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martedì 25 novembre 2014

Un favoloso appartamento a Parigi di Michelle Gable. Recensione.

Buon pomeriggio, amici.
 
In questi giorni vi ho trascurato perché ho dato spazio ad altre forme di creatività che mi hanno distratto: in particolare, ho tentato di sperimentare, con successi alterni, nuove ricette consone alla dieta che sto seguendo. Nel frattempo, però, mi sono dedicata alla lettura di un romanzo che ho acquistato per sbalgio, in un negozio di elettrodomestici, allettata da una copertina molto bella, assai furba, e da un segnalibro altrettanto accattivante con un dipinto di Boldini in primo piano e la promessa di uno sconto all’ingresso della mostra sullo stesso artista che si terrà a Forlì la prossima primavera.
Voglio perciò parlarvi di “Un favoloso appartamento a Parigi” della scrittrice statunitense Michelle Gable edito dalla casa editrice Newton Compton per la collana “anagramma” e tradotto da Francesca Noto.
Cronaca di una delusione annunciata. Oggi sarò un pochino antipatica – perdonatemi - ma sono arrabbiata con me stessa.
La prossima volta sarò meno avventata negli acquisti, giuro! Non si può comprare un libro perché ci piace l’involucro. E non si può comprare un libro il cui colore prevalente è il rosa o il fucsia senza comprendere che si finirà invischiati in un romanzo sentimentale, romantico e molto kitsch. Esattamente quel genere di cose che l’Infeltrita si era riproposta di non leggere mai: il feuilleton!
Sono contenta, ad ogni modo, di redigere oggi la recensione e di mettere un punto conclusivo a questa esperienza.
Non saprei davvero a chi consigliare il romanzo, anche se navigando qui e là in Rete, mi sono accorta che il romanzo è piaciuto e che in America ha venduto un cospicuo numero di copie. Mah.


Incipit
Voleva soltanto andarsene dalla città.
Quando il capo le si avvicinò furtivamente e pronunciò le parole «appartamento», «Nono Arrondissement» e «una tonnellata di robaccia del diciannovesimo secolo», April pensò subito: «vacanza». Ci sarebbe stato da lavorare, certo, ma non aveva importanza, sarebbe andata a Parigi. E come sapeva ogni scrittore, poeta, pittore e, sì, anche i valutatori di mobili, era il luogo perfetto per una fuga.

L’Infeltrita
“Un meraviglioso appartamento a Parigi” intreccia i luoghi comuni sulla Francia e sulla sua capitale alla storia di April Vogt, un’ esperta di mobili europei che lavora per una casa d’aste.
April è una donna in fuga dai suoi problemi esistenziali e coniugali che troverà, in un appartamento favoloso al Nono Arrondissement di Parigi, un vero e proprio tesoro, nonché un rifugio dove smarrirsi e ritrovare la vera se stessa.
Perdonerà  il marito che l’ha tradita? Lo tradirà a sua volta? Divorzieranno? Ricominceranno da zero? Su questi interrogativi pende la conclusione del romanzo. E se non vi interessa, lasciate stare la lettura, il resto è solo un riempitivo.
I mobili antichi e i pezzi di pregio, che si affastellano disordinatamente in quelle che sembrano vere e proprie stanze delle meraviglie, nascondono una storia ancora più preziosa e affascinate: la vita e le peripezie di Marthe de Florian, originaria proprietaria dell’appartamento, figlia illegittima di Victor Hugo, cortigiana maliziosa e ricca di amanti illustri, innamorata del pittore Giovanni Boldini, di cui sarà la musa. April scoprirà quasi subito il ritratto di Marthe realizzato da Boldini, la donna in abito rosa leggermente scarmigliata che sorride e guarda altrove, e i suoi numerosi diari su cui si riverserà l’avida curiosità della protagonista, attratta dalle avventure e dagli amori della demi modaine, che si presenta subito come una vera icona di stile ai tempi della Belle Epoque.

Il lettore si troverà di fronte a un romanzo nel romanzo e oscillerà costantemente fra il tempo di April e delle sue indecisioni (il suo matrimonio al bivio, un passato doloroso e mai affrontato, un flirt parigino) e quello di Marthe che, tuttavia, non riesce a non sembrare una ricostruzione posticcia e un po’ disneyana dell’epoca d’oro dei caffè e degli artisti. Gli amanti di Marthe sono poeti, pittori, artisti da strapazzo e fra loro c’è persino un Dandy che vorrebbe essere la controfigura  del Des Esseintes di Huysmans, ma che di fatto non ne ha né lo spessore né la carica di trasgressione né il benché minimo accenno di quel languore decadente e malato che lo hanno reso un personaggio gigantesco e indimenticabile. In compenso, questo demi-Dandy ha rubato al suo modello la tartaruga dal guscio incastonato di gemme. Che tristezza!
La Francia che viene fuori dalla penna della Gable è una Francia con erre moscia e basco. Una Parigi ovviamente romantica, turistica e da cartolina.
La struttura narrativa è solida, tutto si incastra alla perfezione senza sbavature, ma l’insieme è artificioso e le due storie sono intrise di sentimentalismo, con dialoghi fitti e banali, pieni di Uhm, Uh, Uhmm e di francesismi spruzzati qui e là a mo’ di vezzo. Molti i passaggi che ho reputato di cattivo gusto, non per eccesso di pruderie, ma perché fuori da un contesto grottesco, ironico o espressionistico risultavano essere solo grossolane cadute di stile, espressione di un rapporto con la sessualità piuttosto pre-adolescenziale.
Le lettrici forse dovrebbero sognare accompagnando April nel suo lento avvicinamento a Luc Threbault, il legale che rappresenta i proprietari dell’appartamento. Luc è ovviamente burbero, sulle prime, intrigante, onnipresente, galante al momento opportuno e…fidanzato di un’altra. Eccolo il suo ritratto preciso: “Era attraente in modo inquietante, quell’uomo, attraente al modo degli europei troppo magri, ma comunque attraente. Sì, era un po’ viscido e la quantità di peluria che si intravedeva sul suo petto  al di sotto della camicia sbottonata faceva pensare che avesse bisogno di una ceretta”. Per quel che mi riguarda, già la parola ceretta associata a un personaggio di sesso maschile in un romanzo che pretende di parlare di sentimenti basta a squalificarne del tutto la lettura e a favorire un senso di nausea da cui ancora non mi sono ripresa. Tentazione e adulterio sono serviti su un piatto d’argento, è chiaro sin dalle prime battute dei due personaggi. Del resto, che romanzo d’appendice sarebbe?

Peccato per la storia di Marthe che si perde in un intrico genealogico e in una carrellata di pettegolezzi, come in una telenovelas in costume, di quelle che tuttora piacciono tanto.
Quattrocentotrenta pagine sono troppe per le altalene sentimentali di una donna in crisi. E anche per organizzare un’asta straordinaria. O per svelare un mistero che poco aggiunge alla storia.
L’editore ha curato moltissimo l’involucro dell’opera puntando a una copertina a effetto, a un formato piacevole da maneggiare, utilizzando carta spessa e profumata, delizia per animi romantici. Il marketing ha gabbato anche me, lo confesso. All’interno, però, la cura non è stata altrettanto efficace. In più punti vi sono parole mancanti della desinenza, refusi e un “tutt’ora” che da prof. non posso tralasciare!

Zoom
Del verosimile e dei conti che non tornano.
April Vogt compie trentacinque anni a pagina 255 ed è una affermata valutatrice di mobili antichi. Si sente e agisce come una donna di mezza età, navigata, stanca del suo matrimonio che dura da sette anni (si è dunque sposata a ventotto anni) con un ricchissimo speculatore di Wall Street, conosciuto in aeroporto mentre stava per abbandonare Parigi a seguito del fallimento del museo privato che gestiva. 
Faccio i conti: April gestisce un museo privato prima dei suoi ventotto anni. Non sappiamo quanto sia durata questa esperienza, ma dal modo in cui la donna parla di Parigi, sicuramente più di un anno. Facciamo due o tre. Non sappiamo quanto sia durato il fidanzamento tra April e il futuro marito, fingiamo che sia durato pochissimi mesi: bene, April dai 24 ai 27 anni gestisce un Museo a Parigi e non è sposata. Si è fatta da sola, non ha alle spalle una famiglia facoltosa né studi particolarmente prestigiosi (perlomeno non ci viene raccontato) dispone solo di molta passione per l’arte.
Capperi. Chiedetelo ai laureati in Archeologia o in Beni Culturali se hanno mai sentito parlare di una cosa del genere nella nostra vecchia Europa.
Al più a 24 anni, se ti va bene, in un museo puoi fare da guida e, se sei proprio fortunato, non per volontariato.








domenica 16 novembre 2014

Acciaio di Silvia Avallone. Viaggio in periferia.

Amici, lo so che un Blog dovrebbe essere sempre “sul pezzo”, come ama ripetere la retorica del cattivo giornalismo televisivo. E cioè cercare le novità in libreria, le anteprime e i best seller del momento. Cavalcare le notizie più attuali.
Oggi non obbedirò a questo dictat perché ho deciso di recensire un libro letto qualche anno fa.
Ci sono temi che, in certi momenti, si ripropongono con insistenza e di fronte ai quali non resta che capitolare affrontandoli di petto. 
La PERIFERIA. Come raccontarla? Perché raccontarla?
Dalle borgate celebrate da Pasolini come sede della vita nella sua forma più pura e selvaggia, agli articoli di cronaca di questi giorni, dalla rapida visita al quartiere Tamburi di Taranto, lo scorso mercoledì, alla canzone di Mario Venuti “Ventre della città” che mi piace moltissimo, dalla mia esperienza di insegnante in una scuola di periferia in un quartiere definito “a rischio”, alle proiezioni mentali di tutti i più noti sobborghi del degrado italiano che di tanto in tanto si affacciano nella coscienza collettiva come scenario di miseria morale e materiale su cui si vorrebbe chiudere gli occhi. Tutto congiura affinché io oggi vi parli di un romanzo che metta al centro (scusate per l’involontario ossimoro) la periferia industriale, meschina, dove tra ferocia e cemento si consumano vite ingloriose e dure.
Ho scelto “Acciaio” di Silvia Avallone, edito da Rizzoli nel 2010, perché è il romanzo che più si avvicina all’esperienza di periferia che, direttamente o indirettamente, ho vissuto. E poi perché di recente l’ho consigliato a una collega che mi chiedeva qualche titolo da proporre in una seconda liceo e, temendo di averle dato un suggerimento azzardato, me lo sono riletto in fretta e furia a caccia di conferme. Adesso, lo ribadisco con convinzione: “Acciaio” è un libro che consiglierei agli studenti e dal quale partirei per una vera e propria tempesta di interpretazioni e di confronto su temi scomodi. Per esempio, la discriminazione del debole e del diverso, sentita come “naturale” nella logica di adolescenti privi di un orizzonte valoriale, di riferimenti affettivi, di prospettive materiali. 
Cover edizione "Vintage" di Rizzoli

Incipit
Nel cerchio sfocato della lente la figura si muoveva appena, senza testa.
Uno spiccio di pelle zoomata in controluce.
Quel corpo da un anno all’altro era cambiato, piano, sotto i vestiti. E adesso nel binocolo, nell’estate, esplodeva.
L’occhio da lontano brucava i particolari: il laccio del costume, del pezzo di sotto, un filamento di alghe sul fianco. I muscoli tesi sopra il ginocchio, la curva del polpaccio, la caviglia sporca di sabbia. L’occhio ingrandiva e arrossiva a forza di scavare nella lente.
Il corpo adolescente balzò fuori dal campo e si gettò in acqua.

L’Infeltrita
Trovo l’incipit violento. L’occhio che guarda, che spia, coinvolge il lettore in un voyerismo brutale. Lo sguardo ossessivo e patologico seziona il corpo adolescente e ne profana l’esplosione, l’attimo di massimo splendore in cui, abbandonata l’infanzia, la bellezza risplende freschissima e precede il lento processo di sfioritura. L’occhio che fruga, di cui nostro malgrado diventiamo complici, è quello un padre ossessionato dalla propria figlia a cui vorrebbe impedire qualunque contatto col mondo esterno, considerandola “cosa” di sua proprietà. La possessività resta sospesa su una linea ambigua che spiega solo in parte la sua curiosità morbosa. Ogni pomeriggio dalla finestra di una casa popolare, Enrico tiene d’occhio  con un cannocchiale Francesca e la sua amica Anna.
Siamo in via Stalingrado, a Piombino
Francesca e Anna hanno quattordici anni. Nell’estate che segna la fine della scuola media e l’inizio di un futuro che le vuole troppo precocemente donne, la massima espressione di libertà che viene loro concessa è un tuffo in mare e l’esibizione dei corpi perfetti in una spiaggia affollata da coetanei. La spiaggia senza pretese, non particolarmente pulita, che si apre proprio di fronte ai casermoni di via Stalingrado sembra essere l’unica via di fuga a un paesaggio arido e oppressivo - correlativo oggettivo di una vita altrettanto priva di prospettive. L’orizzonte verso cui convogliano sogni e progetti è l’Isola d’Elba che appare in lontananza, e sembra a portata di mano e al contempo irraggiungibile. Così il futuro e il riscatto sociale. In cui nessuno sembra credere per davvero.
Acciaio è la storia di una periferia operaria dove il lavoro nell’acciaieria è una condanna, un inferno da cui si può tornare abbruttiti o da cui si può non tornare affatto. Essa giganteggia sulle vite di tutti i personaggi della storia e assume, nelle descrizioni della Avallone, fattezze mostruose. Scenario di tragedie annunciate. Sebbene dia lavoro a tutti gli abitanti del quartiere e rappresenti il destino certo della sua popolazione maschile, la fabbrica viene percepita come una terra nemica, inquinata, da derubare, sfidare, dimenticare a colpi di musica sparata a mille watt, storditi dall’alcol, dalla droga, dal sesso comprato a buon mercato in un sudicio privè. 
Eppure la periferia industriale con i suoi impianti incombenti, con le sue regole, le leggi non scritte, sembra essere l’unico universo possibile, impossibile da mutare. Spazio dilatato e, al contempo, chiuso, ripiegato su se stesso, in cui tutte le strade sembrano condurre in fabbrica. E la fabbrica è padrona.
Anna e Francesca attraversano l’estate con la leggerezza dell’incoscienza, con la crudeltà della bellezza che è il loro unico tesoro, saldate in un’amicizia destinata a perdersi, che solo a quattordici anni può essere assoluta, latrice di entusiasmi incontenibili e di tragedie irrimediabili. In loro, ritroviamo i codici impietosi dell’adolescenza sbandata, priva di riferimenti affettivi stabili, frutto di famiglie sgangherate e di un contesto urbano degradato, il cui traguardo più ambito è riuscire a partecipare a una festa al pattinodromo e il successo si misura dal numero di sguardi che si appuntano sulle canottiere strizzate.
Spicca tra numerosi personaggi che ruotano intorno alle due amiche, Alessio, il fratello di Anna. Un ragazzo bello e bruciato (dalla fabbrica, dalla vita, dalla delusione). 
Egli rappresenta la generazione immediatamente precedente a quella delle due amiche. La generazione dei fratelli maggiori è invecchiata presto e non se ne è accorta, appare appannata, sull’orlo della disillusione completa; ricerca emozioni forti senza accorgersi di essere già fallita, passata. È lo spettro di quello che potrebbe accadere ad Anna e Francesca, quando l’estate della loro gioventù perfetta passerà. Alessio è il personaggio che preferisco. Aggressivo, stordito, disperato, costretto dalle regole sociali a mascherare la propria sensibilità. In lui vediamo l’operaio del Duemila, fuori da ogni ideologia, privo di consapevolezza, lontano dal marxismo, ipnotizzato dal mito del denaro, del consumismo sfrenato.
 
Acciaio, trasposizione cinematografica
Il romanzo mi è piaciuto perché personaggi come Anna e Francesca mi sembra di averli conosciuti sui banchi della scuola media che ho frequentato, diversi anni or sono, e su quelli di fronte a cui mi trovo quotidianamente. Nei templi dei sogni impossibili, delle amicizie esclusive, dove vige la legge del più forte, refrattaria a qualunque sforzo educativo (e perciò sfida improcrastinabile di qualunque insegnante!), le ragazze si dividono in belle e “racchie” e i ragazzi appaiono privi di alfabetizzazione sentimentale. 
Il tempo della storia è un presente che sembra scivolare nell’attimo stesso della narrazione veloce, incalzante, aggressiva come si può notare dall’incipit - un biglietto da visita che non viene tradito. La scrittura è caratterizzata da paratassi e strutture ellittiche. Nei dialoghi troviamo il parlato giovanile, i luoghi comuni, le parolacce, i diminutivi.
Silvia Avallone viene spesso citata come esempio di una nuova generazione di scrittori, rea di sciatteria stilistica. Io non sono d’accordo. Trovo, invece, potenti e icastici alcuni passaggi.
Alcuni difetti: forse la struttura complessiva del romanzo sembra sbriciolarsi in molti episodi col rischio di perdere di vista la maturazione dei caratteri principali. Forse l’evoluzione dell’amicizia delle due ragazze, la brusca divergenza delle loro storie può apparire irragionevole, poco approfondita.
In ogni caso, l’insieme è riuscito e oggi mi resta l’affresco di una periferia brulicante di vita, tragica e troppo spesso dimenticata.

Zoom
C’è un momento della narrazione in cui mi è sembrato che Silvia Avallone sia riuscita con particolare efficacia a raccontare il senso tragico del tempo che fugge, della bellezza meravigliosa che ora c’è e fra poco appassirà, il culmine di un’estate fantastica: è il racconto del 15 agosto e della festa al pattinodromo in cui si ritrovano “tutti ma proprio tutti”. Il giro di boa.
Per Francesca e Anna la festa rappresenta l’ingresso ufficiale nel mondo dei “grandi”, per Alessio è il momento della nostalgia e della disillusione definitiva, per Lisa la “racchia” il momento del riscatto, della reazione contro tutto e tutti, per “le ragazze magre e slanciate, che poco importa cosa combineranno nella vita, perché nell’istante giusto dell’adolescenza sono lì: al centro della pista, nel pieno della festa, sotto i riflettori. È un istante impagabile di gloria”. Tutti “vogliono crederci, che quello era il massimo. Si convincevano, ognuno nella sua testolina, che quella era la vita perfetta”. Una festa scalcagnata e decadente. 
L’episodio rappresenta meglio di altri passaggi la chiusura di orizzonte, l’incapacità di guardare al futuro, di oltrepassare il presente, l’hic et nunc, di cercare un’alternativa e un altrove.
Per molti di questi personaggi la sconfitta è qui.

Quanti di voi hanno già letto Acciaio?
Siete fra quelli che lo hanno apprezzato o fra i lettori più critici?
Lo presentereste a una classe? E con quali modalità (lettura libera, lettura guidata, lettura con dibattito e domande)?





martedì 11 novembre 2014

Fiaba d'amore di Antonio Moresco.

Stamattina la casa ha i colori di una giornata autunnale. Da campionario. C’è bisogno di accendere la luce se non si vuole galleggiare in una penombra triste, più che malinconica. Mi chiedevo quale libro potesse rispecchiare il mio umore e l’aspetto delle cose intorno senza deprimermi ulteriormente. I miei occhi hanno perciò percorso uno scaffale a caso della libreria e subito hanno incontrato una copertina viola.
Ecco il libro che fa per me, - ho pensato - non potevo scegliere di meglio!
Così ho deciso di parlarvi di Fiaba d’amore, un romanzo breve di Antonio Moresco, edito da Mondadori per la collana “Libellule”. Lo scorso marzo ho avuto la fortuna di ascoltare l’autore nel corso di un incontro in libreria; intimorita dalla sua timidezza schiva e dall’aria fragile e quasi acetica, non ho avuto il coraggio di farmi firmare un autografo. Mi sembrava di profanare la strana aura di santità che scaturiva dalla sua figura. Mi ricordava infatti il protagonista del film “La leggenda del santo bevitore”. Lo so, vi sembro una matta: ridete pure, vi autorizzo!
Mio marito mi prende in giro ancora oggi. Sostiene che, acquistato il libro, io sia letteralmente fuggita dalla libreria in cui si era tenuta la bella presentazione. Confesso di essermene pentita quasi subito, consapevole di aver perso una grande occasione.


Incipit
C’era una volta un vecchio che si era innamorato perdutamente di una meravigliosa ragazza.
Che poi non era solo un vecchio. Era anche uno straccione, uno di quelli che dormono per strada sopra i cartoni, un uomo perduto, un rifiuto umano.
Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno

L’Infeltrita
Il titolo promette una fiaba. La promessa è pienamente mantenuta.
Il titolo promette amore e di amore si racconta fin dalle primissime righe.
Le carte sono subito scoperte. Il lettore ritrova il ritmo lento, il lessico semplice, ipnotico, quasi formulare nelle sue ripetizioni, il senso di assoluto che è proprio delle fiabe dove non c’è un tempo preciso né uno spazio topograficamente rintracciabile, perché l’eccesso di realismo romperebbe l’incanto, toglierebbe grandezza alla narrazione riducendola a cronaca, brutta copia del reale.
Una ragazza bellissima che si innamora di un barbone sudicio - il cui unico tesoro è una manica cucita in cui nasconde qualcosa e una colomba che vola, altissima - sulla sua testa, ha dell’incredibile. Moresco ci dice, tra le righe, che nel reale accade sovente l’impossibile anche se nella loro cecità gli uomini non se ne accorgono o, limitati da vedute ristrette e da categorie di pensiero asfittiche, ne ridono. La fiaba è l’unico linguaggio capace di raccontare l’impossibile, di scorgere un varco nella grigia successione degli avvenimenti. Quel varco è la speranza.
Il racconto segue la nascita, lo sviluppo, la fine, il ritorno di un amore assoluto e inspiegabile come sempre dovrebbe essere l’amore. L’altalena sentimentale porta l’uomo (di cui non si conosce la vita pregressa) a sperimentare la forza del sentimento, il dolore schiacciante dell’abbandono, la morte. L’altalena sentimentale porta la donna, che nella vita desidera “fare qualcosa di grande”, a dare tutto e poi a toglierlo, a volere e a non volere più. E poi a volere di nuovo, a sperimentare la catabasi del pentimento, a sopportare una serie di prove e peripezie per ritrovare l’uomo che aveva abbandonato e strapparlo alle grinfie della morte. 
In sottofondo, scivolano le chiacchiere malevole degli altri straccioni che rappresentano la miopia del genere umano abbrutito dalle convenzioni, il pettegolezzo cattivo, l’indifferenza, la presunzione di chi non vede l’ora di pronunciare un soddisfatto “te l’avevo detto!”, di chi non ha più speranza e vede nel mondo solo interesse, corruzione, malvagità, desideri irrealizzabili. 
Il tema classico del viaggio nell’oltretomba che fu caro agli antichi, qui assume contorni meravigliosi. La città dei morti è simile alla città dei vivi, solo più fredda e in penombra. Riproduce gli stessi luoghi della città dei vivi, ma sotto una coltre di neve. Qui regna una solitudine assoluta. Non sarà facile per il vecchio e la ragazza incontrarsi laggiù. In realtà, la città dei vivi e la città dei morti non sono lontane, non hanno limiti invalicabili. È facile per gli uomini passare dall’una all’altra senza rendersene conto. E molti sono quelli che dalla morte sono tornati alla vita, e non lo sanno. Il romanzo di Moresco scardina anche la certezza dell’irreversibilità della morte e lo fa con la naturalezza che è propria delle fiabe. La stessa che non ci fa battere ciglio di fronte a un lupo che si traveste da nonna e davanti a un gatto con gli stivali. 

Il tono fiabesco attenua temi dolorosi come l’abbandono e il rifiuto, porta il lettore ad accettare l’impossibile, sublima gesti di profonda pietà che, in un altro contesto, sarebbero apparsi grotteschi e ripugnanti. Il corpo sporco del barbone appare al lettore e alla ragazza in tutto il suo sudiciume, ci viene descritto senza giri di parole, altrettanto sinceramente viene raccontato il processo di abbrutimento della ragazza meravigliosa quando si mette in cerca del vecchio, pentita di averlo abbandonato. La bellezza di una persona sembra andare oltre la corporeità fatta di materia, carne, odori, consistenze. L’amore è un’operazione di politura reciproca, sgrossa le incrostazioni e le brutture e giunge al nocciolo pulito e levigatissimo dell’anima.
Nume tutelare dello straccione e della ragazza bellissima è un colombo che vola, altissimo, sulle loro teste. Sebbene sia un simbolo cristiano, qui è difficile attribuirgli un significato univoco. Forse è la proiezione dell’animo del barbone, la sua purezza, la sua bellezza. Forse uno spirito-guida. Forse entrambe le cose.

Il lettore si lascia cullare da una prosa che non conosce stridore, dissonanza, schianto. Sostantivi e aggettivi non sono mai eccentrici, ma hanno la facilità della lirica antinovecentesca, quella delle rime chiare, in -are, dove non c’è bisogno del vocabolo desueto, a effetto, né di giochi di parole, né di schivare la normalità. Perciò la ragazza è semplicemente “bella”, il suo volto “meraviglioso”. Lo straccione “perdutamente innamorato” la sua barba “ispida”.  Le frasi brevi e perfettamente concluse hanno in sé una sorta di solennità che le rende definitive, importanti.
Questo libro si legge con stupore. È un libro anomalo che non somiglia a nessun altro. Lo si legge affidandosi ciecamente al narratore, sebbene non si comprenda, se non alla fine, dove costui voglia condurci. Lo si legge senza pause e la fine arriva in fretta lasciandoci addosso la sensazione di aver percorso spazi sconfinati e altezze vertiginose.


Zoom
Si potrebbe pensare, sbagliando, che le fiabe non siano una lettura per adulti. Dipende da cosa chiediamo e da cosa ci aspettiamo dalla letteratura.
Antonio Moresco alla letteratura chiede meraviglia, capacità di aprire un varco, di accendere una lucina (titolo di un altro suo romanzo poeticissimo), di compiere un miracolo. Se la letteratura rinuncia all’impossibile tradisce il suo mandato. Perché la realtà sa essere molto meno verosimile di un racconto verosimile, perché la realtà conosce anche l’impossibile, il varco, la lucina, il miracolo: una letteratura che non contempli tutto questo fallisce.
Di Moresco amiamo spesso ricordare la polemica contro la letteratura post-moderna ripiegata su se stessa, fredda e cervellotica, quella che gioca con le infinite possibilità dell’arte combinatoria e si auto-compiace, una letteratura - a suo dire – che tradisce Omero e Dante. A me piace anche ricordare che dietro questa polemica si nasconde una fiducia generosa nei confronti della parola poetica, nella sua forza incantatrice, capace non solo di leggere il mondo, ma di farlo più bello e più buono.
Perciò sono felice di aver ritrovato oggi questo romanzo e di poterlo consigliare a tutti. 




domenica 2 novembre 2014

Auto da fé di Elias Canetti. Un grande manicomio. Recensione.

Ritorno oggi, dopo un po’di assenza, ai classici del Novecento.
Mi occuperò di Auto da fé un romanzo dello scrittore bulgaro Elias Canetti, edito da Adelphi (traduzione di Luciano e Bianca Zagari), che tutti i bibliofili un po’ fanatici e molto sussiegosi, come sono io a volte, dovrebbero leggere.
Ho considerato questa lettura un monito verso me stessa, una sorta di avvertimento contro la presunzione che sotto-sotto ogni lettore culla, ritenendosi migliore di chi non legge. Non sfuggo alla categoria, lo confesso, ma cerco come posso di curare la malattia, perché produce abbagli, pregiudizi malcelati e scollamento dalla realtà. E non ci fa onore!
Il romanzo di Canetti è, vi assicuro, una cura molto drastica. E una catarsi. Un’esperienza che il lettore forte deve provare.
Qualche domenica fa, se ricordate, mi ero occupata del romanzo di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, definendolo “paradiso dei lettori” perché metteva al centro i libri e due bibliofile sui generis, Reneé e Paloma, che rivendicavano il diritto a vivere ben separate dagli altri uomini, paghe di una solitudine dotta e decisamente snob (Vai al post). Oggi vi propongo un altro personaggio che vive di libri, la cui ossessione è talmente forte e radicata da indurlo a sviluppare una vera e propria fobia nei confronti dell’umanità, potenziale nemica del sapere e minaccia (fisica e materiale) alla conservazione dei propri preziosissimi tomi. Un uomo la cui casa è una tetra biblioteca di quattro stanze arredate di null’altro che libri. 
Bellissimo, diranno molti di voi. Se non che….

Vi lascio alla recensione infeltrita, senza aggiungere altro.

A casa, libro tra i libri.

















Incipit
«Che fai qui, ragazzo?».
«Niente».
«E allora perché ci stai?».
«Così…».
«Sai già leggere?».
«Oh sì».
«Quanti anni hai?».
«Nove compiuti».
«Cosa ti piace di più: una tavoletta di cioccolata o un libro?».
«Un libro».”

L’Infeltrita
Nell’incipit del romanzo intravediamo l’unica relazione positiva allacciata per caso dal protagonista, l’illustre sinologo Peter Kien. La relazione è possibile in virtù del solo medium riconosciuto: il libro. Il valore attribuito al libro dal ragazzino rende quest'ultimo degno di attenzione agli occhi del professore. Potrebbe nascere un rapporto fecondo e illuminato di discepolato, ma Elias Canetti spinge il romanzo in un'altra direzione e del ragazzino, dopo le primissime pagine, perdiamo ogni traccia.
Il romanzo NON si gioca sul binomio maestro-allievo come l’incipit indurrebbe a credere, ma sulla totale incapacità alla vita dell’uomo di cultura, tutto libri e parola scritta.  
Insieme al ragazzino sparisce la speranza di rintracciare nell’universo costruito attorno a Kien un qualunque individuo portatore di valori positivi.
Un severo pessimismo si abbatte sulla narrazione assumendo le forme sgargianti e parossistiche del grottesco. L’ironia spietata sotto cui passano tutti i personaggi è crudele e assoluta. L’uomo dei libri, Kien, sembra avere in sé l’innocenza della vittima sacrificale, ma di fatto paga a caro prezzo un difetto abnorme: il disprezzo verso i suoi simili. Dall’alto della propria cultura giudica tutti inadeguati, compresi gli esponenti del mondo accademico che lo corteggiano invano. Ancora più evidente è il ribrezzo suscitato in lui dal popolo vile: nella fattispecie, la governante Therese e il violento portiere. Prestiamo attenzione: sebbene Peter Kien catturi con le sue bizze le simpatie del lettore, non è affatto innocente, è  anzi un individuo carico di boria intellettualistica e di saccenza. Accettando la tesi di questo romanzo, concludiamo che l'intellettuale meriti davvero una punizione esemplare, assoluta: l’auto da fé  che si squaderna nel corso della narrazione sotto i nostri occhi scandalizzati e impotenti.
Il lettore (forte) si trova invischiato suo malgrado nel meccanismo dell’identificazione e subito, già dopo i primi capitoli, chiede pietà per Kien e anche per se stesso.
Elias Canetti non ci risparmia niente. Espressionismo, sapore di Mitteleuropa. Schianto di una società in crisi che si rivela avida e meschina, incapace di assegnare alla cultura la speranza di una palingenesi. Anzi, la cultura stessa è malata, ripiegata su se stessa, coacervo di narcisismo e inutile perché avulsa dal presente.
Il romanzo è diviso in tre parti:
§         Una testa senza mondo;
§         Un mondo senza testa;
§         Il mondo nella testa.
La prima parte descrive la meticolosità maniacale con cui il protagonista si tiene lontano dal mondo. Murato vivo in una biblioteca, riconosce nei libri gli unici interlocutori degni di sé. La sua non-vita di individuo sessualmente neutro è una costruzione perfetta desinata  crollare sotto il logorio di tarli altrettanto implacabili e ostinati: Therese, governate scaltra, di una grettezza che ha del sublime e Pfiaf il portiere-lanzichenecco la cui volgarità conosce solo il linguaggio quello dei pugni e del denaro.
Tra il popolo e l’intellettuale il passaggio dall’incomunicabilità alla guerra aperta è immediato e irreversibile.
La seconda parte narra dell’ingresso forzato di Kien nel mondo. Lo spazio narrativo non è più la casa-biblioteca ma la città delle bettole notturne, uno spazio altrettanto asfittico, dove un’umanità multiforme e sordida si muove attorno al protagonista spinta da interessi materiali e dalla corruzione che non salva nessuno. Domina questa sezione Fischerle, nano malizioso e gobbuto, che sogna un futuro da campione degli scacchi, vestiti eleganti e un profilo senza gobba. Tutto a spese di Kien, ovviamente.
La terza parte porta sulla scena il fratello del professore, George, vanesio psichiatra, innamorato di se stesso, giunto a salvare Kien dalla rovina completa. Potrà Peter Kien riscattarsi? Tornare dai suoi amati libri? Ormai il mondo che ha tentato di tenere lontano da sé è “nella testa”, con i suoi clangori, le aporie, i bassi appetiti, la violenza.
Di fronte allo schianto dell’esperienza, quale funzione avranno i libri, il sapere, l’intellettualismo? Il finale (grandioso!) del libro ve lo rivela. Io non posso anticiparlo.
Il titolo originale, in tedesco, è Die Blendug, letteralmente l'accecamento: è la più grande paura del protagonista che, privo degli occhi, non avrebbe accesso alla sua unica ricchezza. Di fatto, l'accecamento più grande e inevitabile è quello che si produce in Kien indipendentemente dagli occhi. 

Amo di questo libro l’intelaiatura perfetta. L’occhio con cui si sezionano i personaggi, i particolari ridicoli che si impongono all’attenzione, il sarcasmo di fondo, impietoso verso tutti gli uomini, dal protagonista ai suoi persecutori. Le vanità e i desideri di ciascuno si rivelano leggeri e portatori di rovina. Si ride, spesso, della dabbenaggine dei personaggi, delle loro manie, delle situazioni assurde e tragiche in cui si chiudono. Ma è un riso amaro.
Io penso che Auto da fé abbia una funzione catartica.
Ci salva dalla presunzione schiaffeggiandoci e sbeffeggiandoci.

Zoom
In questo romanzo si ha la sensazione di muoversi in un universo di pazzi. L’autore raccontò di aver scritto il libro a Vienna, mentre soggiornava in una pensione che sorgeva di fronte a un manicomio. La ripetuta osservazione di quel luogo dove si ammassavano seimila matti fu una spina nella carne, il pungolo per la composizione di Auto da fé.
Trovo particolarmente interessante il passo che trascrivo qui sotto:
…pazzi diventano coloro che pensano sempre e soltanto a se stessi. La demenza è una punizione per l’eccessivo egoismo. Per questo nelle cliniche si raduna la peggior canaglia del Paese. Le prigioni rendono lo stesso servigio, ma la scienza ha bisogno di manicomi come materiale di osservazione” ritengo che in esso si nasconda la chiave di lettura di tutta l’opera. Kien e gli altri personaggi pagano l’eccesso di egoismo. Auto da fé si presenta come un gigantesco manicomio reboante, che il narratore esterno osserva con intento scientifico e sguardo impietoso.

In questo manicomio il lettore colloca inevitabilmente anche se stesso.


Supplizio delle fiamme nella cerimonia dell'autodafé 

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mercoledì 29 ottobre 2014

La domenica lasciami sola di Simonetta Sciandivasci.

Cari amici, oggi ci divertiamo.
In questi giorni ho avuto fra le mani “La domenica lasciami sola” di Simonetta Sciandivasci, un romanzo esilarante, gustoso, che non vedo l’ora di regalare ad alcune mie compagne di sventura, ossia a quelle tre anime in pena che ogni domenica pomeriggio o nel corso di sciagurati sabato sera o, ancor più sfacciatamente!, in giornate insospettabili come il martedì o il venerdì, sono costrette a scendere a patti con la passione per il calcio del proprio partner. Una sorte grama, direte…. ma non troppo, come ci insegna l’autrice del romanzo appena letto, una voce irriverente e caustica che, con secchiate di scorticante ironia, per 236 pagine mi ha risarcito di tutto il tempo speso a inseguire le altalene del campionato o della Champions, e molto più dei mugugni e delle esultanze di un marito “momentaneamente irraggiungibile” dal mondo esterno, me compresa.
L’ameno libro, edito dalla casa editrice Baldini&Castoldi, è uscito la settimana scorsa, il 22 Ottobre. Quella di oggi sarà pertanto un’Infeltrita DOC, fresca fresca di lettura.


Titolo: La domenica lasciami sola

Autore: Simonetta Sciandivasci

Casa editrice: Baldini&Castoldi

Collana: romanzi e racconti

Uscita: 22 Ottobre 2014

Numero di pagine: 240

ISBN: 9788868527518

Prezzo E-book: 6.99

Per acquistarlowww.baldinicastoldi.it


Incipit
Cinque minuti di partita e mi sono già persa la cosa fondamentale: la porta. Non ho idea di dove debba segnare chi.
I maschi non sanno fare due cose contemporaneamente, ma i calciatori sì. Sono esseri dotati di un sovrannaturale senso dell’orientamento grazie al quale riescono a correre dentro lo stesso rettangolo per novanta minuti, inseguendo una palla e mantenendo inalterata la cognizione di destra e sinistra. Io, dopo due giri nella corsia dei detersivi al supermercato, recupero le abilità cognitivo-motorie solo in presenza di un avvocato. 1 a 0 per loro.



L’Infeltrita
La domenica lasciami sola non è soltanto un titolo, ma una dichiarazione di guerra a Rita Pavone.
Una sfida contro la più comune, umana, femminea reazione di una donna di fronte alla calcio-mania del proprio compagno: ehi ci sono anch’io, portami con te, spiegami tutto, non mi abbandonare, dimmi che sono più importante di un rigore. Guarda come sono brava a tifare. E con che piglio!
Uomo-donna-calcio: un triangolo da ridiscutere.
La protagonista del romanzo, che parla in prima persona, ha deciso di smetterla con i piagnistei e con l’emulazione del maschio ad ogni costo. Sa che il calcio le è estraneo e lo accetta, così come accetta di guardare in solitario una partita per cercare di comprendere non tanto il funzionamento del gioco, quanto piuttosto il gusto che in esso vi trovano gli uomini, o meglio l’uomo di cui si è innamorata. Alessandro. Il quale, nella fattispecie, ha preferito la partita a una cena con lei. E si è beccato il soprannome di Baghdad, ovvero maschilista retrivo talebano.
La storia si svolge fra la finale di Champions (Atletico Madrid vs Real Madrid) e i mondiali in Brasile, un tempo breve, necessario però a partorire un’analisi spietata e divertentissima che mette a confronto l’universo maschile e quello femminile entrando nel cuore di ogni cliché e smontandolo brano a brano. Linguaggi, atteggiamenti, reazioni e sogni fanno di uomini e donne, mondi su orbite diverse.
Si incontreranno?

Il calcio è la serra dei sogni irrealizzati  dei maschi non di tutti, ma di molti.
Allo stesso modo le donne cullano un altro immaginario favoloso, per esempio il matrimonio di Grace Kelly, strascico e pizzi: sogno collettivo altrettanto radicato e altrettanto contestato dalla intellighèntzia un po’ snob e dal femminismo d’ogni tempo, grave e ortodosso.
Per parte sua, la protagonista rivendica il diritto alla leggerezza. A non fare delle differenze di genere sempre e solo una disquisizione sui massimi sistemi, ma a godere piuttosto del privilegio di considerare oggi tale differenza un vantaggio. 
Del resto, la frivolezza è il pregio (non il limite!) di questo romanzo, che se ne serve come antidoto alla superbia intellettuale, alla miopia di chi si priva del lato scanzonato della vita, ma coltiva pregiudizi: tifoso = ignorante rozzo omuncolo.
La narrazione è un impasto di riflessioni cervellotiche e dialoghi spassosi che sembrano stralci di copioni teatrali efficacissimi. I personaggi sono pochi e tutti interagiscono con la protagonista e la sua vena ciarliera. C’è l’amica antropologa, femminista di facciata. L’amico in crisi coniugale, consolato dalla Playstation. L’amico saggio che spiega l’ABC del maschio medio a noi donne rompiscatole e, in questo campo, analfabete. E c’è l’uomo perfetto. Bello, creativo…e tifoso!
Non c’è un freno alla penna di Simonetta Sciandivasci. Spudorata e sincera quando afferma di non disdegnare un marito ricco, irriverente in un fanta-dialogo con Dio in persona, arguta, pirotecnica nei giochi di parola, nelle allusioni- citazioni- metafore & iperboli.
Mi è piaciuto lasciarmi scandalizzare da una voce narrante così impertinente e poliedrica.
Nel romanzo i ruzzoloni sono continui – e si ride da pazzi, proprio quando i “mentalismi” femminili producono equivoci, situazioni esasperanti quanto comuni, disperazioni e ansie, nelle quali è impossibile non riconoscersi - e non riconoscere almeno metà delle proprie amiche!
Perciò lo consiglio a loro, e non solo.
Perfetto per chi cerca una storia romantica, ma con poco zucchero e molto vetriolo, insomma fuori dal cliché.
Per chi almeno una volta nella vita ha detto “non mi merita”: Simonetta Scandivasci vi mostrerà che state sbagliando tutto.
Per chi ha bisogno di una risata.
Per chi non ha capito il fuorigioco e non lo imparerà con questo romanzo.
Per chi non è d’accordo e vuole continuare a fare guerra al calcio, ai calciatori e al tifo: vi piacerà da morire imprecare contro l’autrice e le sue tesi.

Zoom
Cambiamo registro. Mi soffermo su un passaggio che mi ha colpito:
Così come il Natale comincia ormai a novembre, i Mondiali iniziano molto prima della cerimonia d’apertura. Esattamente, quando le bandiere dell’Italia vengono issate sui balconi di tre quarti dei condomini del Paese – e lì restano per mesi, come certe lucine di Natale o come i cardi che infestano i palazzi antichi dei paesini meridionali, sia che si vinca sia che si perda, a dimostrare che la pigrizia italiana è la costante attesa di un avvento; la consapevolezza dell’eterno ritorno dell’uguale…
Una considerazione amara, in un contesto ironico. Un tocco quasi impercettibile di lirismo - i cardi che spuntano nei palazzi antichi – e l’eleganza è assicurata. Passa quasi inosservata, perciò è più preziosa.

Simonetta Sciandivasci è nata a Tricarico e ha trascorso la sua adolescenza fra Matera e Ferrandina. Oggi scrive per Il Foglio, il Giornale, pagina99 e Donneuropavive a Roma. Chissà se “i cardi che infestano i palazzi antichi dei paesini meridionali” non siano la traccia della provincia verde-azzurra che ha segnato la sua infanzia. Sapete bene che l’Infeltrita ha un debole per il lato umano degli autori, per le loro storie e le loro radici, per questo si diverte a indovinare il punto d’intersezione fra la vita e vera e la finzione...

domenica 19 ottobre 2014

L'eleganza del riccio. Paradiso dei lettori.

L’eleganza del riccio di Muriel Barbery è un romanzo molto amato da chi ama i libri. L’Infeltrita non fa eccezione. L’ho letto cercando disperatamente di non concluderlo troppo presto, mettendo in campo molte strategie, inutili quanto varie: lunga contemplazione della copertina, lettura ad alta voce a ritmo lento, trascrizione di passi, pause di riflessione.
Adorazione pura: che sia un ritorno d’adolescenza? Non so, ma trovo che l’ edizione e/o dell’aprile 2014 sia bellissima ed estremamente curata: un vero e proprio invito a saggiare la consistenza del volumetto, ad accarezzarne la sovra copertina azzurra e, all’interno, le pagine piuttosto spesse e ruvide. Chiari ed eleganti i caratteri, capilettera essenziali, impaginazione vagamente retrò. Tutto sembra congiurare allo scopo di catturare l’attenzione del bibliofilo, quello fanatico e un po’ nostalgico che si profonde in crociate e filippiche contro l’avvento dell’e-book. Un’edizione che piacerebbe molto, per esempio, ai personaggi di questo romanzo, come avrete modo di capire a breve.
La sovra copertina azzurra mostra, sullo sfondo, l’elegante portone di un palazzo cittadino e, in primo piano, una ragazzina dai lunghi capelli rossi e un vestito a quadroni rosa. Rosa è anche il colore del titolo. La copertina rigida, sotto, è blu carta da zucchero di tono leggermente più scuro. Nulla è lasciato al caso, neppure la decisione di utilizzare due caratteri di stampa diversi per segnalare graficamente la presenza di due voci diverse: quella di Renée, la portinaia e quella di Paloma, una dodicenne dall’intelligenza superiore alla media. Le due voci hanno, inoltre, due diverse traduttrici: Cinzia Poli per Renée ed Emanuelle Caillat per Paloma.
Confesso che il concorso di tutti questi dettagli ha di gran lunga contribuito ad infiammare il mio innamoramento un po’ puerile per il romanzo.
Ho ceduto, mio malgrado, alle lusinghe del marketing.
Incipit
«Marx cambia completamente la mia visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge nemmeno la parola.
Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi -, era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualcosa. Che cosa possono mai comprendere le masse lavoratrici dell’opera di Marx? La lettura è ardua, la lingua forbita, la prosa raffinata, la tesi complessa.
A questo punto, per poco non mi tradisco stupidamente.
«Dovrebbe leggere L’ideologia tedesca» gli dico a quel cretino in montgomery verde bottiglia.
L’Infeltrita
Due voci. Due personaggi femminili sui generis. Due solitudini che si intersecano per caso, rompendo il volontario e ostile isolamento dal mondo in cui si sono rinchiuse.
Siamo a Parigi in rue  de Grenelle, al numero 7.
Renée è la portinaia dell’ elegante palazzo in cui abitano ricchi industriali, ministri, critici, alta borghesia e vecchia nobiltà che condividono atteggiamenti di ipocrisia e di boria classista. Lo sa bene Renée, da tutti loro snobbata e strapazzata senza troppi infingimenti. Del resto, all’apparenza, è una portinaia che bene risponde al cliché: trasandata, inacidita, col televisore acceso a volume altissimo e sintonizzato sempre su qualche programma demenziale.
Paloma è una dodicenne inquieta, completamente ignorata e incompresa dai suoi coetanei e dalla sua famiglia. Secondogenita di un ministro che non brilla certo per acume, ha pianificato di mettere fine alla propria vita, perché disgustata dall’ottusità di chi la circonda. Nessuno sembra essersi accorto delle sue doti intellettive, superiori alla media, di cui ella è invece ben consapevole.
Nessuno, del resto, si è accorto della recita di Renée, la portinaia. Che nel mistero della sua casa, fra mille accortezze, legge di nascosto Kant, Hegel, Proust, Husserl e si commuove di fronte a film di registi giapponesi, da cinefila consumata e avidissima. Raffinata intellettuale, nauseata dall’ignoranza che i suoi “datori di lavoro” neppure si rendono conto di sbandierare al mondo sotto il peso dei titoli e dei gioielli che ostentano, trascorre la vita “mascherata” da portinaia, con atteggiamento di assoluto rifiuto della vita e di misantropia non nascosta.
Renée e Paloma sono due facce dello stesso tipo: l’intellettuale che rifiuta di scendere a patti con la terra, che preferisce rimanere appartato e difendere la propria purezza nascondendola con ogni mezzo. Quello che sceglie di uscire di scena, rinunciando alla vita perché troppo corrotta. Guardano il mondo con occhio critico, a volte spietato ma non fanno nulla per cambiare ciò che non funziona. Denunciano la volgarità dei nuovi e dei vecchi ricchi, ma di fatto restano nell’ombra, consolandosi e beandosi nel proprio autocompiacimento.
Certo, sono eleganti. Hanno la capacità di commuoversi per la scena di un film che la massa troverebbe noioso e incomprensibile, amano la letteratura al punto da chiamare Lev il gatto, in onore di Tolstoj, sono capaci di grandi evoluzioni cerebrali. Ma sono anche acuminate e spigolose come ricci, refrattarie al contatto, all’amore verso gli altri perché imperfetti. Si sentono migliori, e se non lo mostrano, è perché vivere in incognito sembra sublimare ancor più il proprio bisogno di eccezionalità.
All’improvviso nel palazzo di rue de Grenelle, 7 arriva un nuovo inquilino e sia Renée che Paloma sono costrette a rompere il  muro che hanno eretto e a interagire con lui e tra loro. Monsieur Ozu è un ricco giapponese, colto e raffinato. È lui, l’intellettuale veramente magnanimo, curioso verso il mondo e innamorato dell’essere umano nelle sue molte sfaccettature. Sarà un’ondata di aria fresca, una vera rivoluzione nell’empasse.

Il lettore ama di questo romanzo l’omaggio che continuamente le due protagoniste fanno alla letteratura. Si rispecchia nella libro-mania di Renèe, nei suoi vezzi, nel suo snobismo un po’ presuntuoso. Apprezza il linguaggio della portinaia, l’assoluta devozione alla grammatica, il lessico ricercato, il periodare fluente, l’ironia sempre un po’ cattivella verso il volgo. Si compiace e si auto-compiace in questi personaggi. Fa il tifo per Paloma, per le sue capacità critiche, per il suo essere autenticamente ribelle. E spera, fino alla fine, che si salvi dalla misantropia.
È una forma di rispecchiamento subdolo e senza scampo.
Non bisogna tuttavia perdere la lucidità: analizziamo i limiti.
Mi sono chiesta, infatti, quanto una storia del genere possa essere verosimile. E quanto risulti credibile il personaggio di Renèe. Potrebbe davvero una portinaia erudita e imbevuta di filosofia dissimulare così bene la propria cultura? E perché, poi? Potrebbe, da autodidatta (con gli studi fermi alla quinta elementare) raggiungere la capacità di leggere Heidegger e di confutarlo? La vita ha in sé grandi sacche di imprevisto e di meraviglioso, direbbe Antonio Moresco, molto più di certa letteratura piattamente “realistica”, ma nel profondo non ne sono del tutto persuasa.
Questo romanzo mi piace perché mi fa sognare a occhi aperti, celebra la lettura (che è la mia più grande passione), riscatta gli ultimi (la portinaia, l’adolescente incompresa), deride l’èlite della società mettendone a nudo difetti e pochezza, dà speranza alla cultura: ma quanto, quanto siamo lontani dalla realtà?
Del resto, solo la discesa, dall’alto di un deus ex machina, riesce a smuovere la lenta moria di Renèe e Paloma. La maturazione dei due personaggi avviene perché innescata dall’esterno, da avvenimenti casuali e, nel caso della portinaia, anche tardivi.
In ogni caso, è un romanzo che consiglio. Godurioso. Ben scritto. Ben strutturato.

Zoom
A proposito di rispecchiamenti…
Vi propongo un passo in cui mi riconosco e in cui vedo lo spirito dell’Infeltrita. Che è una lettrice amatoriale, appassionata, non professionista. Un credo che sottoscrivo insieme a tutti i dubbi e i limiti che un dilettante non smette di sollevare.
Ho letto tanti libri….
Eppure, come tutti gli autodidatti, non sono mai sicura di quello che ho capito. Un giorno mi sembra di abbracciare con un solo sguardo la totalità del sapere, come se all’improvviso invisibili ramificazioni nascessero, e intrecciassero fra loro tutte le mie letture sparse – poi subito il senso scivola via, l’essenziale mi sfugge, e per quanto rilegga le stesse righe ogni volta mi appaiono più inafferrabili, mentre io mi vedo come una vecchia pazza che crede di avere la pancia piena soltanto perché ha letto attentamente il menù. Pare che questa competenza di talento e cecità sia il tratto distintivo dell’autodidatta. Pur privando il soggetto della guida sicura che ogni buona formazione fornisce, gli dona tuttavia libertà e capacità di sintesi del pensiero, laddove i discorsi ufficiali frappongono barriere e vietano l’avventura.
Che dire di più?
Per stasera niente, vi saluto così.




giovedì 9 ottobre 2014

L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Amici cari, scrivere è sempre un piacere, ma che fatica quando le urgenze del quotidiano, il lavoro e la stanchezza incalzano sottraendo tempo e forze alle mie infeltrite!
Oggi, però, ho voluto a tutti i costi ritagliarmi un piccolo spazio sul finire di questo pomeriggio autunnale straordinariamente limpido, per parlarvi della mia ultima lettura.
Dal momento che anche per quest’anno Murakami Haruki NON ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura, benché fosse tra i più quotati nel TotoNobel, ho pensato di occuparmi di lui e del suo ultimo lavoro: “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”, edito da Einaudi e tradotto da Antonietta Pastore. Consideriamolo una sorta di risarcimento a me stessa e alle inutili speranze elargite: nonostante diverse delusioni, Murakami ha sempre un posto speciale nel mio cuore.
Il titolo a qualcuno è parso profetico: il romanzo è fumoso, dall’andamento ondivago, con un finale sospeso, più che aperto, e complessivamente (forse volutamente?) INCOLORE. È il giudizio che si ricava, per esempio, da questa bella recensione che ho avuto modo di leggere un po’ di tempo fa: De inanitate, autore Pino Sabatelli.
Nel romanzo, tuttavia, vi sono spunti e suggestioni che mi piacciono. Se ne volete sapere di più, eccovi la “recensione infeltrita” della giornata.

Incipit
Dal mese di luglio del suo secondo anno di università fino al gennaio seguente, Tazaki Tsukuru aveva vissuto con un solo pensiero in testa: morire. Nel frattempo aveva compiuto vent’anni, ma raggiungere la pietra miliare della maggiore età non era stato per lui un evento particolarmente significativo. Metter fine ai suoi giorni gli sembrava la cosa più naturale e coerente. Per quale motivo, però, non avesse fatto quell’ultimo passo, ancora oggi non riusciva a capirlo. E dire che in quel periodo attraversare la soglia che separa la vita dalla morte sarebbe stato più facile che bere un uovo dal guscio!
L’Infeltrita
Le mal du pays di Liszt, nella sua traduzione italiana Gli anni di pellegrinaggio” è la colonna sonora di questo romanzo. Un tema musicale, come sempre, poco noto, presentato in una esecuzione raffinata. Murakami non si smentisce. Affida alla musica l’atmosfera di fondo della narrazione: la nostalgia, una tristezza cheta ma cronica, che porta il protagonista a rimpiangere il suo paese, la per sempre perduta adolescenza che è terra di perfezione, di armonia ideale, di amicizia pura-incorruttibile-asessuata. Una terra che si deve abbandonare prima o poi, raccogliendo le proprie forze, sporcandosi, corrompendosi. 
In una parola, crescendo.
Crescere è come morire: si cambia aspetto, dimora, affetti, pensieri, prospettive. Si distrugge quello che c’era prima, ed è sempre tragico. Tazaki Tzukuru cresce dopo essere stato abbandonato dai suoi quattro amici. Espulso dal cerchio perfetto di un gruppo pieno di ideali, di colori, di personalità disposte a reprimere i propri impulsi pur di preservare un’armonia senza dissonanze.
L’esperienza del rifiuto o dell’abbandono è una tappa che tutti prima o poi si trovano a vivere e, dal punto di vista di chi la subisce, essa ha sempre la forza schiacciante di un’ingiustizia che resta inspiegabile e priva di senso. Qualcuno reagisce involvendo: attraversa più o meno metaforicamente la soglia che separa la vita dalla morte e perde le forze vitali. Altri, invece, dopo un periodo di “pellegrinaggio” per lande desolate, evolve. La maturità, spesso, è un processo che passa attraverso eventi dolorosi e improvvisi.
È quello che accade al protagonista, Tazaki Tzukuru. Il suo nome significa “costruire” e rispecchia per puro caso il suo talento: progettare stazioni. È un ingegnere, ha 36 anni. Da tempo sente di essere “incolore”, privo di personalità, una convinzione che ha maturato anche da quando, senza una spiegazione, i quattro amici del liceo lo hanno allontanato, pregandolo di non cercarli più. A vent’anni delusioni del genere fanno desiderare la morte, come ci mostra l’incipit un po’ fosco che vi ho riportato. Tazaki Tzukuru, però, non muore, cresce.
Attraversa “anni di pellegrinaggio”, vaga cercando di rimettere insieme i cocci sconnessi della sua anima, costruendo pian piano la sua identità di adulto. Il processo sarà terminato solo quando avrà ritrovato gli amici di allora, ormai cresciuti, e chiarito le ragioni dell’allontanamento imposto.
"Una realtà parallela, che poteva nascere soltanto dalla forza di un'immaginazione
 liberata in un momento particolare, in un luogo particolare."
Un romanzo ibrido. Da un lato, la vena intimistica e delicata che fu di Norwegian Wood (ma senza la stessa coerenza), dall’altro sequenze narrative in cui la dimensione reale e quella onirica si sfiorano accennando a un mistero, fino alla fine non risolto,che confonde il lettore.
Come in altri romanzi di Murakami, l’inconscio e le pulsioni irrazionali si materializzano assumendo forme concrete (gnomi malvagi, sogni che non sono mai del tutto tali, figure che sbucano dal passato, dita amputate, avatar notturni) che trovano posto accanto alla quotidianità più ordinaria. Non tutto si riesce a capire o a interpretare con coerenza, a volte si ha l’impressione che ci siano capitoli superflui oppure talmente eccentrici che sembrano non incastrarsi nella trama, ma fungere da distrattori.
Tazaki Tsukuru ha scarsa stima di sé, si percepisce insignificante, ma in realtà è l’unico capace di scegliere, di seguire le proprie aspirazioni. I quattro amici perfetti e “colorati” alla fine ripiegano su esistenze non profondamente desiderate. Al lettore, in ogni caso, sembra di muoversi tra personaggi scialbi.
Il protagonista è snervante: accetta di farsi allontanare da un gruppo senza neppure domandarne la ragione; trascorre quindici anni della sua vita con un dolore sordo e congelato nel cuore ma non lo affronta; accetta passivamente la solitudine impostagli dagli altri e solo dopo essere stato insistentemente sollecitato da Sara, un’amica a cui scopre di voler bene, decide di sollevare il coperchio dell’anima per guardarvi le verità nascoste.
Il personaggio vive i suoi 36 anni fluttuando, si pone poche domande o se le pone con scarsa convinzione; anche quando si mette in viaggio alla ricerca del proprio passato sembra che in lui le passioni siano del tutto congelate. Spesso non capisce quello che gli accade, ma non vi dà peso.
Il lettore, invece, ne ricava frustrazione. Registra insensatezza in taluni eventi (inconclusi) e si chiede perché l’autore abbia voluto inserirli per poi lasciarli sospesi.
Il finale aperto è in linea con questa vaghezza, probabilmente ricercata di proposito, ma alla fine dei conti, un po’ deludente. Insomma, non sono sazia!!!
La prosa, invece, anche nella traduzione di Antonietta Pastore (ero abituata alla penna di Giorgio Amitrano!) mi piace tanto. Limpida, quasi a compensare il torbido della narrazione, è un piacevole abbraccio, una voce che non affatica. Con i suoi mezzi toni, le sfumature delicate è l’elemento che più mi ricorda Norwegian Wood.
Non tutto è perduto, dunque, in questo romanzo “sospeso”.

Zoom
Passaggi improvvisi guizzano nella lettura ed eccomi, con la matita, a sottolineare come una matta, per fare mia una frase, una sfumatura, un punto fermo. Da lettrice, amo ritrovarmi in ciò che leggo.
Tsukuru cercava di calcolare quanto tempo la gente sprecasse ogni giorno nei tragitti. Mediamente, da un’ora a un’ora e mezza per andare e altrettanto per tornare. Più o meno. Un comune impiegato sposato, con uno o due figli, e che lavorava in centro, se voleva avere una casa di proprietà doveva rassegnarsi a vivere in un quartiere periferico raggiungibile in quel lasso di tempo come minimo. Quindi delle ventiquattro ore della giornata due o tre se ne andavano solo per spostarsi avanti e indietro dal posto di lavoro. Nei treni affollati, se era fortunato, riusciva a leggere il giornale o un tascabile. Forse era anche possibile ascoltare sull’iPod le sinfonie di Haydn, o studiare conversazione spagnola. O magari, per alcuni, chiudere gli occhi e abbandonarsi a riflessioni metafisiche. Tuttavia, in generale, era difficile considerare quelle due o tre ore al giorno un tempo utile. In un’esistenza umana, quanto tempo veniva rubato da quegli spostamenti (probabilmente) privi di significato? 
In quale misura tutto questo causava stress e fatica?
Et voilà sono proprio io, cari amici: una pendolare che legge, sonnecchia, spende sugli autobus il meglio della propria giornata e non si rassegna.
Nel brano scelto, tuttavia, non c’è solo la mia fatica quotidiana, c’è forse anche il perché Murakami abbia speso tante pagine in particolari inutili e in sequenze narrative senza sviluppo. Esse sono come le ore trascorse sui mezzi pubblici, insensate e necessarie. Parti della vita in cui il tempo si spreca, nostro malgrado, ma di cui non ci si può liberare.
Non si può raccontare la vita, ed essere credibili, senza raccontarne il tempo perso.

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