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venerdì 12 settembre 2014

Dove nessuno ti troverà di Alicia Giménez-Barlett

Buon pomeriggio a tutti, e buon week end!

Con grande impazienza, come promesso, oggi recensisco “Dove nessuno ti troverà” di Alicia Giménez-Barlett, edizione Sellerio 2014, il mio libro da viaggio, compagno di levatacce e di spostamenti mattutini. È un romanzo che potrebbe ben intitolarsi “La Pastora” per la forza e la capacità di attrazione esercitata dal personaggio principale, un partigiano-bandito, dalla sessualità incerta, sulle tracce del quale (della quale?) si mette una strana coppia: lo psichiatra francese Nourissier e Carlos Infante, un giornalista da strapazzo, abituato al gin più che alle pubbliche relazioni.
Siamo nella cupa Spagna del regime franchista, all’indomani della guerra civile.
494 pagine che scorrono velocemente, a cui si aggiunge una postilla “finzione e realtà” e una “nota finale” di circa dieci pagine in cui si ricostruisce la vita del bandito, successivamente al tempo della narrazione e sulla base delle notizie ricavate dal reportage di Josè Calvo, la principale fonte a cui l’autrice si è ispirata per scrivere questo libro. Nelle ultime pagine dell’edizione Sellerio è possibile vedere una fotografia autentica della Pastora, risalente agli anni Quaranta. Un bianco e nero suggestivo da cui non è semplice capire se si tratti di un uomo o di una donna. Coprendo il volto per metà, infatti, e guardandone ora il lato destro, ora il sinistro, si ha la percezione di avere di fronte ora un uomo, ora una donna.
Siete pronti? Via con l’incipit!

Incipit
Barcellona, settembre 1956,
Carlos Infante notò con soddisfazione che quella mattina il cielo era sereno e splendeva il sole. Solitamente non gli importava nulla del tempo che faceva. Gli bastava avere un ombrello se pioveva o il suo vecchio giaccone se faceva freddo. Ma quel lunedì era un giorno speciale, o almeno prometteva di esserlo. Nella sua monotona vita, nella monotona vita di tutti gli spagnoli, un semplice appuntamento inaspettato poteva trasformarsi in un evento eccezionale. E lui a mezzogiorno aveva un appuntamento talmente insolito da sembrargli addirittura irreale.” [traduzione di Maria Nicola]
Infeltrita
L’evento di rottura è già nell’incipit. La molla che farà scattare il movimento. Il rischio. L’avventura. E quindi la narrazione stessa. 
Nell’immobilità funesta di una Barcellona ammorbata dalla dittatura e dai civiles, gendarmi rozzi e violenti, che impediscono la libera circolazione delle idee, delle parole, della stampa, Carlos Infante è un giornalista immobile tra gli immobili, rassegnato, annoiato - dalla vita, dalle proprie aspirazioni frustrate, dagli uomini in genere. Infante parla la lingua del gin, dei soldi, del disincanto.
L’appuntamento con un ignoto psichiatra francese, Nourissier, sconvolge la sua vita: un patto, una sfida, una ricerca impossibile e pericolosa. 
In cambio di un lauto stipendio, Infante dovrà accompagnare Nourissier per le montagne a sud della Spagna, covo, un tempo, dei repubblicani, fra villaggi e borghi spogliati dalla miseria, sulle tracce della Pastora, chiunque sia, uomo o donna, viva o morta. Benché questo significhi sfidare apertamente il regime e i suoi mille occhi. Forza brutale e onnipresente.
Infante e Nourissier, all’inizio sono due mondi lontani, incapaci di comunicare senza litigare, suscettibili e orgogliosi. Figli di realtà diversissime, non si comprendono e si disprezzano. L’uno intraprende il viaggio spinto dalla promessa di una ricompensa sonante, l’altro da un romantico quanto improbabile idealismo.
Se in Infante c’è il cinismo e la durezza di una Spagna provata e prosciugata, in Nourissier troviamo la cortesia ipocrita del perfetto mondo borghese. Lo psichiatra è un ingenuo, dal cuore tenero, sprovveduto, cerca il brigante per pura curiosità scientifica, vorrebbe studiarne il caso, alleviarne la sofferenza. Dietro di lui c’è il mondo ovattato della famiglia, delle soddisfazioni lavorative, di una esistenza comoda che non ha mi conosciuto ferocia e dolore, che non si è mai ribellata, perché rinchiusa in una gabbia piena di agi e comodità.
Ciò che rende avvincente la loro ricerca è il senso di pericolo incombente, l’assoluta mancanza di trasparenza negli incontri, il senso di minaccia costante, mentre procedono per lande desolate, nel freddo di un inverno molto duro, senza un percorso preciso, fra indizi incerti e contraddittori, traditi molto spesso da amici infidi, aiutati, per puro caso, da rapide comparse.
E tuttavia il viaggio è presa di coscienza. È ascoltare, inermi, le storie dei contadini, vittime della ferocia del regime, ricostruire la disperata resistenza dei partigiani, scavare nella miseria, nell’ingiustizia, nella morte, nell’innocenza violata. Il viaggio è una crescita dolorosa.
Per Nourissier, ferito nelle sue certezze, schiaffeggiato dalla durezza della vita, disorientato dal male (per la prima volta davvero esperito) è la maturità finalmente raggiunta, la consapevolezza di un bisogno di libertà e di ribellione, fino ad allora mai ascoltato, è l’uscita dal bozzolo, dalla prigione dorata.
Per Infante il viaggio è una tempesta che fa piazza pulita. Autocritica spietata. Recupero della responsabilità col suo peso, i conti da pagare, le colpe da scontare. 
I mondi lontani lentamente si avvicinano. Il viaggio sulle tracce della Pastora è anche una bella storia di amicizia.

E poi c’è lei o lui. Non vi anticipo nulla del mistero della sua sessualità.
La voce della Pastora che racconta di sé in prima persona è un corsivo che interrompe la narrazione principale. In lei/lui troviamo la voce di tutti gli emarginati, dei diversi, la voce della solitudine, di chi si abbrutisce sotto le raffiche dell’altrui malevolenza. 
Una voce asciutta, rassegnata, coerente. Una voce nuda che mette a nudo la tragedia della guerra civile. È un personaggio gigantesco e affascinante. Non è difficile capire perché attorno alle sue gesta sia nel tempo nato un mito. Delle figure leggendarie la Pastora ha il titanismo tragico e la solitudine perfetta, la contemplazione del cielo stellato di chi dorme fra i campi, nelle grotte, una libertà che la società (in)civile attenta, bracca, perseguita, punisce.
Una narrazione piena, lettori. Alicia Giménez-Barlett sa rendere interessante qualunque storia racconti. Che siano i gialli del commisario Delicado oppure lo scavo psicologico che incontriamo in “SegretaPenelope”. Una scrittrice che mi piace. Punto.

Zoom
Vi lascio con queste parole. La cui attualità è evidente.

A me sembrava giusto. Che gli uomini sono tutti uguali e la terra è di chi la lavora e nessuno deve farti lavorare come un mulo per quattro soldi, sono tutte cose molto belle e giuste.
Perché sono ignoranti, Pastora, perché ai fascisti che hanno vinto la guerra non interessa che la gente impari qualche cosa, a loro conviene che tutti restino somari come sono venuti al mondo. Quello che vogliono è che tutto rimanga uguale, che i poveri si rompano la schiena a lavorare, che non sappiano leggere, perché coi libri si fanno le rivoluzioni
Viva i libri.

Libro da viaggio



lunedì 8 settembre 2014

La diceria dell'untore, Gesualdo Bufalino


La diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino è un romanzo che ho corteggiato a lungo prima di leggere per intero. Da un lato, l’incipit strepitoso prometteva una prosa lirica, aulica e sontuosa che di sicuro mi avrebbe incantata, dall’altro il tema, che trovavo cupo e demotivante, fungeva da deterrente. Un deterrente subdolo, per giunta, perché non osavo confessare a me stessa di temere un libro che avesse al centro il tema della malattia e della morte.
Poi è arrivato il tempo, il kairòs direbbero i Greci, l’occasione giusta, l’ho captata e ho dato inizio alla lettura riuscendovi a spremere quanto di bello e di necessario vi fosse; mi sono affidata a braccia spalancate e senza difese alla poesia decadente e mediterranea di una Sicilia dallo spirito più che mai barocco.
Il romanzo è relativamente breve, 212 pagine nell’edizione Sellerio, ma l'ho percorso con lentezza, a piccole dosi - e meditate: sottolineando molto, ricopiando alcuni passi, assaporando l’opulenza del periodare abbondante, soffermandomi sulle parole che mi colpivano, perché toccavano corde più o meno sopite del mio substrato emotivo o anche solo il senso del bello. Fin da adolescente, mi è sempre piaciuto contemplare i vocaboli nuovi, annotati su un apposito taccuino, sopratutto se al mio orecchio suonavano dolci e misteriosi - e questo quasi sempre accade se sono pieni di suoni liquidi e nasali. 
Oggi colloco questo romanzo fra quelli che amo di più. Soprattutto per la lingua, un italiano che usa la retorica con maestria, e si fa poetico e ricercato. 
Iniziamo dall’incipit, come sempre.

Incipit
O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe strapiomba nel vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme)
L’Infeltrita
Questo romanzo è una partitura. Un melodramma superbo. Scorre con eleganza barocca. E del barocco porta con sé i temi, non solo lo stile. Aleggia su tutto un’ironia amara, leggera, che, in certi passaggi, gonfia il pathos rendendolo volutamente eccessivo quasi ridicolo, mentre in altri ne stempera l’amarezza di fondo. 
Siamo nell’estate del ’46, la guerra è finita da poco, anche a Palermo, ma l’aria tutt’intorno sembra spenta, grave, dolorosa. Solo il paesaggio mediterraneo della Conca d'Oro è un’esplosione di sole e colori, troppo gridati, squillanti. Il contrasto ferisce.
A pochi chilometri dalla città sorge la Rocca, un sanatorio, in cui un gruppo di malati di tubercolosi, con malinconica loquacità, aspetta la morte (o una remota e improbabile guarigione.) Genìa eterogenea e segregata dal mondo esterno, i malati vivono in un limbo, in un tempo rallentato e ripetitivo. Tra i degenti, rinchiusi, quasi prigionieri, c’è l’io narrante. L'alternanza fra spazio chiuso e spazio aperto, fra dentro e fuori dalla Rocca è più che una semplice contrapposizione di spazi: è la contrapposizione fra due mondi. Quello della salute e quello della malattia, quello della rinascita e quello della decadenza. 
La Rocca è un luogo sospeso, una soglia tra la vita e la morte che separa i reclusi dagli altri. Non c’è traccia di parenti, di esterni. La Rocca è una prigione, un monastero, un microcosmo. Ne fa parte anche il Gran Magro, un medico beffardo, invidioso, attratto dall’atmosfera di consunzione e deperimento che si respira, intento a scrutare nei malati i segni del declino, la lenta metamorfosi che prelude al trapasso, quasi tracce misteriose il cui segreto sembra sfuggire. 

I pazienti sono tanti, la carrellata che li descrive mostra attitudini e tic diversi, tutti hanno un proprio mondo e un proprio modo di rapportarsi all’imminenza (in realtà indecifrabile nei tempi e nelle modalità) della morte. Spicca tra questi Luigi il Pensieroso, che interroga come un aruspice la sua sputacchiera; il bambino Adelmo che fino all’ultimo spera nel potere prodigiosi del chinino; il Colonnello che conserva un forte senso della gerarchia in barba a qualunque "livella", padre Vittorio, il cappellano militare col suo taccuino riempito di pensieri, domande, dubbi, atti d’accusa a Dio “Com’è difficile, Dio” “La morte naturale non esiste: ogni morte è un assassinio. E se non si urla, vuol dire che si acconsente” “Io diffiderei col dito nella sua piaga”. Una raccolta di aforismi molto duri che di per sé vale l'intera lettura.
la Conca D'Oro

Nell' antro malinconico, più che spaventoso, della Rocca d’improvviso Thanatos incontra Eros, e la Rocca, luogo di castità forzata, viene profanata. Ecco entrare in scena Marta, la donna di cui si innamora il protagonista, una ballerina. Entrambi sono ricoverati nel sanatorio, dove un rigoroso sistema di separazione tra donne e uomini rende la passione doppiamente proibita e ancora più intrigante. Marta è una donna perduta, consumata dalla malattia; ricorda le donne del melodramma, le Violette, le Mimì, divorate dalla passione e da un morbo fatale. Fosco il suo passato, suggerito a brandelli, e chiaro solo nel finale. Dominano il bianco e rosso nel suo ritratto. Il pallore e il sangue. Marta è una bellezza decadente, una malombra contesa tra il protagonista e il dottore. Ma non appartiene a loro. Né alla vita.
L’io narrante ricostruisce la sua storia, molti anni dopo, e dopo aver custodito la sua “diceria” sottotraccia, come un ricordo ossessivo che lo accompagna nei sogni, notte dopo notte, ma che non riesce a confessare. 
Il narratore onora con il suo racconto una strana forma di eroismo che affratellati degenti della Rocca: la cortina che li ha separati dal mondo li fece grandi, e solenne fu il loro modo di porsi davanti il destino. Una guerra silenziosa e umile: l'attesa della fine li ha resi nobili! Molti di loro furono soldati eppure la vera gloria, secondo il narratore, l'hanno trovata alla Rocca, in battaglie quotidiane molto diverse da quelle combattute al fronte. Al narratore il compito di celebrarle, di trovare le parole giuste per spiegare, a chi non l'ha vissuta, la vita strana del sanatorio. Tocca proprio a lui, che ne è evaso, contro qualunque aspettativa, e che si ritrova  a vivere come un semplice sopravvissuto, anonimo, tagliato fuori  dal tempo mitico in cui, con solennità e apprensione, si attendeva il passaggio nell’altrove.
Gesualdo Bufalino

Zoom
Gesualdo Bufalino visse in prima persona, nel secondo dopoguerra, l’esperienza del sanatorio. Scrivere questo romanzo fu un parto difficile. Moltissime e continue furono le revisioni. Iniziato nel 1950, il romanzo fu ripreso venti anni dopo, nel 1971 e pubblicato solo nel 1981. Ottenne un enorme successo, vinse anche il Premio Campiello. 
Penso all’enorme lavoro di labor limae che sta dietro a questa opera. Alle revisioni necessarie a intessere un ordito così leggero e così complesso. Alla ricerca lessicale. Alla difficoltà di portare la propria esperienza di vita, magari grezza, bruta, alla levità della letteratura. Penso alla distanza che intercorre fra questo romanzo e il linguaggio di molta prosa giovanile, spiccia, sciatta. Ritrovo solo in parte le ragioni della mia predilezione per questo testo. Tali ragioni non sono da ricercarsi solo nelle parole e nello stile.
Leggere questo romanzo è stata un’esperienza necessaria: è servito a rielaborare e a sublimare esperienze di vita che si cerca di rimuovere, di "nascondere sotto la lingua”. 
Lo consiglio. 
Intercettate, però, il momento più giusto. Godetelo, con calma. Come una musica che suscita malinconia e riflessioni. 





venerdì 29 agosto 2014

Non tutti i bastardi sono di Vienna - Andrea Molesini

Vi posto oggi una vecchia recensione nata in occasione di un incontro con l'autore che ebbi la fortuna di presentare nel corso del Progetto "Spesso chi legge", organizzato dal Liceo Scientifico G. Tarantini (Gravina in Puglia, BA) per i suoi studenti. Un appuntamento che si ripete anno dopo anno, incrementando sempre più il numero di lettori, sia adulti che ragazzi. Anima del progetto è una grande Prof. collega amica intellettuale: Elvira Loiudice. Che non vedo da tanto e mi manca molto.
Il romanzo di cui voglio parlarvi è Non tutti i bastardi sono di Vienna, di Andrea Molesini, edito da Sellerio, vincitore del Premio Campiello 2011.
Poiché la presentazione dell'opera si rivolgeva a una platea di studenti e professori che avevano già letto il romanzo, nella mia recensione c'è un po' di spoiler: tranquilli, il finale non viene rivelato! I particolari raccontati servono a farvi venire l'acquolina in bocca.
In questi anni, Andrea Molesini ha pubblicato, sempre per Sellerio, altri due romanzi: La primavera del lupo e Presagio.
Di lui ricordo la statura imponente e maestosa, l'accento veneto, dolce e pacato, e....l'infinita pazienza!! Prima di avere diritto di parola, seppe ascoltare in silenzio (e stoicamente) una fila di discorsi, omaggi, saluti, introduzioni e in ultimo, la presentazione che potete leggere qui sotto, a firma della sottoscritta - non esattamente campione di sintesi, benché la definiamo "infeltrita" - ....che vergogna, parlai per più di mezz'ora! 

Non mi ha picchiato, ma forse avrebbe dovuto. 


L'Infeltrita
Nel corso della Grande Guerra, a Refrontolo.
Siamo vicini nel tempo e nello spazio alla disfatta di Caporetto. Le difese italiane sono state sfondate da pochi giorni, l’atmosfera è cupa, pesante. La notte del venerdì 9 Novembre 1917 il capitano Korpium e il suo manipolo di soldati irrompe su villa Spada, entra di prepotenza nella vita di tutti i suoi abitanti. Da questo momento nulla sarà più come prima. Assediati in casa, gli Spada dovranno vivere col nemico sotto lo stesso tetto.
La guerra irrompe nella vita quotidiana di Paolo, un diciassettenne orfano, un ragazzo curioso che si intrufola dappertutto, che ama ascoltare, vedere, conoscere e che sarà testimone e narratore di tutte le vicende. All’inizio è solo un“ceo”, poi, esperienza dopo esperienza, uomo fatto, provato.
La guerra irrompe nella vita di nonno Guglielmo, uomo dotato d’ironia, cinico a tratti, con un forte senso delle gerarchie e una passione per i proverbi e la scrittura. Guglielmo è lo scrittore che non ha il coraggio di uscire allo scoperto, lo scrittore rintanato nella torre, capace di poche pagine straordinariamente accurate, ma privo della volontà sufficiente per ultimare l’opera tutta. Ha grandi idee, ma poco coraggio.
La guerra irrompe nella vita di Donna Maria, la zia di Paolo, una donna coriacea e piena di grazia, mascolina e femminile al contempo, capace di fermezza e diplomazia.
La guerra irrompe nella vita di nonna Nancy, una donna che ha un “albero di clisteri” nel bagno e una irreverente “filosofia del clistere”, perché, a suo dire, se tutti gli uomini si purgassero con regolarità il mondo (forse) non sarebbe tanto corrotto; ha inoltre la passione per la matematica e un Terzo Fidanzato fra i piedi (per farci sorridere in mezzo a tanto orrore).
La guerra irrompe nella vita di Teresa, una cuoca brutta oltre ogni dire e che, ahinoi!, parla un dialetto stretto, ma che si fa capire nella sua devozione profonda ai signori e alle pentole, al foghér, alla sua cucina, sacra come un tempio, che i soldati occupanti profanano con le loro suole pesanti, le voci selvagge, con la violenza che sventra armadi e credenze.
La guerra irrompe nella vita di Loretta, figlia di Teresa, una ragazza cotta dall’invidia e corrotta dal livore verso i signori che hanno tutto, mentre lei non ha niente, solo avanzi e fatica.
La guerra irrompe nella vita di Renato Manca, un custode che non è un custode, ma una spia del S.I, un gigante capace di bestialità e di eroismo.
La guerra irrompe nella vita di Giulia, la folle, la bella, la coraggiosa, la bizzarra, la donna che fa conoscere al giovane Paolo i primi sussulti d’amore, che lo inizia al mistero della sessualità in boccio.
La guerra irrompe sulle case dei contadini e le svuota. Irrompe sulla chiesa del paese e ne porta via la voce (le campane, perché il metallo serve). Irrompe nella vita delle ragazze del paese, cinque, e le violenta sotto gli occhi della Vergine, in chiesa. Perché La guerra è violenza sempre, senza scampo.

Dopo i tedeschi ci saranno gli austriaci, dopo Korpium, Von Feilitzch. L’invasore cambia volto e insegne a Villa Spada, non la sostanza.
Guerra e pace, mi viene da dire, scomodando Tolstoj, il Tolstoj dei bivacchi, degli accampamenti dove soldati, ufficiali e capitani aspettano la guerra, ripulendo le armi, giocando a carte, bevendo e cucinando.
La guerra che irrompe nella vita quotidiana è questo. E’ una guerra che imbastardisce tutto ciò che tocca. Imbastardisce i luoghi: la chiesa che non è più chiesa, ma teatro di violenza, poi scuola improvvisata, in ultimo ospedale da campo, galleria mostruosa di feriti e agonizzanti; il cimitero quasi una latrina e la villa, un accampamento. La guerra imbastardisce i cibi, i sapori (la carne che forse è gatto, forse topo, forse chissà), gli odori. Ibrida tutto. La famiglia Spada pure si trasforma, diventa un esercito con un suo capitano (Donna Maria) gli ufficiali, le spie, i soldati, la diplomazia che si esplica nelle cene (luoghi neutri di patteggiamento, capolavoro di protocollo e di etichetta), gli alleati, i disertori, i caduti, gli eroi! La guerra sta imbarbarendo anche noi, dice Paolo a un certo punto. D’altro canto, i soldati accampati perdono la voglia di combattere: il contatto con la vita domestica degli Spada e la lontananza dalla trincea li infiacchisce, li smemora, li rende attaccati alla vita nei suoi aspetti più quotidiani. 
La Grande Guerra resta sullo sfondo, ma non si dimentica. Indizi la rivelano di continuo (la maschera antigas ci ricorda la battaglia di Ypres, l’aereo su cui vola Brian, gli alleati, e la trincea è sempre nei pensieri dei personaggi, anche se non viene descritta).
Il sentimento di Caporetto grava su tutte le pagine, è un senso di stanchezza diffusa, di angoscia opprimente. E tuttavia non manca Vittorio Veneto, la speranza, dalla prima all’ultima pagina, e la speranza viene dal Piave (anche lui combatte la sua guerra con gli italiani), occhieggia qui e là, mormora, nelle parole dei personaggi, nei loro pensieri, nei loro atti di eroismo.
Dopo questa guerra, nulla sarà più come prima. “La guerra fa le cose semplici”, rimescola le gerarchie, le certezze. Gli Spada, per esempio, sono aristocratici e riconoscono nei capitani che giungono alla villa dei loro consimili. Hanno avuto la stessa educazione, la stessa cultura, condividono le medesime passioni e persino una affinità elettiva. I contadini di Refrontolo, invece, sono guardati con disprezzo e con sospetto, sono diversi, provano invidia e rancore verso i signori, sono pronti a tradire. La guerra rimescola le carte. I capitani nemici sono nemici, e inflessibili. Il popolo di Refrontolo invece si stringe ai signori: con le facce gravi, scure, tutto il paese è presente alla scena finale. Non ci sono più contadini o nobili, signori o serve, ma austro-germanici contro italiani. Lo ha capito anche il nonno Guglielmo, così scettico! 
Nella tragedia della guerra, l’Italia, “questa operazione mal riuscita” …per la prima volta, forse, riesce!

La scrittura di Andrea Molesini è una scrittura di cose, di oggetti, di attrezzi, di odori, di puzze, di consistenze. E’ una scrittura fatta di materia, lontana dall’astrazione. Una scrittura sensuale perché sollecita tutti i sensi. E’ una scrittura che non vuole edulcorare, che non sa alleggerire o nascondere, perché ogni censura o alleggerimento sarebbe affettazione. Anche le metafore non servono ad ornare una prosa che non ne ha bisogno, servono a fotografare i concetti a fare concreto l’astratto, a dare consistenza a ciò che sarebbe smaterializzato.
Le parole in questo romanzo pesano perché non sono casuali, e si sente che vengono dalla ricchezza di chi, traducendo, ha imparato che non tutti i sinonimi sono uguali e che ci sono immagini nate per far male al lettore nella loro sincerità e crudezza, e che sarebbe un peccato mortale smussarle. Questa lettura è stata particolarmente importante per i ragazzi del nostro liceo, non solo per il portato di riflessioni che ne è scaturito, ma anche perché ha fatto comprendere loro quanto uno strumento linguistico così pieno possa essere seducente: ci permette di descrivere, narrare, esprimere, scavare ciò che vediamo, viviamo, sentiamo, pensiamo senza approssimazione, e affascinando. 
E in un’epoca di spaventosa semplificazione lessicale questo è, fuori da ogni dubbio, sorprendente.
Marzo 2012, Gravina in Puglia
Liceo G. Tarantino

giovedì 7 agosto 2014

Segreta Penelope di Alicia Gimenez-Barlett


Recupero la recensione di un romanzo che mi ha tenuto compagnia lo scorso agosto, in una domenica piovosa, a due giorni dalla partenza per il nostro viaggio di nozze in Perù, mentre mio marito sonnecchiava sul divano in balia di una febbre improvvisa quanto inopportuna. Segreta Penelope di Alicia Gimenez- Barlett: ne leggo le noticine disordinate sui fogli di guardia e ricordo lo stato d'animo che mi accompagnò quel giorno nella lettura.
Abituata ai gialli allegri e scanzonati di Alicia Gimenez Barlett, una scrittrice spagnola che ha dato vita al personaggio dell'ispettore Petra Delicado e del suo aiutante pasticcione Fermin, sono stata letteralmente spiazzata da questa storia, con tutt'altre coordinate e di tutt'altro genere. 
Prima di tutto, per condensare il sugo del romanzo e della mia amarezza, decisi di infeltrire un Tweet. Faceva pressappoco così: "Dalla gioventù anarchica e fiorita al dramma dell'imborghesimento. Sara diventa Penelope." Sara è il nome della protagonista, una donna la cui giovinezza sregolata e gaudente non lascia nemmeno lontanamente presagire la Penelope che si nasconde in lei. E che (forse) la uccide. 
Segreta Penelope, A. Gimenez-Barlett
ed. Sellerio 2006 trad. Maria Nicola

Incipit 
"Sto scrivendo nella mia casa. Vivo in un appartamento su due piani. Lavoro al piano di sopra, di sotto c'è un mio amico. Se ne sta seduto, solo, davanti al televisore. È una situazione strana, del tutto insolita per me. Gabriel mi ha chiesto di poter vedere un video perché lui non ha il videoregistratore né ce lo avrà mai. Si rifiuta di comprare elettrodomestici che non abbiano una chiara ragione desistere, e un videoregistratore, secondo lui, di ragioni di esistere non ne ha, tranne che in rare occasioni, come oggi. Oggi deve vedere le riprese di alcuni quadri destinati a una mostra su cui gli hanno chiesto di scrivere qualcosa. L'ho lasciato nel soggiorno con una tazza di caffè. Mi fa piacere che sia qui, è un amico ritrovato."

L'Infeltrita
Lettura sofferta, tira in ballo la donna, le donne, la questione femminile mai del tutto risolta. Qualche refuso (strano in un'edizione Sellerio) accresce il mio malumore. 
Un gruppo di amici si ritrova al funerale di Sara, morta suicida. Occasione di bilanci e di rievocazioni. A ritroso, si ricostruisce la vita della defunta, e subito scatta la macchina infernale dell'amarezza.
Il punto di vista è quello di un'amica che ricostruisce il passato della protagonista affastellando ricordi e commenti personali. La narratrice rimprovera Sara perché si è lasciata cambiare accettando consigli pieni di buon senso e adeguandosi, con mille sforzi, alle norme, barattando il disordine sregolato e felice con un ordine innaturale e meschino. Sacrificandosi.
È chiaro che se Sara è, nei suoi ricordi, il simbolo della giovinezza ribelle e vitale, il rimprovero della narratrice diventa un'accusa all'incapacità di conservarsi intatta ed eterna. Giovinezza senza fine, come se fosse possibile. Sara è cresciuta - e non doveva! - ma quel che è peggio, ha accettato di crescere secondo l'unica via possibile e ammessa dalla società: "avere un marito o una moglie come si deve, figli legalmente riconosciuti, prestigio sociale e professionale, amici...[...]"  come se "la dotazione necessaria per essere ragionevolmente felici" prevedesse "stabilità, sicurezza, agio borghese". La condanna si applica alla ragionevolezza prima ancora che all'imborghesimento. Essere ragionevoli, infatti, non ha nulla a che vedere con la ragione, ma solo col comportamento socialmente accettato.

Recensione infeltrita in bozza sulle pagine di guardia!
L'ammirazione incondizionata per la Sara del tempo che fu misura tutta la delusione di fronte al cambiamento che la donna aveva messo in atto prima di morire: "interminabili discussioni teoriche e scopate fameliche, questo era il risultato, più o meno soddisfacente della nostra rivoluzione. Per questo mi affascinava la facilità con cui Sara collezionava cazzi senza ricorrere ad alibi intellettuali". Sara, divenuta Penelope, pallido riflesso di se stessa, sconosciuta ai più, priva di un'identità forte, sembra dunque meritare la fine che ha cercato. Questo ci dice la narratrice, ma il lettore diffida del suo punto di vista che troppo spesso si abbandona al confronto compiaciuto e narcisistico tra Sara e se stessa, e il giudizio è univoco anche se implicito. Gli altri hanno vinto, Sara ha perso! Con quanta foga il gruppo di amici ritrovati si affanna a metterlo in chiaro, rimarcando le distanze fra la triste parabola della defunta e il corso sereno delle loro vite!
"Nel corso di quegli incontri ci tenevamo a mettere in chiaro che le nostre personalità erano rimaste immutate, che non ci sentivamo del tutto integrati nel sistema borghese. Qualche anno dopo le cose cambiarono, e divenne importante dimostrare che il nostro ingresso nel sistema era avvenuto attraverso le porte del successo"
Sarà poi vero? 
Il dubbio si insinua nel lettore, immediatamente. Che cosa genera accanimento nella narratrice? L'ingiusta morte di un'amica? L'insofferenza verso la debolezza che Sara ha dimostrato? L'incoerenza di un'anarchica diventata madre e moglie maldestra? O forse che una segreta Penelope alberghi in ciascuna donna? Che in ogni donna, compresa se stessa, ci sia la pulsione a reprimere la libertà, il desiderio, l'autodeterminazione per darsi all'altro, per farsi ciò che la società si aspetta?
Zoom
Il romanzo però non è solo una requisitoria sul fallimento del femminismo.
In senso più ampio, questa storia narra la decadenza di una generazione che, dopo i sogni arditi e fumosi della giovinezza, ha dovuto accettarsi mediocre e lo ha fatto con naturalezza, quasi compiacendosene; una generazione che, imparando il saper vivere, ha iniziato lentamente morire. 
Romanzo di de-formazione. Al lettore manca disperatamente il punto di vista della protagonista che resta muta, incompresa, anzi del tutto sconosciuta. In realtà diffidiamo del ritratto da novella Sylvia Plath che la narratrice costruisce, quasi con dispetto, lo sentiamo poco autentico, incrostato da un eccesso di ideologia, da un femminismo che pare estraneo alla vita di Sara così come estranee le erano tutte le ideologie, tutte le teorie, tutte le rivoluzioni professate e non vissute."Sara è ancora con tutti noi, come una vittima sacrificale del destino, che in un certo senso ci libera dalla fatalità e dalla morte" Ecco, Sara è piuttosto un capro espiatorio. È ciò che resta del Sessantotto, dei fioriti anni Settanta, della contestazione tutta simboli e canzoni
Coraggioso, in ultimo, l'affondo alla psicoanalisi freudiana, estremo baluardo dell'equilibrio borghese (il tutto simboleggiato alla perfezione dalla barba ben curata di Freud), come a rompere finalmente un tabù culturale, l'ennesimo mito di quella rivoluzione sessantottina che nel nostro presente ha lasciato più macerie che rimpianti. "In questo si era risolto tutto quanto? Un maggio francese del quale ci era giunta soltanto l'eco, una somma sacerdotessa tramutata in agnello e sanguinante? Dio, che schifo di generazione, la nostra! Che fallimento!"