocente e maliziosa. Lontana e mitica anche lei, che quasi non ho conosciuto. La sovrappongo ad Anna Picchi e carico la poesia di coincidenze solo mie.
Faccio mio l’affetto che fu di Caproni, la nostalgia, il rimpianto di una giovinezza d’altri tempi - tempi chiari e schietti.
Che sia questa l’universalità della poesia di cui tutti parlano?
La bizzarra corrispondenza biografica, partendo da Il seme del piangere, mi ha fatto conoscere l’intero Caproni, magari in un modo poco usuale, poco ortodosso, ma con la devozione di chi non rinuncia all’identificazione quando legge e per questo legge con più forza.


Giorgio Caproni è un poeta che in quinto liceo non si studia, in genere. Forse lo si legge al volo, a braccetto con Vittorio Sereni. Peccato. 
Fra tante tesine sul male di vivere e sulla crisi d’identità sarebbe una ventata di freschezza, uno sguardo di mare, una risata carnale di donne al sole. 

giovedì 21 agosto 2014

Puzzle di Marco Giannino



Autore: Marco Giannino
Titolo: Puzzle
Genere: Silloge poetica
Editore: CoreBook
Anno di pubblicazione: Luglio 2014
Costo: 2,99 euro
Formato: e-book ( PDF e EPUB)
Codice ISBN:978 88 99085 032



Eccomi oggi con una novità InVersi, per dirla con le parole di questo Blog.
Vi presento Puzzle, una raccolta di poesie offertami dal suo giovanissimo autore, Marco Giannino, classe 1992, studente, alla sua prima esperienza di pubblicazione.
Il libro comprende 35 componimenti di lunghezza variabile che toccano molti temi: il tempo, la solitudine, l’amore, il mondo e il suo disordine. Su tutto, l’inquietudine - che è cifra della giovinezza ed emerge soprattutto in quelle poesie, le mie preferite, dove più forte s’impone l’IO: “Sono un’instabile atrofia” “Ti giri, rompi vetri e vasi. Vorresti ribaltare anche te stesso” “E io piango e scavo le parole. Mie cicatrici”. 
Il lessico è semplice, lontano da eccessi di retorica; nella versificazione, libera senza rime, si intuisce attenzione al ritmo e alle pause. E così, dalla lettura, si ricava una sensazione ariosa.
Questi versi esprimono una grande voglia di comunicare e di raccontarsi.

Infeltrita
Come in un puzzle che si rispetti, in questa silloge, c’è un disegno di fondo (l’ordine che l’autore ha scelto) e c’è il caos del rimescolamento (la tentazione, propria del lettore, di pescare componimenti a caso). Su queste due istanze - l’ordine e il disordine – sembra viaggiare la sensibilità dell’autore.
Il titolo riprende il componimento di chiusura, che è anche un esperimento di meta-poesia e ci illumina sulla genesi della raccolta e su come bisognerebbe leggerla: due voci si rincorrono, in contrappunto, nel tentativo di fermare sulla carta la poesia perfetta e di trovare un senso tra i versi, magari smontandoli e rimontandoli in ordine nuovo. È un invito al lettore che deve, a suo modo, collaborare, navigare tra le pagine modificando, se crede, la direzione indicata dal timoniere. 
E se il senso continua sfuggire, dice Giannino, allora meglio vivere, tenersi i giorni vissuti e l’esperienza.

Temi che ho rintracciato e che potrebbero incuriosirvi:
  1. il tempo: l’urgenza del presente è una giostra di sensazioni (immagine che ritorna più volte). Non c’è posto per il passato in questa raccolta, il tempo si misura nell’istante da non perdere perché la “ragazza morte” danza e festeggia tutt’intorno (come si legge in Uomini, una sorta di danza macabra sul modello di quelle del Trencento).
  2. la solitudine: l’io poetico la ricerca più volte, come un rifugio “Lasciatemi solo, ho bisogno di un corpo terso/E foglie pudiche per nascondermi”, a volte però si rende conto che essa può avere anche un volto più duro e diventa senza mezzi termini: “solitudine d’angoscia
  3. l’amore: in alcune poesie emerge una donna, soprattutto gli occhi, il suo sguardo “nel giro di una sigaretta/ Mi piace immaginarti dall’altro capo del fumo”, la sensualità e la purezza: “Ma aspettami ti prego/ E giuro che i tuoi occhi celesti riceveranno un giglio in dono”. Non si individuano le fasi esatte di una storia d’amore, anche qui domina la logica del mosaico e del disordine. E corrispondenza e rifiuto, rabbia e dolcezza si mescolano.
  4. il mondo: il mondo esterno è guardato a distanza: è un teatro di guerra, una gabbia di matti da cui l’autore sembra autoescludersi. Salvo, poi, riscattare i buoni esempi, uomini che al di là delle ipocrisie sanno amare, amarsi, offrire amore e riscatto dalle ingiustizie.
  5. la poesia: la ricerca di un linguaggio, di un verso, di un ritmo diventano essi stessi oggetto poetico. E ci aiutano a capire meglio il lavoro di scrittura dell’autore, ci sintonizzano sulle sue corde.
Ho apprezzato maggiormente i componimenti in cui l’urgenza espressiva e il carico emotivo sono stati “domati” e contenuti dal lavoro di limatura e di politura del verso. Quelli in cui l’originalità della singola immagine – fulminante - ha potuto fare a meno delle anafore (che non amo molto) e della “ripetizione con variazione” di un concetto, struttura che appesantisce il tessuto poetico, altrove lieve ed elegante.

Consiglio questa raccolta poetica ai miei lettori più giovani, che fra queste pagine potrebbero trovare uno specchio alle loro emozioni, alla rabbia, al desiderio, al bisogno di libertà, di solitudine. A pensarci bene, la consiglio anche ai miei lettori più âgée, perché in questi tre giorni di poetica immersione ho potuto riassaporare la vitalità dei vent’anni. 
E, vi dirò, mi sono mancati! 

mercoledì 6 agosto 2014

I mari del Sud, Lavorare stanca.

Stamane al risveglio i miei occhi hanno incontrato, di sghimbescio sul punto di cadere dal terzo ripiano della libreria, un’edizione di poesie di Cesare Pavese: “Le poesie” ET Einaudi 2014, raccolta che comprende Lavorare Stanca (nell’edizione solariana del ’36, con le aggiunte del ’43 e le altre rimaste fuori), La terra e la morte, Due poesie a T., Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, le dieci tristi per Constance Dowling. 
Il libro, fuori posto per puro caso, mi ha lanciato l’esca. Così, oggi, in spiaggia, ho messo da parte il noir di Nesbø con i suoi strangolatori, l’alcol, i night, le scandinave uccise, e ho lasciato spazio alla poesia di Lavorare Stanca, ritrovando la parola impura, materica, di Pavese che meglio si sposa alla concretezza ruvida degli scogli, alla realtà ancestrale del mare, del vento, all’assoluto del sole sulle nostre teste.
Eccola, la mia lettura d’agosto perfetta!
La poesia di Cesare Pavese non è liquida, non è canto, non ha la dolcezza di certe assonanze pascoliane, né le rime aspre e chiocce di Montale, non le voluttà dannunziane né le arditissime analogie dei simbolisti. Non evoca e non grida. Non piange e non denuncia. La sobrietà senza retorica la fa bella e diretta. In essa, un racconto, un mito, esistenze fatte di carne, fatica, ozio pieno e silenzio. L’ubriaco “che non vede né case né cielo/ ma li sa”. Contadini. Idioti. La prostituta al caffè al mattino, a riposo. La moglie del barcaiolo. Bambini. Il vecchio. Il giovane smilzo. Il cugino. “Vent’anni è stato in giro per il mondo” “Mio cugino è tornato, finita la guerra, / gigantesco fra i pochi. E aveva denaro”. La donna che è corpo, materia, collina, vendemmia, uva da spremere.
La prima poesia: “I mari del Sud” (settembre- novembre 1930) mi abbaglia. Un'epopea taciuta più che raccontata, sognata e lontana, grande proprio nel silenzio, nel non detto. Dice lo straniamento di chi torna a casa, dopo aver tanto vissuto, tanto visto e cerca (e trova e non trova) quello che c'era un tempo. Dei mari del sud  “Solo un sogno/ gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta/ da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo, / e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, / ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue/ e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia./ Me ne accenna talvolta / Ma quando gli dico / ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora/ sulle isole più belle della terra, / al ricordo sorride e risponde che il sole/ si levava che il giorno era vecchio per loro.” Sfuma nella prosaicità del lavoro quotidiano l’eco a Melville e al grande Cetaceo. Il grande cugino ha navigato, esperto, non si lascia abbacinare dal fulgore letterario di certe fantasticherie da romanzieri.
Altre volte è un’immagine che mi colpisce, un dettaglio che porta in sé una storia, come la sciarpa perduta della protagonista di Due sigarette (1933): “Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna/ che è contenta di averla perduta, perché mi ha incontrato./ Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte/ sull’oceano inondato di luce dal gran transatlantico. Certo, notti di vento./ È il regalo di un suo marinaio./ Non c’è più il marinaio. La donna bisbiglia/ che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto/ ricciolino e abbronzato. Viaggiava su sporchi vapori/ e puliva le macchine: io sono più bello”. Con la sciarpa io pure, sul transatlantico pieno di luci, in notti piene di vento, dalla costa di Rio viaggiavo e mi dimenticavo della caletta affollata nella mattina ventosa d’agosto duemilaquattordici. E della scottatura sugli omeri.
Credo che sia il mio cronico bisogno di ascoltare racconti che mi conduca a Pavese prima che ad altri poeti.
Viaggio nelle Langhe oggi, tra paesaggi (quanti i componimenti col titolo di Paesaggio!) di colline e di mare. La città di Torino appare, a volte, fra questi versi. È la modernità che giunge stordita e impone ritmi nuovi che la provincia, tutt’intorno, immota, non comprende. “La città mi ha insegnato infinite paure:/ una folla, una strada mi han fatto tremare,/ un pensiero talvolta, spiato su un viso./ Sento ancora negli occhi la luce beffarda/ dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccio”.
E che dire delle Donne appassionate[1]?  Di quella creatura quasi mitologica che riaffiora dall’acqua, metà ricordo, metà sogno, metà sirena “ Ci sono occhi nel mare, che traspaiono a volte”? “Quell’ignota straniera, che nuotava di notte/ sola e nuda, nel buio quando muta la luna, / è scomparsa una notte e non torna mai più./ Era grande e doveva esser bianca abbagliante/ perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.”
Dalle Langhe agli ulivi secolari della mia terra, il passo è breve. Storie di contadini e marinai si somigliano tutte.

Della provincia che schiva la modernità e si aggrappa alle tradizioni e ai miti io non ho conosciuto che i racconti (di chi non c’è più). Forse è per questo che amo la voce anti-lirica di Pavese, per un non so che di familiare - e di perduto al contempo.





[1] Titolo di un componimento del 15 agosto 1935

giovedì 31 luglio 2014

Nasce InVersi

L'Infeltrita non legge solo prosa, talvolta anche versi, rime sparse, poemi e filastrocche. 
La poesia abita i suoi scaffali e ogni tanto vi attinge alla ricerca di afflato

Cos'è l'afflato? Rubo questo vocabolo al regista poliedrico, narcisista e inquieto che ha guidato alcune mie esperienze teatrali, ormai lontane nel tempo. L'afflato era per lui una particolare intensità della voce con cui si faceva propria una poesia, quando la si leggeva; il modo di mostrare a tutti che la si sentiva vibrare sulle corde più profonde. 

Per me l'afflato è la sintonia intellettuale, emotiva, viscerale con i versi che incontro. Il mettersi in moto di pensieri, associazioni, simbologie, toni e sotto-toni, intermittenze di luci e ombre che agitano il paesaggio dell'anima.

Al di là di un approccio dotto o critico - che non posso né voglio permettermi -il mio rapporto con la poesia è eclettico, saltuario e trascende la logica. 
Seguo percorsi istintivi, non necessariamente diretti da quello che chiamiamo gusto. 

E accosto Pavese e Saba. Patrizia Valduga e Vivian Lamarque. Caproni Raboni Piersanti a Leopardi e Tasso. E poi Sylvia Plath ed Emily Dickinson, che denunciano, spietate, le  falle del mio perfect English -  e corsi e certificazioni non bastano, a quanto pare non servono, a gustare armonie e schianti della lingua originale.
La poesia per me segue stagioni arbitrarie.
Newborn Baby on the Hands - Otto Dix

Questa rubrica verrà aggiornata di tanto in tanto.
L'Infeltrita lo promette.