Visualizzazione post con etichetta Murakami Haruki. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Murakami Haruki. Mostra tutti i post

giovedì 9 ottobre 2014

L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Amici cari, scrivere è sempre un piacere, ma che fatica quando le urgenze del quotidiano, il lavoro e la stanchezza incalzano sottraendo tempo e forze alle mie infeltrite!
Oggi, però, ho voluto a tutti i costi ritagliarmi un piccolo spazio sul finire di questo pomeriggio autunnale straordinariamente limpido, per parlarvi della mia ultima lettura.
Dal momento che anche per quest’anno Murakami Haruki NON ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura, benché fosse tra i più quotati nel TotoNobel, ho pensato di occuparmi di lui e del suo ultimo lavoro: “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”, edito da Einaudi e tradotto da Antonietta Pastore. Consideriamolo una sorta di risarcimento a me stessa e alle inutili speranze elargite: nonostante diverse delusioni, Murakami ha sempre un posto speciale nel mio cuore.
Il titolo a qualcuno è parso profetico: il romanzo è fumoso, dall’andamento ondivago, con un finale sospeso, più che aperto, e complessivamente (forse volutamente?) INCOLORE. È il giudizio che si ricava, per esempio, da questa bella recensione che ho avuto modo di leggere un po’ di tempo fa: De inanitate, autore Pino Sabatelli.
Nel romanzo, tuttavia, vi sono spunti e suggestioni che mi piacciono. Se ne volete sapere di più, eccovi la “recensione infeltrita” della giornata.

Incipit
Dal mese di luglio del suo secondo anno di università fino al gennaio seguente, Tazaki Tsukuru aveva vissuto con un solo pensiero in testa: morire. Nel frattempo aveva compiuto vent’anni, ma raggiungere la pietra miliare della maggiore età non era stato per lui un evento particolarmente significativo. Metter fine ai suoi giorni gli sembrava la cosa più naturale e coerente. Per quale motivo, però, non avesse fatto quell’ultimo passo, ancora oggi non riusciva a capirlo. E dire che in quel periodo attraversare la soglia che separa la vita dalla morte sarebbe stato più facile che bere un uovo dal guscio!
L’Infeltrita
Le mal du pays di Liszt, nella sua traduzione italiana Gli anni di pellegrinaggio” è la colonna sonora di questo romanzo. Un tema musicale, come sempre, poco noto, presentato in una esecuzione raffinata. Murakami non si smentisce. Affida alla musica l’atmosfera di fondo della narrazione: la nostalgia, una tristezza cheta ma cronica, che porta il protagonista a rimpiangere il suo paese, la per sempre perduta adolescenza che è terra di perfezione, di armonia ideale, di amicizia pura-incorruttibile-asessuata. Una terra che si deve abbandonare prima o poi, raccogliendo le proprie forze, sporcandosi, corrompendosi. 
In una parola, crescendo.
Crescere è come morire: si cambia aspetto, dimora, affetti, pensieri, prospettive. Si distrugge quello che c’era prima, ed è sempre tragico. Tazaki Tzukuru cresce dopo essere stato abbandonato dai suoi quattro amici. Espulso dal cerchio perfetto di un gruppo pieno di ideali, di colori, di personalità disposte a reprimere i propri impulsi pur di preservare un’armonia senza dissonanze.
L’esperienza del rifiuto o dell’abbandono è una tappa che tutti prima o poi si trovano a vivere e, dal punto di vista di chi la subisce, essa ha sempre la forza schiacciante di un’ingiustizia che resta inspiegabile e priva di senso. Qualcuno reagisce involvendo: attraversa più o meno metaforicamente la soglia che separa la vita dalla morte e perde le forze vitali. Altri, invece, dopo un periodo di “pellegrinaggio” per lande desolate, evolve. La maturità, spesso, è un processo che passa attraverso eventi dolorosi e improvvisi.
È quello che accade al protagonista, Tazaki Tzukuru. Il suo nome significa “costruire” e rispecchia per puro caso il suo talento: progettare stazioni. È un ingegnere, ha 36 anni. Da tempo sente di essere “incolore”, privo di personalità, una convinzione che ha maturato anche da quando, senza una spiegazione, i quattro amici del liceo lo hanno allontanato, pregandolo di non cercarli più. A vent’anni delusioni del genere fanno desiderare la morte, come ci mostra l’incipit un po’ fosco che vi ho riportato. Tazaki Tzukuru, però, non muore, cresce.
Attraversa “anni di pellegrinaggio”, vaga cercando di rimettere insieme i cocci sconnessi della sua anima, costruendo pian piano la sua identità di adulto. Il processo sarà terminato solo quando avrà ritrovato gli amici di allora, ormai cresciuti, e chiarito le ragioni dell’allontanamento imposto.
"Una realtà parallela, che poteva nascere soltanto dalla forza di un'immaginazione
 liberata in un momento particolare, in un luogo particolare."
Un romanzo ibrido. Da un lato, la vena intimistica e delicata che fu di Norwegian Wood (ma senza la stessa coerenza), dall’altro sequenze narrative in cui la dimensione reale e quella onirica si sfiorano accennando a un mistero, fino alla fine non risolto,che confonde il lettore.
Come in altri romanzi di Murakami, l’inconscio e le pulsioni irrazionali si materializzano assumendo forme concrete (gnomi malvagi, sogni che non sono mai del tutto tali, figure che sbucano dal passato, dita amputate, avatar notturni) che trovano posto accanto alla quotidianità più ordinaria. Non tutto si riesce a capire o a interpretare con coerenza, a volte si ha l’impressione che ci siano capitoli superflui oppure talmente eccentrici che sembrano non incastrarsi nella trama, ma fungere da distrattori.
Tazaki Tsukuru ha scarsa stima di sé, si percepisce insignificante, ma in realtà è l’unico capace di scegliere, di seguire le proprie aspirazioni. I quattro amici perfetti e “colorati” alla fine ripiegano su esistenze non profondamente desiderate. Al lettore, in ogni caso, sembra di muoversi tra personaggi scialbi.
Il protagonista è snervante: accetta di farsi allontanare da un gruppo senza neppure domandarne la ragione; trascorre quindici anni della sua vita con un dolore sordo e congelato nel cuore ma non lo affronta; accetta passivamente la solitudine impostagli dagli altri e solo dopo essere stato insistentemente sollecitato da Sara, un’amica a cui scopre di voler bene, decide di sollevare il coperchio dell’anima per guardarvi le verità nascoste.
Il personaggio vive i suoi 36 anni fluttuando, si pone poche domande o se le pone con scarsa convinzione; anche quando si mette in viaggio alla ricerca del proprio passato sembra che in lui le passioni siano del tutto congelate. Spesso non capisce quello che gli accade, ma non vi dà peso.
Il lettore, invece, ne ricava frustrazione. Registra insensatezza in taluni eventi (inconclusi) e si chiede perché l’autore abbia voluto inserirli per poi lasciarli sospesi.
Il finale aperto è in linea con questa vaghezza, probabilmente ricercata di proposito, ma alla fine dei conti, un po’ deludente. Insomma, non sono sazia!!!
La prosa, invece, anche nella traduzione di Antonietta Pastore (ero abituata alla penna di Giorgio Amitrano!) mi piace tanto. Limpida, quasi a compensare il torbido della narrazione, è un piacevole abbraccio, una voce che non affatica. Con i suoi mezzi toni, le sfumature delicate è l’elemento che più mi ricorda Norwegian Wood.
Non tutto è perduto, dunque, in questo romanzo “sospeso”.

Zoom
Passaggi improvvisi guizzano nella lettura ed eccomi, con la matita, a sottolineare come una matta, per fare mia una frase, una sfumatura, un punto fermo. Da lettrice, amo ritrovarmi in ciò che leggo.
Tsukuru cercava di calcolare quanto tempo la gente sprecasse ogni giorno nei tragitti. Mediamente, da un’ora a un’ora e mezza per andare e altrettanto per tornare. Più o meno. Un comune impiegato sposato, con uno o due figli, e che lavorava in centro, se voleva avere una casa di proprietà doveva rassegnarsi a vivere in un quartiere periferico raggiungibile in quel lasso di tempo come minimo. Quindi delle ventiquattro ore della giornata due o tre se ne andavano solo per spostarsi avanti e indietro dal posto di lavoro. Nei treni affollati, se era fortunato, riusciva a leggere il giornale o un tascabile. Forse era anche possibile ascoltare sull’iPod le sinfonie di Haydn, o studiare conversazione spagnola. O magari, per alcuni, chiudere gli occhi e abbandonarsi a riflessioni metafisiche. Tuttavia, in generale, era difficile considerare quelle due o tre ore al giorno un tempo utile. In un’esistenza umana, quanto tempo veniva rubato da quegli spostamenti (probabilmente) privi di significato? 
In quale misura tutto questo causava stress e fatica?
Et voilà sono proprio io, cari amici: una pendolare che legge, sonnecchia, spende sugli autobus il meglio della propria giornata e non si rassegna.
Nel brano scelto, tuttavia, non c’è solo la mia fatica quotidiana, c’è forse anche il perché Murakami abbia speso tante pagine in particolari inutili e in sequenze narrative senza sviluppo. Esse sono come le ore trascorse sui mezzi pubblici, insensate e necessarie. Parti della vita in cui il tempo si spreca, nostro malgrado, ma di cui non ci si può liberare.
Non si può raccontare la vita, ed essere credibili, senza raccontarne il tempo perso.

Dello stesso autore leggi altre recensioni infeltrite:


martedì 5 agosto 2014

1Q84: capolavoro di Murakami Haruki?

Oggi parliamo di 1Q84, come avevo annunciato un po’ di giorni fa SE NON RICORDI LEGGI QUI
Fenomeno editoriale del 2011, ricordo ancora con quanta forza, l'anno dopo, sia stata pubblicizzata da Einaudi su Twitter l’uscita del secondo volume del mastodontico lavoro di Murakami Haruki. E ricordo ancora quanto fossi stata allettata da un tale apparato pubblicitario: da questa lettura mi aspettavo un Murakami elevato al cubo!
Murakami Haruki, 1Q84 Volumi 1-2 Edizione Einaudi
traduzione di Giorgio Amitrano
L’opera, divisa in tre libri e pubblicata in due volumi (il primo contenente i libri 1 e 2 e il secondo dedicato esclusivamente al libro 3), ha creato molte attese anche grazie alla natura episodica, alla suspance indotta nei lettori, obbligati ad aspettare, nei mesi trascorsi fra una pubblicazione e l’altra, l’evoluzione della storia.
Nel titolo, una citazione evidente e un’altrettanto evidente variazione. Che non ci stupisce, perché già altre volte Murakami ha voluto omaggiare nei suoi titoli la letteratura europea e i suoi capolavori – penso, per esempio, a Kafka sulla spiaggia o anche a La fine del mondo e il paese delle meraviglie, a Norwegian Wood, se dalla letteratura tout court ci spostiamo alla letteratura musicale.
In 1Q84 si ammicca a un grande classico moderno, 1984 di Orwell, sostituendo il nove con la Q. Nella pronuncia giapponese, però, il numero nove e la lettera Q hanno lo stesso suono. Cambia il segno, che ci rimanda invece al Question Mark, che in inglese dovrebbe essere un punto interrogativo.
Questo punto interrogativo è la porta che apre un mondo parallelo, diverso solo in alcuni dettagli dal nostro, dove le barriere tra passato e presente e tra interiorità e realtà esterna non sono sempre ben definite. E ogni tanto capita di smarrirsi. 
Salutato come un grande capolavoro, di fatto mi ha deluso. È come se la suspense addensatasi, le aspettative createsi attorno all’uscita dell’ultimo volume, l’incredibile architettura che sembrava governare le storie del romanzo, oltre alla fantasia inquietante che ha partorito i Little People, creature minuscole e malvagie, e la crisalide d’aria, un bozzolo dove si creano doppi e dove si determinano ponti tra individui lontani nel tempo e nello spazio, venissero sgonfiati inesorabilmente dall’evoluzione dei personaggi e della loro relazione, dalle ripetizioni di alcuni segmenti narrativi, dalle atmosfere da anime che fanno del terzo libro una storia d’amore a distanza. Una storia d’amore bizzarra, bene assortita, ma in definitiva una storia d’amore. Insomma, un incipit da leoni e un finale da pecorella. 
Detto ciò, per chi non abbia ancora letto niente di Murakami, l’incontro con questo romanzo potrebbe essere sorprendente. Perché non si sa ancora a cosa e a chi si va incontro. Quindi, lo consiglio comunque. Magari, se potete, leggetelo prima di Kafka sulla spiaggia, perché senza termini di paragone, potrete trovarlo avvincente ed estremamente originale. Murakami, infatti, non somiglia a nessuno degli autori che ho letto, ma somiglia eccessivamente a se stesso. Numerose costanti si ripetono nei suoi libri, segni distintivi che alla lunga perdono freschezza e non stupiscono più.

L’incipit
Nel taxi la radio trasmetteva un programma di musica classica in FM. Il brano era la sinfonietta di Janáček. Non esattamente la musica più adatta da sentire in un taxi bloccato nel traffico. E del resto nemmeno l’autista sembrava ascoltarla con troppa attenzione. L’uomo di mezza età, era impegnato a guardare in silenzio la fila interminabile di auto che aveva davanti, come un pescatore provetto che, ritto a prua, scruta un minaccioso gorgo di correnti. Aomame, sprofondata nel sedile posteriore, gli occhi leggermente socchiusi, ascoltava la musica”
     

L'Infeltrita 
La musica è nei romanzi di Murakami una costante. Un motivetto, non troppo noto e non troppo sconosciuto - da intenditori, insomma – è la molla che mette in moto strani meccanismi interiori, apre varchi, determina rivoluzioni di cui, personaggio e lettore, sperimenteranno la portata solo molto tempo dopo. 
Aomame, imbottigliata nel traffico, su consiglio di uno strano tassista e sotto effetto di una sinfonia ceca, sceglie una strada alternativa per non arrivare tardi al suo appuntamento. Scende dall’auto e, benché vestita di tutto punto, scavalca una recinzione, imbocca un’uscita di emergenza e dopo l'interminabile discesa per una scala di sicurezza sospesa (nel vuoto) tra la tangenziale sopraelevata e il livello inferiore, si ritrova nei pressi della fermata della metro. “Non si lasci ingannare dalle apparenze. Di realtà ce n’è sempre una sola” le aveva detto il misterioso autista, poco prima di lasciarla andare. E Aomame non ha motivo di dubitarne, solo si domanda il senso, in quel momento, di una tale raccomandazione. Poco dopo, però, si accorge che qualcosa è cambiato, che ci sono state delle modifiche nel mondo. Non è facile mettere a fuoco cosa, si tratta di dettagli irrilevanti. Per esempio, le divise della polizia. O fatti di cronaca avvenuti nel passato di cui non si ricorda affatto. O la luna in cielo, bianca e grande, che accoglie adesso accanto a sé, una luna più piccola, rachitica, dalla luce più debole. Come una mother e una doughter. Non è più il 1984, ma il 1Q84. 
Aomame non si scompone e non dà di matto. Del resto è un sicario di professione, la lucidità e l’autocontrollo sono il suo mestiere. Il lettore – che non conosce ancora Murakami -  invece sobbalza, perché l’incipit del romanzo non lascia presagire la presenza del fantastico. Improvvisamente ci si sente traditi, è come se da un codice realistico si passasse di punto in bianco al surrealismo, senza adeguato preavviso. 
Accanto alla narrazione di Aomame e al suo punto di vista, c’è la storia e il punto di vista di Tengo. Le loro saranno due storie parallele che sembrano non intersecarsi mai, anche quando corrono vicinissime, si corteggiano e sovrappongono. I due si conobbero da bambini ai tempi della scuola, ma non  fecero in tempo ad approfondire quell'amicizia che sarebbe stata di certo speciale se fosse maturata, dal momento che entrambi condividevano esperienze di esclusione, solitudine, diversità rispetto al resto dei compagni.
Nel terzo libro, lo schema si complica e si aggiunge una terza voce, quella di Ushikawa, repellente detective sulle tracce di Aomame per conto del Sakigake, una fosca setta religiosa messa in pericolo contemporaneamente e su diversi fronti sia dalla giovane killer che dal solitario Tengo.
Tengo è un giovane professore di matematica, ma anche uno scrittore disciplinato e metodico che manca di fantasia, di ispirazione. Improvvisamente, il suo agente gli propone un affare. Riscrivere da ghost writer un romanzo bizzarro, La crisalide d’aria, la cui vera autrice è una diciassettenne dislessica, tanto bella quanto impenetrabile, che avrebbe dettato questa storia alla propria sorellastra per poi iscriverla a un concorso per esordienti. L'agente vuole farne un best seller. L’incontro tra Tengo, la diciassettenne Fukaeri e il suo tutore per l’accordo editoriale mette in moto un meccanismo pericoloso e inquietante. La storia di Fukaeri, che per quanto surreale, si sospetta realmente accaduta e denuncia la pericolosa setta del Sakigake, porta allo scoperto le responsabilità del suo Leader, in qualche modo legato a Fukaeri. Svela l'esistenza dei Little People. Creature minuscole che di notte emergono dalla bocca dei dormienti e si macchiano di brutali e imprecisate violenze. Oltre a causare incubi ricorrenti nella sottoscritta, che per l'appunto ama leggere prima di dormire e che fino a un anno fa viveva e dormiva da sola.
Di costanti alla Murakami, 1Q84 è molto ricco.

  1. C’è la musica, come abbiamo detto. 
  2. Il male, come impulso interiore e incontrollabile nelle sue numerose forme (perversione, grettezza, ferocia, senso di colpa, sopruso) che si oggettiva in personaggi o in entità misteriose. 
  3. L’inquietudine, ovunque, capitolo dopo capitolo, inspiegabilmente. 
  4. La solitudine dei personaggi, percepita come un momento di raccoglimento delle forze, di autosufficienza emotiva e materiale, dispiegamento di possibilità che la vita sociale confonderebbe.
  5.  L’appartamento- rifugio dotato di ogni comfort, nel cuore della città infinita di Tokyo, dove nascondersi da qualcuno/qualcosa di imprecisato e incombente. 
  6. Le montagne come un luogo sospeso. 
  7. Viaggi di allontanamento dal centro della storia (e della città) come diramazioni eccentriche necessarie alla maturazione dei personaggi. 
  8. Villaggi dove le dimensioni spazio temporali si annullano e Aomame e Tengo possono ricongiungersi per pochi istanti, sebbene rivivendo e arricchendo episodi della loro comune infanzia. 
  9. Spazi-madeleine necessari a riportare in vita il passato, a far rivivere occasioni lasciate andare con troppa fretta e non curanza, a cogliere le rose non viste, tralasciate. Non è un caso che Amoame, nel suo appartamento-rifugio dove si nasconde dal Sakigake, legga espressamente Alla ricerca del tempo perduto di Proust.
1Q84 nasce sul tentativo di recuperare un pezzetto di passato, di cambiare il corso delle cose, di ricongiungere due anime che si erano allontanate su strade molto diverse e lontane. 
Forse sembra eretico e un po’ grossolano, ma mi viene in mente una canzone di Gino Paoli e di Ornella Vanoni di qualche anno fa, che faceva pressappoco così “Le storie che non vivi rimangono nell’aria, come farfalle al sole ubriache di luce, e tornano a volare appena tu le tocchi, ritornano nella mente, ritornano negli occhi…”.
Cosa non mi convince?
L'evoluzione del personaggio femminile, freddo determinato, androgino nella prima parte del libro e poi improvvisamente inserito in un contesto, a suo modo, romantico. Una sorta di imborghesimento che toglie smalto ad Aomame. 
E poi la lunghezza del racconto, in certi punti ripetitivo. L'intensità dei primi due libri si perde nel finale, secondo me. 
Zoom
Nei primi capitoli dedicati a Tengo c'è spazio per un'interessantissima parentesi di meta-scrittura. Si riflette sulla genesi di un romanzo, sulla natura dello stile, sulla figura dell'editor (spesso ghost writer!) che resta nell'ombra, sul mercato editoriale con le sue luci e le sue ombre. La recensione fatta dai protagonisti su La crisalide d'aria, romanzo nel romanzo, diventa occasione ghiotta per carpire allo stesso Murakami delle dritte su 1Q84 e su tutta la sua opera. Riporto alcuni passi interessanti:
"Lo stile o lo si possiede come dono naturale, o ci si lavora con sforzi sovrumani per affinarlo. Non ci sono altre possibilità. E questa Fukaeri non rientra in nessuno dei due casi" " Quello che apprezzo di più, sopratutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente. Non nutro alcun interesse per le opere in cui mi sembra di capire tutto." "Sebbene la trama sia nell'insieme fantastica, le descrizioni dei dettagli sono estremamente realistiche. L'equilibrio fra questi due aspetti è eccellente. Non so se parole come "originalità" e "necessità" siano appropriate" " Ma, quando superando un po' di difficoltà, si finisce di leggere, l'effetto è sconvolgente. Anche se lascia una strana sensazione, difficile da spiegare o addirittura sgradevole"
Ecco, io non avrei saputo dirlo meglio. Questo è l'effetto -Murakami: lettore a tratti sconvolto, inquieto, catturato in una rete. 

SULLO STESSO AUTORE LEGGI ANCHE "Norwegian Wood"

lunedì 23 giugno 2014

Norwegian Wood, Tokyo Blues

Continuo a condurvi sulla strada dei libri che hanno lasciato il segno nella mia storia di lettrice. In questo modo, mi muovo nella geografia letteraria che meglio conosco, in cui mi sento a casa e dove, almeno per il momento, non ho bisogno di fare la cattiva o la capricciosa o, peggio, la maestrina miope che bacchetta, ruolo che, per diverse ragioni, mi starebbe bene.

Norwegian Wood di Murakami Haruki (ed. Einaudi, traduzione di Giorgio Amitrano) è il primo libro che mi viene in mente di consigliare quando qualcuno mi chiede un suggerimento. Con la recensione infeltrita che segue, cercherò di spiegarne i motivi. Intanto, mi impongo severamente di tenere a freno le mani perché la tentazione di citare tutti i passi che amo potrebbe vincere il buon senso e rovinare agli altri il piacere della lettura e della sorpresa.

Incipit
"Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all'aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell'aeroporto e l'insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga. E' proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai.

L'Infeltrita:
Norwegian Wood è una canzone dei Beatles che Watanabe Tōru ascolta mentre il Boeing 747 atterra all’aeroporto di Amburgo. La musichetta di sottofondo genera in lui un ricordo improvviso, che  lo stordisce, fino alle vertigini.
In una piovosa giornata di Novembre si trova a rievocare i vent’anni e Naoko, umbratile ragazza i cui lineamenti si confondono nella memoria e le cui parole tornano a tratti, ingarbugliate e vaghe, come quando era viva. Il racconto sarà perciò un lungo flashback, in cui prenderanno corpo gli anni della giovinezza, il collegio universitario a Tokyo e le lunghe passeggiate senza meta in una metropoli che si dilata fino a perdere i confini. Atmosfere autunnali e malinconiche, raccontate con grazia. Verde e grigio in dissolvenza.
Il tema della morte si incastra senza tragico e senza pathos allo scorrere delle vicende e dei pensieri, come un accordo in minore di una sonata delicata.
Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è scandito da due amori, dalla scelta tra Naoko, che vive la sua fragile esistenza in un istituto psichiatrico perduto tra le montagne, e Midori (un nome che significa verde e quindi primavera-giovinezza-speranza), spumeggiante compagna d’università che grida con ogni gesto, con la sua sessualità scanzonata e procace, salute e vita. E la sua vita scorre sulla superficie delle cose con quella leggerezza che salva dalle brutture, dal male, dalla sofferenza inevitabile in cui la ragazza stessa si imbatte e contro cui combatte a colpi di minigonna procace e di curiosità verso il mondo. 
Watanabe Tōru fluttua nella sua solitudine senza lasciarsi mai sopraffare dalla disperazione, restando in equilibrio perfetto e sfiorando nel suo percorso i drammi di molti altri personaggi con le loro storie accennate e rimaste sullo sfondo.
È un romanzo molto diverso da quelli di Murakami in cui si scivola fra mondi paralleli e misteriose inquietanti creature, qui manca la dimensione surreale e onirica, non l’originalità delle vicende e delle situazioni, non il gusto per la musica che fa scattare, improvvisa, corde sopite dell’animo, provocando rivoluzioni emotive e crolli.
Io lo consiglio a chi ama leggere lentamente, assaporando le parole e cogliendo le sfumature dei caratteri.
Di questo libro mi è piaciuta l’eleganza del protagonista, un ventenne alla fine degli anni Sessanta, che affronta i nodi esistenziali più duri senza conformismi e  senza la comoda consolazione delle trasgressioni, deriva consueta (e ormai banale) di molta narrativa di formazione. Mi piace la sua solitudine matura, operosa, che si specchia nella grandezza di altri personaggi giganteschi, come il giovane Holden, il grande Gatsby, da lui tanto amati e frequentati nelle assidue letture e riletture, segno forse di un’inquietudine tenuta a bada, sublimata dalla letteratura.


Zoom 
Tra le pagine che amo di più di questo libro, ci sono quelle che raccontano di Sturmtruppen, compagno di stanza di Tōru, di cui non si conosce neppure il vero nome, un’altra solitudine inviolabile e misteriosa. Balbuziente, maniacale nella pulizia, metodico parossisticamente, tutto involuto nella sua passione per le “m...mappe”. Ha il dono di far ridere chiunque, pur non conoscendolo, ne ascolti l’elenco infinito delle manie, e Tōru ama raccontare di lui per portare po’ di leggerezza alle svariate sacche di infelicità che incontra sulla sua strada.
Sturmtruppen sparisce senza un perché, lasciando in eredità al protagonista (e al lettore) la reticenza del rettore che dice solo “Si è ritirato”. Non sappiamo che cosa gli accada, né perché sia apparso in questa storia, né perché ne sia uscito. È come se Murakami non avesse voluto appesantire di tragico l’elegia di questo romanzo, è come se ci lasciasse intravedere – lo sfioriamo appena- un dramma umano senza forma, poi lo perdiamo e ce ne dimentichiamo. Resta un istante solo, per domandarsi :“Che ne sarà stato di questo personaggio?” , poi si torna al fiume lento della narrazione ufficiale e non si cercano più quei rigagnoli secondari che l’autore non ha voluto seguire. 
Però. Nell’istante in cui il non-detto si è affacciato nella nostra sensibilità, si è spalancato di fronte a noi l’abisso dell’immaginazione, si sono messi in moto i pensieri, la fantasia ha provato a plasmare ipotesi e storie tutte sue e, poco prima di smarrirsi in questo sogno, è ritornata in sé e a ripreso la lettura, sul suo binario ufficiale. 
Strumtruppen mi piace perché entra ed esce dal romanzo senza fare rumore e senza avere un senso, è un accidente e mi commuove.

<a href="http://foto.libero.it/francavanzella/acquerelli/pioggia-di-sensazioni" title="pioggia di sensazioni"><img src="http://digiphotostatic.libero.it/francavanzella/med/1ba154a152_3130690_med.jpg" width="550" height="366" alt="pioggia di sensazioni" title="pioggia di sensazioni"/></a>