
Il libro, fuori
posto per puro caso, mi ha lanciato l’esca. Così, oggi, in spiaggia, ho messo
da parte il noir di Nesbø con i suoi strangolatori, l’alcol, i night, le
scandinave uccise, e ho lasciato spazio alla poesia di Lavorare Stanca, ritrovando
la parola impura, materica, di Pavese
che meglio si sposa alla concretezza ruvida degli scogli, alla realtà
ancestrale del mare, del vento, all’assoluto del sole sulle nostre teste.
Eccola, la mia
lettura d’agosto perfetta!
La poesia di
Cesare Pavese non è liquida, non è canto, non ha la dolcezza di certe assonanze
pascoliane, né le rime aspre e chiocce di Montale, non le voluttà dannunziane
né le arditissime analogie dei simbolisti. Non evoca e non grida. Non piange e
non denuncia. La sobrietà senza retorica la fa bella e diretta. In essa, un
racconto, un mito, esistenze fatte di carne, fatica, ozio pieno e silenzio.
L’ubriaco “che non vede né case né cielo/ ma li sa”. Contadini. Idioti. La
prostituta al caffè al mattino, a riposo. La moglie del barcaiolo. Bambini. Il
vecchio. Il giovane smilzo. Il cugino. “Vent’anni è stato in giro per il mondo”
“Mio cugino è tornato, finita la guerra, / gigantesco fra i pochi. E aveva
denaro”. La donna che è corpo, materia, collina, vendemmia, uva da spremere.
La prima
poesia: “I mari del Sud” (settembre- novembre 1930) mi abbaglia. Un'epopea
taciuta più che raccontata, sognata e lontana, grande proprio nel silenzio, nel
non detto. Dice lo straniamento di chi torna a casa, dopo aver tanto vissuto,
tanto visto e cerca (e trova e non trova) quello che c'era un tempo. Dei mari
del sud “Solo un sogno/ gli è rimasto
nel sangue: ha incrociato una volta/ da fuochista su un legno olandese da
pesca, il Cetaceo, / e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, / ha veduto
fuggire balene tra schiume di sangue/ e inseguirle e innalzarsi le code e
lottare alla lancia./ Me ne accenna talvolta / Ma quando gli dico / ch’egli è
tra i fortunati che han visto l’aurora/ sulle isole più belle della terra, / al
ricordo sorride e risponde che il sole/ si levava che il giorno era vecchio per
loro.” Sfuma nella prosaicità del lavoro quotidiano l’eco a Melville e al
grande Cetaceo. Il grande cugino ha
navigato, esperto, non si lascia abbacinare dal fulgore letterario di certe
fantasticherie da romanzieri.
Altre volte è
un’immagine che mi colpisce, un dettaglio che porta in sé una storia, come la
sciarpa perduta della protagonista di Due sigarette (1933): “Questa sciarpa veniva da
Rio, ma dice la donna/ che è contenta di averla perduta, perché mi ha
incontrato./ Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte/ sull’oceano
inondato di luce dal gran transatlantico. Certo, notti di vento./ È il regalo
di un suo marinaio./ Non c’è più il marinaio. La donna bisbiglia/ che, se salgo
con lei, me ne mostra il ritratto/ ricciolino e abbronzato. Viaggiava su
sporchi vapori/ e puliva le macchine: io sono più bello”. Con la sciarpa io
pure, sul transatlantico pieno di luci, in notti piene di vento, dalla costa di
Rio viaggiavo e mi dimenticavo della caletta affollata nella mattina ventosa
d’agosto duemilaquattordici. E della scottatura sugli omeri.
Credo che sia
il mio cronico bisogno di ascoltare racconti che mi conduca a Pavese prima che
ad altri poeti.
Viaggio nelle
Langhe oggi, tra paesaggi (quanti i componimenti col titolo di Paesaggio!) di
colline e di mare. La città di Torino appare, a volte, fra questi versi. È la
modernità che giunge stordita e impone ritmi nuovi che la provincia,
tutt’intorno, immota, non comprende. “La città mi ha insegnato infinite paure:/
una folla, una strada mi han fatto tremare,/ un pensiero talvolta, spiato su un
viso./ Sento ancora negli occhi la luce beffarda/ dei lampioni a migliaia sul
gran scalpiccio”.
E che dire
delle Donne appassionate[1]?
Di quella creatura quasi mitologica che
riaffiora dall’acqua, metà ricordo, metà sogno, metà sirena “ Ci sono occhi nel
mare, che traspaiono a volte”? “Quell’ignota straniera, che nuotava di notte/
sola e nuda, nel buio quando muta la luna, / è scomparsa una notte e non torna
mai più./ Era grande e doveva esser bianca abbagliante/ perché gli occhi, dal
fondo del mare, giungessero a lei.”
Dalle Langhe
agli ulivi secolari della mia terra, il passo è breve. Storie di contadini e
marinai si somigliano tutte.
Della provincia che schiva la modernità e si
aggrappa alle tradizioni e ai miti io non ho conosciuto che i racconti (di chi
non c’è più). Forse è per questo che amo la voce anti-lirica di Pavese, per un
non so che di familiare - e di perduto al contempo.
bella recensione (la parola recensione è troppo austera) mi ha suscitato l’idea di leggerlo (da qualche parte devo averlo)
RispondiEliminaGrazie, Diego! No recensione proprio no, di fronte a Pavese non posso, "impressioni di lettura" piuttosto, che mi piace condividere e intrecciare con quelle degli altri...
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