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martedì 14 ottobre 2014

Una mutevole verità. Romanzo o cronaca?

Oggi vi propongo una recensione davvero mini. Infeltrita più del solito.
Ho letto al volo un giallo di Gianrico Carofiglio, trovato in giro per casa: Una verità mutevole, edito da Einaudi Stile Libero Big (giugno 2014).

Mi ha colpito una noticina a caratteri minuti fra le pagine di guardia: “Edizione realizzata in collaborazione con l’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicentenario dei Carabinieri”. L’autore non è tra i miei preferiti, ma anni fa ho apprezzato Il passato è una terra straniera, un noir ambientato in una Bari notturna e cupa, molto diversa da quella allegra e chiassosa che allora frequentavo quotidianamente con la spensieratezza della studentessa universitaria innamorata dei colori delle vetrine e delle bancarelle del centro (incensi, bracciali, anelli, sculture in legno, diari, specchi, sciarpe, occhiali, cappelli.)

Incipit
“Cardinale Lorenzo detto ‘u tuzz – cioè la «testata» - era un rapinatore, specializzato in banche e uffici postali. Lui e i suoi complici avevano una tecnica efficace: rubavano un’auto di grossa cilindrata, o addirittura un camion; aspettavano l’orario di chiusura al pubblico, quando le casseforti erano aperte, i sistemi di sicurezza da tempo disattivati e gli impiegati contavano il denaro. Allora lanciavano l’auto – o il camion – a marcia indietro contro la vetrina blindata, la sfondavano, entravano armi in pugno, prendevano il denaro e andavano via. Ovviamente con una macchina diversa.”

L’Infeltrita
Una mutevole verità è un romanzo breve e asciutto, un poliziesco classico che procede senza sbavature dalla registrazione di un omicidio alla risoluzione del caso. Nel cuore della storia il messaggio è subito dichiarato: la verità è ricerca, è uno scavo che richiede pazienza, attenzione ai dettagli ma non al superfluo. Quando la verità è troppo evidente bisogna alzare la guardia. Proprio allora, infatti, c’è il rischio di un pericoloso abbaglio.
L’indagine è condotta dal maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio. Nomen omen dicevano gli antichi e lui, in ossequio all'illustre cognome, ama leggere, frequenta librerie e ascolta musica classica, vorrebbe studiare lettere e prima o poi lo farà.
Fenoglio è un uomo attento, di grande umanità, capace di tenersi discosto dalla violenza che il suo mestiere gli pone davanti, sia essa frutto di un reato, sia essa metodo d’indagine usato e abusato dai colleghi. Non ha pregiudizi Fenoglio, perciò non si fida delle apparenze. E se l’istinto lo porta a dubitare di qualcosa o di qualcuno non lo asseconda alla cieca, ma prova a mettere in discussione l’impalcatura di certezze razionali che ha costruito, ne saggia la tempra. Se l’edificio tiene la certezza è fondata, se scricchiola, l’istinto ha avuto ragione e bisogna cercare nuove piste, altre tracce; Fenoglio non si tira indietro. È un buon carabiniere, di quelli che chiunque si augurerebbe di incontrare davanti. Sembrano capirlo tutti, persino i pregiudicati.
Nelle ultime pagine, come un’ombra, fa la sua comparsa una vecchia conoscenza dei lettori di Carofiglio: l’avvocato Guerrieri, protagonista di molti altri romanzi. Qui è una comparsa, quasi una citazione, eppure sembra avere il merito indiretto di portare l’assassino alla confessione. 
Sullo sfondo c’è Bari: i luoghi, però, scorrono senza ingombrare. Non sono protagonisti. Qui c’è via Sparano, lo shopping, le vetrine, i profumi delle signore. Lì il Petruzzelli ancora in piedi. La chiesa russa, qualche parola su San Nicola da Mira. Siamo alla fine degli anni Ottanta, pochi passaggi ce lo dicono: la Ritmo del maresciallo, i cappotti dalle ampie spalline, il profumo Poison di Dior. Nulla che ecceda. Nulla che indulga verso un lirismo puramente ornamentale. La storia potrebbe essere ambientata a Roma o a Firenze o a Vercelli, resterebbe in piedi perfettamente.
Lo stile ha la puntualità dei verbali. La scelta dei sostantivi e dei verbi affonda in un italiano standard quasi asettico. Aggettivi e avverbi hanno una funzione informativa, giammai espressiva: non servono a emozionare, ad abbellire, a colorire, a enfatizzare. Solo a precisare. La scrittura è in funzione della storia che deve emergere - come emerge! - in primo piano, nitida e chiara. 

Lo consiglio a chi NON ama libri lunghi, trame complesse, colpi di scena fini a se stessi.
 

Zoom
Sulle prime il romanzo mi è sembrato un po’ anemico. Freddo.

“Le date, i nomi, i luoghi indicati in questo romanzo sono di fantasia. I fatti sono realmente accaduti, altrove”. La lettura di questa postilla mi ha, in parte, rassicurato. Ho avuto la sensazione che Carofiglio abbia voluto raccontarci un pezzo di cronaca, camuffato. Se è così lo scuso. Viceversa avrei chiesto alla sua penna una sforzo immaginativo più grande -  e più calore. Un personaggio come Pietro Fenoglio non glielo avrebbe di certo impedito.  

lunedì 18 agosto 2014

Attese disattese. Il pipistrello, Jo Nesbø

Acquisto un noir di origine scandinava. Il pipistrello di Jo Nesbø. Meccanismi istintivi generati dall’immaginazione, da associazioni spontanee, da pregiudizi geografici di matrice deterministica (..e già!) proiettano nella mia mente aspettative ben precise: atmosfere cupe, umido, notturni gelidi e inquietanti, grotte, paesaggi settentrionali sublimi e tremendi insieme, personaggi freddi più che spietati, figure algide, inquietudine quanto basta. Il Grande Nord, i fiordi, gli inverni senza fine.
Semplificando: pipistrello più Norvegia più assassino uguale romanzo gotico. Noir, nero, buio pesto.
E casco male, anzi malissimo.
Perché mi ritrovo in Australia!
Già dalle prime righe mi accorgo che le 412 pagine di Nesbø mi trascineranno, mio malgrado, per spiagge affollate di una Sidney tentacolare, tra surfisti unti e bisunti col naso e la bocca sbiancati da creme solari, spacciatori nerboruti, hippie invecchiati (male), aborigeni sradicati, prostitute, spogliarelliste, night club, pestaggi, sbronze, battute da telefilm, lottatori professionisti, clown omosessuali e Drag Queen. Paesaggi assolati e dilatati. Un’estate senza fine, dove un serial killer colpisce indisturbato strangolando con ferocia donne bionde, tra cui la norvegese Inger Holter.
A parte lei, l’ispettore Hole (non pronunciatelo all’inglese, non è un buco! Si legge holi, se non ho capito male) e la svedese Birgitta non c’è nient’altro di scandinavo.
E il lettore se lo faccia bastare.

Incipit
C’era un problema.
Sulle prime l’addetta al controllo passaporti gli aveva rivolto un sorriso a trentadue denti: - Come sta, mate?
 - Benissimo, - aveva mentito Harry Hole. Aveva trascorso più di trenta ore da quando era partito da Oslo, via Londra, e fin dallo scalo nel Barhein era rimasto seduto nello stesso maledetto sedile accanto all’uscita d’emergenza. Per motivi di sicurezza si poteva reclinare solo di pochissimo, e ancor prima di arrivare a Singapore aveva le reni a pezzi. E adesso neanche la donna al desk sorrideva più.
L’Infeltrita
Attese disattese, ma la delusione si dissolve di fronte all’insieme: una struttura solida, una storia non banale, ricchezza di motivi, personaggi robusti - non figurine.
La narrazione, che sulle prime mi pareva poco convincente, perché troppo solare, chiassosa, quasi sguaiata -  “americanizzata” tanto per continuare con i pregiudizi geografici! – è diventata potente e perfettamente noir a metà del romanzo, dopo circa duecento pagine di giri e peregrinazioni australiane. È come se a un certo punto, alla fine di un innocuo dondolio durato ore e ore, ci sia stata l’impennata improvvisa. Attesa e disattesa. Apparsa quando disperata. L’onda vera, immensa, splendida e micidiale.
E mi sono dimenticata delle coordinate geografiche. Australia, Scandinavia, giorno, notte. Tutto è passato in secondo piano.
A Nesbø probabilmente non interessano le atmosfere, ma gli eventi che risucchiano i personaggi in un gorgo, spremendoli nelle loro fragilità di corpi abbandonati alla violenza - cieca ingiustificata complessa - nella loro impotenza davanti al male, mentre colano a picco nell’ombra che si portano dentro. E lo scavo psicologico, che di solito apprezzo, è superfluo. Non detto, l’animo umano filtra dai silenzi, dagli sbandamenti, dalla sbronza micidiale del protagonista, dagli incubi, dalle parole che rimpiangono, da quelle che soppesano, dalla foresta cupa e fitta che emerge – improvvisa - laddove sembravano esserci solo sentieri battuti e bene illuminati.
Il romanzo si compone di tre parti, ciascuna delle quali è dedicata a una figura mitologica aborigena. Walla, il guerriero che vendica la propria amata uccisa dal serpente giallo e marrone; Moora, la fanciulla più bella della tribù uccisa dal serpente; Bubbur, il serpente. Un crescendo di intensità nel ritmo narrativo e nel fosco del noir. Ogni parte è, a sua volta, suddivisa in capitoli, i cui nomi eccentrici richiamano alcuni momenti della narrazione che, fuori contesto, assumono per effetto di straniamento una patina di ironia necessaria ad alleggerire il peso di una trama che viaggia tra assassini, drogati, sbandati, sensi di colpa inconfessati e perciò massacranti. 
Su tutti aleggia Narahdarn, il pipistrello, figura mitologica che reca la morte nel mondo.
Ho avuto bisogno di tempo per entrare nello stile di Nesbø che non lascia troppo spazio agli orpelli, alle metafore e ai dettagli. Sulle prime, mi disturbava una traduzione che privilegiava la resa vicina all’originale con molti corsivi e poche italianizzazioni. La ressa dei nomi dei locali, dei luoghi, degli animali, degli oggetti non traducibili, la mescolanza di inglese e lingue aborigene mi confondeva, ma costituiva il tratto distintivo di una narrazione che si gioca soprattutto sul rapporto conflittuale e irrisolto tra inglesi/europei colonizzatori e autoctoni/aborigeni sradicati.
Siamo di fronte a una scrittura veloce, che non indugia, piena di dialoghi serrati a cui spesso è affidato il compito di presentare i personaggi, le situazioni, gli indizi. Gli eventi che si consumano sotto gli occhi del lettore e quelli raccontati dai personaggi hanno già in sé gravità e ricchezza e rendono superfluo qualunque commento. Non c’è spazio per i giudizi, quindi. La narrazione basta a se stessa e rende descrizioni, digressioni e flashback subordinati alla storia, al punto che il lettore accetta persino di farsi trasportare nella mitologia, fra esseri mostruosi primordiali e giovani eroi vendicatori, senza percepire un rallentamento nel ritmo narrativo. E alla fine apprezza tali inserti comprendendo che il romanzo insiste proprio sul disagio degli indigeni privati della terra, della cultura, delle radici profonde; assorbiti dalla modernità in una integrazione falsa superficiale che di fatto li rende ancora più avviliti e umiliati.
Scorrevole, ben strutturato, mai noioso, mai troppo cervellotico come accade a certi gialli impossibili, “Il pipistrello” è il primo romanzo di una serie che ha come protagonista Harry Hole, un detective dal passato tormentato e dal carattere un po’ schivo. In Italia è stato tradotto solo quest’anno da Eva Kampmann per Einaudi Stile Libero.

E - che altro dire?-  lo consiglio. Personalmente, tornerò a leggere di Harry prima o poi.

Zoom
Amo un personaggio, in particolare. Andrew Kensington, aborigeno, detective misterioso e saggio, collaboratore di Harry Hole in quel di Sidney. A lui il passaggio migliore del libro:
«Be' Harry, non necessariamente si impiega molto tempo a conoscere i sentieri più battuti della grande foresta buia. Alcune persone hanno delle belle strade dritte con tanto di lampioni e di targa. Sembrano disposte a raccontarti tutto, ma è proprio in questi casi che devi fare più attenzione a non dare le cose per scontate. Perché non è sulle strade illuminate che trovi la vita animale della foresta, quella la devi cercare nella macchia e nel sottobosco. 

- E quanto tempo ci vuole per conoscere la vita animale?
- Dipende dalle persone. E anche dalla foresta. Certe foreste sono più buie di altre»  Di lui si sente la mancanza quando il libro si chiude. Di lui, più che di Harry Hole - che potremo comunque ritrovare in altri episodi della serie, quando avremo di nuovo voglia di Norvegia (!)

Andrew Kensington è l’Australia, mezza inglese mezza indigena. Confusa. In cerca di radici. Loquace e misteriosa al contempo. Antichissima e moderna. Spezzata.


giovedì 31 luglio 2014

Solo in apparenza - Vinci Formica




Titolo: Solo in apparenza
Sottotitolo: Un’indagine del dottor Bellati
Autore: Vinci Formica
Editore: Libro/mania gruppo DeAgostini
Pubblicazione: giugno 2014
Pagine: 151
Genere: giallo
Formato: e-book 
IBSN: 9788898562466
Costo:  3,99

E-book disponibile in formato Epub e Mobi su:
Amazon, Ibs, BookRepublic, Kobo, LaFeltrinelli,
LibreriaRizzoli,UltimaBooks, GooglePlay,
Net-Ebook,FeedBook


Ecco a voi Milano e un dentista. Non me ne voglia Saba (ndr Trieste e una donna)
Ho appena terminato la lettura di Solo in apparenza. Un’indagine del dottor Bellati che, con gentilezza ed entusiasmo, mi è stato offerto dalla sua autrice, Vinci Formica. Ve la presento: è nata a Milano dove vive e lavora, si è laureata in Lettere Moderne e collabora con la pagina culturale del quotidiano Il Cittadino di Lodi.
Il suo è un giallo godibilissimo che per tre giorni mi ha condotto lungo le strade affollate di Milano, dai Navigli punteggiati di insegne all’imbrunire, sotto la nebbia fitta, ai ristoranti di Brera fra musica jazz e cene raffinate, dall’hinterland disadorno e operoso al condominio elegante del QT8, che è un quartiere a misura d’uomo ricco di verde. Un quartiere residenziale abitato da gente per bene. Un quartiere tranquillo - ma non troppo!- dove, una sera come tante, urla disperate annunciano la scoperta di un cadavere: è, anzi era, il mastodontico Ingegner Garlassi, imprenditore capace e generoso, da tutti stimato, eppure subdolamente assassinato. 
Indaga il dottor Bellati.
Chi è il dottor Bellati? Non è un commissario, come ci si aspetterebbe.
Qui “dottor” sta proprio per dottore. Cioè medico. Più precisamente dentista.
Poco oltre i quaranta, piacente, amante dei ritmi rilassati, della buona tavola, delle giovani donne senza troppe aspettative (ok, forse quest'ultimo attributo è frutto della mia fantasia, ma d’altronde il lettore collabora con l’autore a dare senso e significato al testo e io il signor dentista me lo immagino fortemente affetto dalla sindrome di Peter Pan), Alberto Bellati è pieno di garbo, ma curioso. Diciamo pure ficcanaso.
Il ritratto annuncia una presenza che potrebbe diventare con facilità familiare al lettore, e magari l’autrice sta già pensando ad altre indagini, altri casi, a una serie.

Incipit
Alberto mise giù la cornetta senza capire l’ultima frase. D’altra parte non era compito suo occuparsene e non aveva diritto a sapere altro. Poco più di dieci giorni e il gioco era finito.
L’infeltrita
Il cuore della narrazione, un enigma: tre sospettati, tre moventi indiscutibili, tre indiscutibili alibi.
Chi indaga? Ufficialmente il commissario Massimo Ponte, di fatto – e sottotraccia – il dottor Alberto Bellati, il dentista del settimo piano, proprio sopra quello in cui si è consumato il delitto Garlassi. Dieci giorni per la soluzione. La narrazione, dopo il prologo (che tuttavia è un quasi-epilogo), ci porta indietro a ripercorrerli dall'inizio, a partire da una sera d'inverno in un condominio come tanti.
Quella di Bellati sarà un’indagine deontologicamente scorretta perché frutto di curiosità, un “gioco”, come dice lo stesso Alberto, intrigato dall’evento insolito e al contempo turbato dalla realtà del mondo esterno che lo assedia, con le sue luci e le sue ombre, prossima e perentoria.
Alberto Bellati gioca a fare il detective ma, pian piano, passa dalla leggerezza del curioso (che lo accomuna agli altri condomini indiscreti) alla gravità di chi, tolto il velo alle apparenze, smaschera la realtà cruda e fronteggia la miseria umana che ogni delitto si porta dietro. 
Cresce il nostro dentista, dopo il suo primo caso. 
Perché mi è piaciuto
Nei gialli amo poco l’intreccio in sé, lo sapete dalle mie idiosincrasie verso Agatha Christie, ma apprezzo la cornice, l’ambiente, i luoghi, la società - il milieu, si diceva un tempo - i personaggi che vi si muovono perfettamente incastrati. 
E poi, ad Alberto Bellati ci si affeziona! Col suo “amore per una città che, pur con tutti i suoi difetti, sapeva essere il crocevia del nuovo, l’anticamera del futuro imminente e che sapeva far sentire, anche in mezzo alla folla, il senso di libertà e di indipendenza” il dottor Bellati riflette Milano e il suo spirito, la solitudine gratificante e appetibile. Si piace e ci piace. 
Ci si affeziona alle donne che ruotano intorno a lui, dalla giovane moglie della vittima, Monica Garlassi, alla bella Valentina, l’ultima conquista di Bellati, passando per la segretaria Simona, metodica e nervosa, ma inaspettatamente esperta di PC, Internet e reti. E alla storia. Ci si affeziona alla storia che s'interrompe bruscamente, sciolti i nodi, e di cui si vorrebbe...un'appendice, una chiosa, una postilla, qualche parola ancora. Per spiare i personaggi ancora un poco nella tranquillità ricomposta. 
A me è piaciuto perdermi per la grande metropoli, che conosco poco e di cui mi sono sentita parte. E così, arrivare alla fine è stato un po' come mettere fine a un viaggio, ritornare a casa dopo una gita.
A chi lo consiglio?
A chi ama il giallo, la lettura scorrevole, lo stile veloce, il lessico puntuale, l'attenzione ai luoghi. A chi ha voglia di una voce nuova. A chi ama avere il fiato sospeso fino all’ultima pagina e a chi è sempre un po' triste quando all'ultima pagina ci arriva.

E a chi ama Milano (o a chi , come me, non la conosce abbastanza.) 

venerdì 4 luglio 2014

Ho ucciso Agatha Christie e ho scoperto Simenon

C’è sempre la prima volta.

A Maigret ci sono arrivata tardi. Un po’ come a tutti i giallisti nostrani (Camilleri, Malvaldi, De Giovanni). Il problema era uccidere il fantasma di Agatha Christie che incombeva  su di me con le sue carte da parati, la petulante Miss Marple e la bombetta di Poirot. Tazze da tè e maggiordomi a profusione, no grazie! Ne avevo letti a pacchi quando avevo dodici anni, gareggiando con l’allora amica di penna, Barbara, occhialuta rampolla di una famiglia della Torino bene. Vinceva sempre. Nell’intervallo tra una lettera e l’altra, per quanti sforzi impiegassi nell’emularla, per quanta furia mettessi nelle mie letture appassionate, non riuscivo a tenerle dietro, lei finiva due o tre romanzi in più rispetto a me e ne parlava con dovizia di particolari, e sempre mi pareva che i suoi fossero più belli, più difficili, più interessanti dei miei.
L’indigestione, per quel che mi riguarda, è avvenuta poco dopo, ed è stata definitiva. La scoperta di un classico, Il Gattopardo, e subito mi sono sbarazzata della Christie e, con lei, di qualsivoglia desiderio di leggere altri gialli. Avevo scoperto un altro modo di fare letteratura. Forse, avevo scoperto la letteratura. Essa aveva a che fare con orizzonti più vasti e con meccanismi meno seriali, con voli e cadute, con una complessità che non è solo trama, ma interpretazione,  attribuzione di senso. E non sentivo più il bisogno di gareggiare.
In una parola, assuefazione.
Per molto tempo ho associato al giallo una scrittura piena di dettagli esteriori, macchinosa, infinitamente ripetitiva nelle sue continue varianti, decisamente incolore e improvvisamente incapace di soddisfare il mio bisogno di profondo, di riconoscermi in un passaggio o, al contrario, di straniarmi completamente di fronte al dettaglio spiazzante. Chiedevo a un libro un minimo sindacale di stupore, ma, nei gialli di Agatha Christie, al più, capitava che mi sentissi confusa e appesantita. Troppi personaggi, troppe giravolte, troppe aspettative per un finale ingegnoso e freddo.
La svolta? Un caso. Un regalo, quattro racconti sul commissario Maigret ormai in pensione (Assassinio all’Ètoile du Nord, ed. Adelphi, ovviamente). Insomma, partivo dalla fine, dal punto di arrivo, eppure c’era sapore di rivoluzione. Il distillato di Maigret ha funzionato, mi sono subito ubriacata. E così, ho conosciuto Simenon a trentadue anni. 
C’è sempre una prima volta.
Sono tornata a leggere gialli dopo un’infinità di tempo, a studi terminati, con un palato più esigente e un bagaglio di letture più ricco. E quello che ho trovato non è stato Agatha Christie.
Cosa fa la differenza?
Tazze da tè e domestici, morti ammazzati e indagini c’erano ancora tutti, ma la penna di Simenon passava sulla prosaicità del giallo con l’eleganza e la leggerezza del poeta, al punto da farmi dimenticare la meschinità della trama, l’artificioso aggrovigliarsi degli indizi, la banalità puntuale del morto e del suo assassino. Sentivo la pioggia di Parigi, il borbottio della stufa di ghisa, gli odori delle zuppe, lo scrosciare dei canali, il trapestio dei passi sulle strade, lo scivolare delle sete fra le gambe delle signore. E tutti questi dettagli non avevano lo spessore di una carta da parati, non erano una quinta che facilmente puoi strappare tanto è posticcia, assumevano, piuttosto, fra le righe, il peso dei mattoni, saturando di senso la pagina e costruendo, sotto i miei occhi di lettrice, ancora un po’ scettica, la città, l’hotel, il boulevard.
La differenza tra Christie e Simenon è nello sguardo.
Simenon osserva il mondo con gli occhi di un uomo che guarda i suoi simili con pietà, li fissa nelle pose che più solennemente li fanno umani - e tuttavia li coglie nell’attimo di un quasi impercettibile stupore. C’è il fascino dei dagherrotipi nei suoi scatti, lo stordimento, come dopo la detonazione di un vecchio flash. Esempio:
La vide ancora un istante nello spiraglio dell’uscio, ed ebbe la sensazione di lasciarla smarrita, dopo averla colta di sorpresa in casa propria, nel tepore della villa.
E c’erano altri indizi, tenui, indefinibili,ma densi d’angoscia, negli occhi della giovane madre che chiudeva la porta.”  (da Pietr il Lettone di Yasmina Melaouah )

Georges Simenon, I Maigret vol. 1
ADELPHI
I capitoli si chiudono con tocchi brevi e intensi, pennellate veloci, ombre. Su questi chiaroscuri si innesta la suspance, che non scaturisce da colpi di scena eclatanti e attesi, ma da indizi vaghi e torbidi, che provengono dall’espressone rubata a un volto, da uno stato d’animo, dalle mille forme che assume l’inquietudine nei mezzi toni di un dialogo o nei gesti non controllati.
La Christie è una fotocamera digitale, una videocamera a circuito interno, che prende tutto a strascico, senza sonoro e senza sfumature. Vestiti, stoffe, arredi, dimensioni, consistenze, ritratti. Una completezza che nulla aggiunge, che non lascia risonanze e rende superflua la nostra immaginazione.
La morte nei libri di Agatha Christie è un diversivo che solletica l’intelligenza di qualcuno. È espressione di arguzia, di due intelligenze fini e contrapposte che si fronteggiano e a cui il lettore non riesce a stare dietro, se non a prezzo di estenuanti acrobazie mentali, perlopiù errate.
La morte per Simenon non è un gioco, è uno strappo doloroso. È la vita nel suo multiforme spettacolo che bruscamente s’interrompe e lascia in sospeso le storie non vissute, le azioni che non si sono potute compiere fino in fondo. Maigret porta con sé il peso del tragico e la stanchezza di chi scava nell’animo e sa di trovarci baratri di miseria e fragilità, sogni infranti, debolezze, voli troppo arditi e destinati allo schianto.
Su tutti i personaggi si posa una dignità letteraria, una forma di rispetto. Il lettore non ha la sensazione che essi, anche quando secondari, siano messi lì per creare confusione, per depistarlo nelle sue congetture, per animare uno schema atteso.
Essi sono parte di una coralità che racconta le mille sfumature dell’umano. Importanti quanto la vittima, l’assassino, il commissario. I personaggi femminili, in particolare, sono ipnotici. La sensualità inquieta delle donne che si affacciano nei romanzi di Simenon fa da contrappunto alla presenza discreta della moglie di Maigret, collocata nello spazio buono della casa, al riparo dalle angosce del mondo esterno, in un recinto esclusivo dove la macchina narrativa si ferma, in attesa di un’altra avventura.

Zoom:
C'era tutto Maigret nello sguardo ch'egli fece pesare su di lei! Una calma! Un'indifferenza! Come se avesse udito solo il ronzare di una mosca! Come se avesse avuto davanti a sé un oggetto qualsiasi. Nessuno l'aveva mai guardata in quel modo. Si morse le labbra, arrossì violentemente sotto il fondotinta e batté il piede con impazienza. Lui continuava a fissarla. Allora, esasperata, o forse non sapendo cos'altro fare, ebbe una crisi di nervi.  (da Pietr il Lettone trad. di Yasmina Melaouah)
Ecco una fotografia che mi spiazza nella sua virata finale, perché fulminante e inattesa. 
Non c’è nient’altro da dire e questo è sufficiente.