giovedì 31 luglio 2014

Nasce InVersi

L'Infeltrita non legge solo prosa, talvolta anche versi, rime sparse, poemi e filastrocche. 
La poesia abita i suoi scaffali e ogni tanto vi attinge alla ricerca di afflato

Cos'è l'afflato? Rubo questo vocabolo al regista poliedrico, narcisista e inquieto che ha guidato alcune mie esperienze teatrali, ormai lontane nel tempo. L'afflato era per lui una particolare intensità della voce con cui si faceva propria una poesia, quando la si leggeva; il modo di mostrare a tutti che la si sentiva vibrare sulle corde più profonde. 

Per me l'afflato è la sintonia intellettuale, emotiva, viscerale con i versi che incontro. Il mettersi in moto di pensieri, associazioni, simbologie, toni e sotto-toni, intermittenze di luci e ombre che agitano il paesaggio dell'anima.

Al di là di un approccio dotto o critico - che non posso né voglio permettermi -il mio rapporto con la poesia è eclettico, saltuario e trascende la logica. 
Seguo percorsi istintivi, non necessariamente diretti da quello che chiamiamo gusto. 

E accosto Pavese e Saba. Patrizia Valduga e Vivian Lamarque. Caproni Raboni Piersanti a Leopardi e Tasso. E poi Sylvia Plath ed Emily Dickinson, che denunciano, spietate, le  falle del mio perfect English -  e corsi e certificazioni non bastano, a quanto pare non servono, a gustare armonie e schianti della lingua originale.
La poesia per me segue stagioni arbitrarie.
Newborn Baby on the Hands - Otto Dix

Questa rubrica verrà aggiornata di tanto in tanto.
L'Infeltrita lo promette. 

Solo in apparenza - Vinci Formica




Titolo: Solo in apparenza
Sottotitolo: Un’indagine del dottor Bellati
Autore: Vinci Formica
Editore: Libro/mania gruppo DeAgostini
Pubblicazione: giugno 2014
Pagine: 151
Genere: giallo
Formato: e-book 
IBSN: 9788898562466
Costo:  3,99

E-book disponibile in formato Epub e Mobi su:
Amazon, Ibs, BookRepublic, Kobo, LaFeltrinelli,
LibreriaRizzoli,UltimaBooks, GooglePlay,
Net-Ebook,FeedBook


Ecco a voi Milano e un dentista. Non me ne voglia Saba (ndr Trieste e una donna)
Ho appena terminato la lettura di Solo in apparenza. Un’indagine del dottor Bellati che, con gentilezza ed entusiasmo, mi è stato offerto dalla sua autrice, Vinci Formica. Ve la presento: è nata a Milano dove vive e lavora, si è laureata in Lettere Moderne e collabora con la pagina culturale del quotidiano Il Cittadino di Lodi.
Il suo è un giallo godibilissimo che per tre giorni mi ha condotto lungo le strade affollate di Milano, dai Navigli punteggiati di insegne all’imbrunire, sotto la nebbia fitta, ai ristoranti di Brera fra musica jazz e cene raffinate, dall’hinterland disadorno e operoso al condominio elegante del QT8, che è un quartiere a misura d’uomo ricco di verde. Un quartiere residenziale abitato da gente per bene. Un quartiere tranquillo - ma non troppo!- dove, una sera come tante, urla disperate annunciano la scoperta di un cadavere: è, anzi era, il mastodontico Ingegner Garlassi, imprenditore capace e generoso, da tutti stimato, eppure subdolamente assassinato. 
Indaga il dottor Bellati.
Chi è il dottor Bellati? Non è un commissario, come ci si aspetterebbe.
Qui “dottor” sta proprio per dottore. Cioè medico. Più precisamente dentista.
Poco oltre i quaranta, piacente, amante dei ritmi rilassati, della buona tavola, delle giovani donne senza troppe aspettative (ok, forse quest'ultimo attributo è frutto della mia fantasia, ma d’altronde il lettore collabora con l’autore a dare senso e significato al testo e io il signor dentista me lo immagino fortemente affetto dalla sindrome di Peter Pan), Alberto Bellati è pieno di garbo, ma curioso. Diciamo pure ficcanaso.
Il ritratto annuncia una presenza che potrebbe diventare con facilità familiare al lettore, e magari l’autrice sta già pensando ad altre indagini, altri casi, a una serie.

Incipit
Alberto mise giù la cornetta senza capire l’ultima frase. D’altra parte non era compito suo occuparsene e non aveva diritto a sapere altro. Poco più di dieci giorni e il gioco era finito.
L’infeltrita
Il cuore della narrazione, un enigma: tre sospettati, tre moventi indiscutibili, tre indiscutibili alibi.
Chi indaga? Ufficialmente il commissario Massimo Ponte, di fatto – e sottotraccia – il dottor Alberto Bellati, il dentista del settimo piano, proprio sopra quello in cui si è consumato il delitto Garlassi. Dieci giorni per la soluzione. La narrazione, dopo il prologo (che tuttavia è un quasi-epilogo), ci porta indietro a ripercorrerli dall'inizio, a partire da una sera d'inverno in un condominio come tanti.
Quella di Bellati sarà un’indagine deontologicamente scorretta perché frutto di curiosità, un “gioco”, come dice lo stesso Alberto, intrigato dall’evento insolito e al contempo turbato dalla realtà del mondo esterno che lo assedia, con le sue luci e le sue ombre, prossima e perentoria.
Alberto Bellati gioca a fare il detective ma, pian piano, passa dalla leggerezza del curioso (che lo accomuna agli altri condomini indiscreti) alla gravità di chi, tolto il velo alle apparenze, smaschera la realtà cruda e fronteggia la miseria umana che ogni delitto si porta dietro. 
Cresce il nostro dentista, dopo il suo primo caso. 
Perché mi è piaciuto
Nei gialli amo poco l’intreccio in sé, lo sapete dalle mie idiosincrasie verso Agatha Christie, ma apprezzo la cornice, l’ambiente, i luoghi, la società - il milieu, si diceva un tempo - i personaggi che vi si muovono perfettamente incastrati. 
E poi, ad Alberto Bellati ci si affeziona! Col suo “amore per una città che, pur con tutti i suoi difetti, sapeva essere il crocevia del nuovo, l’anticamera del futuro imminente e che sapeva far sentire, anche in mezzo alla folla, il senso di libertà e di indipendenza” il dottor Bellati riflette Milano e il suo spirito, la solitudine gratificante e appetibile. Si piace e ci piace. 
Ci si affeziona alle donne che ruotano intorno a lui, dalla giovane moglie della vittima, Monica Garlassi, alla bella Valentina, l’ultima conquista di Bellati, passando per la segretaria Simona, metodica e nervosa, ma inaspettatamente esperta di PC, Internet e reti. E alla storia. Ci si affeziona alla storia che s'interrompe bruscamente, sciolti i nodi, e di cui si vorrebbe...un'appendice, una chiosa, una postilla, qualche parola ancora. Per spiare i personaggi ancora un poco nella tranquillità ricomposta. 
A me è piaciuto perdermi per la grande metropoli, che conosco poco e di cui mi sono sentita parte. E così, arrivare alla fine è stato un po' come mettere fine a un viaggio, ritornare a casa dopo una gita.
A chi lo consiglio?
A chi ama il giallo, la lettura scorrevole, lo stile veloce, il lessico puntuale, l'attenzione ai luoghi. A chi ha voglia di una voce nuova. A chi ama avere il fiato sospeso fino all’ultima pagina e a chi è sempre un po' triste quando all'ultima pagina ci arriva.

E a chi ama Milano (o a chi , come me, non la conosce abbastanza.) 

martedì 29 luglio 2014

Nasce InNova

Sotto l'etichetta InNova saranno raccolte le Infeltrite riservate alle opere nuove, non ancora note, agli scrittori emergenti, alle voci fresche che si affacciano alla mia biblioteca e che desidero far conoscere agli amici lettori. Aria buona, nuovi colori per il nostro immaginario, paesi non ancora scoperti, possibilità che si schiudono per caso sul nostro cammino. Ho sempre provato una grande ammirazione per quanti, avendo una storia da raccontare, l'hanno buttata giù, sulla carta, senza troppi giri, senza pudori e senza tentennamenti. Eccomi - hanno detto - questo è ciò che voglio dire, questo è il modo più bello con cui lo posso dire e soprattutto questo è il momento giusto. Scrivere è sempre mettersi in discussione davanti al tribunale di se stessi. Scrivere (e accettare di farsi leggere) è mettersi davanti a un tribunale collettivo, dilatato, continuo. Ci vuole coraggio, non solo narcisismo.

In questi anni mi sono imbattuta più di una volta in storie sfuggite ai circuiti culturali più noti. Ed è stato bello. Ed è stato inatteso. Bello perché inatteso.
Cercherò, per tanto, di non chiudermi nel perimetro dei miei gusti e di battere, di tanto in tanto, nuove strade a caccia di sorprese. Ho voglia di condividere in questo spazio quotidiano qualunque esperienza positiva attenga alla lettura. 
Non di soli classici si vive, d'altronde. 
E i lettori sono tanti e diversi: io vorrei rivolgermi a tutti, senza troppe preclusioni. Discutere. Negoziare. Raccontare. Smontare e rimontare.  
Certo, non sempre mi piacciono tutti i libri che leggo.
Dei libri che non mi piacciono parlo poco. Penso infatti che sia troppo breve il tempo e troppo lungo l'elenco dei libri che apprezzo per indugiare su quelli brutti, soprattutto se vendono molto. Se hanno trovato spazio sufficiente per imporsi all'attenzione del pubblico. 

InNova nasce oggi. E spero che abbia lunga vita. Una grande gittata. Un'anima pulita. Onestà intellettuale.
Newborn Baby on Hands - Otto Dix

domenica 27 luglio 2014

Amica mia – Mariama Bâ recensione

                                       Titolo: Amica mia
Titolo originale:  Une si longue lettre
Anno di pubblicazione: 1979, N.E.A.S., Dakar
Traduzione: Antonella Colletta
Editore: Modu Modu edizioni (LE)
Anno della ristampa: 2013
ISBN: 978- 88- 908448-2-9
Prezzo: 9,00 euro

Questo romanzo è entrato nella mia estate per caso.
Se è vero che da qualche settimana tutti parlano di “libri sotto l’ombrellone”, solo io posso dire di averne trovato uno (davvero!) sotto l’ombrellone 69 del lido La Fonte. Regalo di mio marito che, nel tardo pomeriggio di un sabato fra i pochi assolati di quest’estate, l’ha comprato da un ambulante senegalese vestito di lino e carico libri, che si aggirava fra teli e lettini degli ultimi bagnanti in spiaggia, promuovendo, con scarso successo, letteratura africana per adulti e bambini.
Una lettura breve, intensa, inaspettatamente moderna. 27 capitoli per 120 pagine circa e una voce narrante piena di grazia e di misura.
Incipit
“Aïssatou,
ho ricevuto il tuo biglietto. A mo’ di risposta, apro questo quaderno, punto d’appoggio nel mio smarrimento: la nostra lunga amicizia mi ha insegnato che la confidenza annega il dolore. La tua presenza nella mia vita non è affatto causale.”
L’infeltrita
Come il titolo originale lasciava intuire, si tratta di una lunga lettera che Ramatoulaye scrive alla sua amica lontana Aïssatou nel corso dei quaranta giorni di lutto che una donna senegalese deve osservare, senza uscire di casa, dopo la morte del proprio marito. Una lettera che è al contempo bilancio, rievocazione del passato, analisi degli errori propri ed altrui, lenta ricostruzione dell’anima che rimette insieme i cocci per una rinascenza. Ramatoulaye vive la solitudine forzata del lutto come un’occasione di raccoglimento, il momento in cui si abbandona il chiasso del mondo esterno per pensare solo a sé e, sebbene abbia patito diverse ingiustizie, non cede alla facile tentazione della vendetta, né al rancore, né a qualunque meschinità e bassezza, perché sa che sarebbero fonte di ulteriore amarezza, ben misero risarcimento.
Siamo nel Senegal post-coloniale, a cavallo fra tradizione e progresso, con un piede ancora nel passato, nella cultura superstiziosa, ma autentica, incarnata da alcuni personaggi (soprattutto i più anziani e quanti non hanno frequentato le scuole) e un piede proiettato verso il futuro - la modernità, vista come occasione di crescita e di affermazione, ma anche come rischio, smarrimento, confusione.
Le due amiche hanno studiato, hanno scelto i loro uomini per amore, sono state pioniere di una società che cambia, in fermento, si sono distinte nel lavoro, poi, tradite e deluse, hanno trovato rimedio al dolore e allo sconforto, ricominciando da capo, ciascuna con una soluzione diversa, ma  entrambe ricostruendo con tenacia, equilibrio, autenticità la vita, nel momento stesso in cui tutto sembrava perduto. Sia Ramatoulaye che Aïssatou trovano il loro riscatto nei libri, nell’istruzione che hanno ricevuto, in cui credono e che, l’una come insegnante, l’altra come ambasciatrice, contribuiscono a diffondere.
Il lettore invidia e ammira la forza di queste due donne e ne ricava fiducia e speranza.
Il messaggio che l’autrice ci consegna è che, di fronte all’inevitabile sofferenza che la vita prima o poi ci riserva, l’uomo deve armarsi di volontà, irrobustirsi per arginare la disperazione e ridimensionarla. Alla fine della lunga lettera, insieme a Ramatoulaye, siamo pronti a rivedere il sole, la città, la bellezza multiforme della vita, a seguire i suoi figli nel loro prodigioso crescere e farsi uomini e donne forti, a riabbracciare un’amica, a rimetterci in cammino senza tentennamenti e soprattutto senza compromessi.
Di questo romanzo amo il messaggio positivo che mi lascia. La fiducia nella cultura. Nella donna. Nell’impegno e nella forza di volontà per superare ogni ostacolo o per accettare l’inevitabile.
Ramatoulaye è saggia, razionale, coerente, generosa, matura.
È un personaggio che ha molto da insegnare.
Zoom
Potenza dei libri, invenzione meravigliosa dell’astuta intelligenza umana. Segni diversi associati in suoni; suoni diversi che modellano la parola. Concatenazione di parole da cui scaturisce l’idea, e il Pensiero, la Storia, la Scienza, la Vita. Strumento di relazione e di cultura, mezzo ineguagliato per dare e ricevere. I libri saldano intere generazioni allo stesso continuo lavoro di far progredire. Ti permisero di risollevarti. Ciò che la società si rifiutava di darti, i libri te l’accordarono: degli esami passati con successo portarono anche te in Francia. La Scuola di Interpretariato, da cui uscisti, permise la tua nomina all’ambasciata del Senegal negli Stati Uniti. Hai largamente di che vivere. Ti muovi nella quiete, come le tue lunghe lettere mi dicono, molto lontana dai cercatori di gioie effimere e di relazioni facili
Questo passo esprime lo spirito che è alla base del mio blog di libri e di scuola. Non avevo le parole adatte per spiegare la fiducia che ripongo nella lettura e nell’istruzione, ed eccole in questo libro scoperto per caso! Vengono dalla lontana Dakar, da un romanzo scritto nel 1979, da una scrittrice scomparsa nel 1981 che non conoscevo e che mi ha regalato una voce elegante, moderna, profonda.
Mariama Bâ (1929-1981)

La nostra generazione crede poco nell’istruzione, legge poco. Un diffuso disfattismo, l’utilitarismo più gretto, l’hic et nunc che muove dalla società dei consumi e pretende accelerazione e cambiamenti forsennati hanno tolto valore alla scuola, all’attesa, e forse anche alla donna. Così sento più moderna Ramatoulaye e i suoi dodici figli, il lavoro da insegnante e la sua amicizia pura, alimentata da lettere e pensieri, che la baby squillo in cerca di una borsa firmata, con ogni mezzo.



giovedì 24 luglio 2014

Sondaggio #2: VOTA la citazione più SCOLASTICA



Il sondaggio che troverete per tre settimane sul lato destro della pagina blog vi invita a scegliere la vostra citazione Scolastica per eccellenza. Quella che associate alla scuola. All'adolescenza. Alla vostra esperienza di studenti. Scegliete i versi che cantilenate ancora, la frase che vi si accende come una lampadina quando - per sbaglio o per diletto - la vostra memoria se ne va a zonzo fra le pagine dell'antologia che avete nella testa e nel cuore. Sopratutto nel cuore. La tiritera che avete imparato a memoria e che non potete più dimenticare.

Per qualcuno è Quel ramo del lago di Como, per altri Tanto gentile e tanto onesta pare per altri ancora L'albero a cui tendevi la pargoletta mano....

La tua qual è?                                Valido fino al 9/8/14 ore 12.00 A.M
Il secondo sondaggio ospitato dal blog l'Infeltrita prende le mosse da alcune considerazioni scaturite dalla lettura di un articolo di Paolo di Paolo apparso nei giorni scorsi su la Stampa "I libri delle vacanze. Come imparare a odiare i classici"
Per leggere l'articolo nella versione originale cliccare qui  I libri delle vacanze.
Sotto accusa è la prassi di assegnare liste di classici novecenteschi come compito delle vacanze. L'autore si accanisce contro l'obbligo a leggere che, di fatto, demotiva i ragazzi, allontanandoli definitivamente dai libri. 
Sotto accusa viene posto il canone in vigore (si assegna sempre Calvino, la trilogia degli antenati, oppure Primo Levi come voce della Shoah) ricoperto ormai da una patina grigiastra che inevitabilmente (ma poi, perché inevitabilmente???) la scuola getta sulle grandi opere quando le rende obbligatorie e appesantite da riassunti, commenti, esercizi. Insomma, la scuola, suo malgrado, opacizza i grandi classici, non permettendo all'alunno di comprenderne la potenza, la modernità, la bellezza.
Io non ci sto.

Per parte mia, ricordo ancora la fiumana di titoli scritti alla lavagna dalla mia professoressa del ginnasio, nel lontano giugno del 1995. Alcuni dentro, altri fuori dal canone. 
C'era molto Calvino, è vero, ma non la trilogia. Io e la mia amica Marianna trascorremmo l'estate a comprare e scambiarci libri. Un po' lettrici lo eravamo già, ma la passione per la lettura in una forma "adulta" credo sia nata allora per entrambe. E senza patine grigiastre.
La scuola mi ha insegnato a superare la passione per Stephen King e ad andare incontro a Pavese, Tolstoj, Eco, e oggi... be', non tornerei indietro! 
Insomma, molte scuole con i libri lavorano bene già da tempo. Molti di noi amano le poesie imparate a memoria, più o meno faticosamente, anche per quella patina nostalgica (non grigiastra!) che si portano dietro. L' "odio" verso i classici non mi appartiene e spero non appartenga neppure alla maggioranza dei miei studenti.
Il solo dato consolante, in un mare di statistiche mortificanti, è che la categoria dei lettori giovani cresce. Di poco, ma cresce.


Dopo aver votato, se volete, potete raccontare in forma di commento a questo post un ricordo particolare che si lega alla lettura votata, alla scuola, ai vostri insegnanti, oppure dire la vostra sull'articolo di Paolo di Paolo.

I voti del sondaggio e gli eventuali commenti saranno pubblicati e analizzati.




venerdì 18 luglio 2014

Il tamburo di latta - G. Grass

E finalmente, dopo aver preso tempo, cercato scuse, corteggiato altri blog... mi decido a recensire, sul serio, Il tamburo di latta di Günter Grass. Come sia giunto nelle mie mani, ormai lo sapete (e se non lo sapete, c’è tempo di rimediare: vedi Storia di una lettura sofferta)
Perché sia entrato nella mia costellazione letteraria imprescindibile, è pure noto. Adesso non mi resta che convincere voi: a leggerlo, se non lo avete già fatto; a commentare con me, se fa già parte del vostro archivio.

Bene, l’incipit
Non lo nego: sono ricoverato in manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti..
Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che gli è d’ostacolo, impara a conoscermi”  (traduzione di Lia Secci)

L’infeltrita
Come si può vedere, la narrazione prende le mosse dalle stanze di un manicomio dove è rinchiuso il protagonista e narratore di questa storia: Oskar Matzerath. Lo straniamento è immediato. Il lettore comprende, fin dalle prime battute, quali siano le regole del gioco, e cioè che il punto di vista sarà distorto e grottesco.
La prima parte del romanzo si svolge a Danzica che, nell’intervallo di tempo fra le due guerre mondiali, è una Città Libera, dall’identità controversa, in cui coesistono polacchi e tedeschi. La tensione fra i due popoli cresce sottotraccia, mentre la vita quotidiana perpetua i suoi rituali più futili - partite di skat, gite, compere, tradimenti - e la sua ipocrisia.
Oskar racconta la storia partendo dal rocambolesco concepimento di sua madre avvenuto mentre la nonna Anna, una sorta di Grande Madre casciuba, nasconde sotto l’enorme gonna un incendiario fuggiasco, inseguito dalla polizia. Sotto le sue gonne primordiali, simbolo di fecondità generosa e pacifica, la violenza del mondo si perde. La Nonna, da cui tutto parte, sembra essere l’unica figura positiva del romanzo. Ed è il simbolo di una Polonia rurale, semplice, di una civiltà sana che non esiste più e a cui non si può tornare. Non è un caso che Oskar tenti più volte, nel corso del romanzo, di nascondersi sotto la gonna della nonna: che sia, forse, un ritorno al grembo materno? Certo, è espressione di rifiuto verso l’esterno, il mondo, gli adulti.
Sì, perché Oskar, a un certo punto si ribella e DECIDE di non crescere più, di conservare la sua statura di bambino di tre anni, dopo essersi gettato a capofitto da una botola e aver condannato i suoi genitori – innocenti, questa volta! - a perenne senso di colpa (e tu, lettore, te ne fai una ragione, in bilico tra realtà e allucinazione, accetti tutto ciò che questo narratore impossibile ti confessa).
Contemporaneamente, arriva il tamburo, e sarà la sua voce. Fingendosi ritardato, quasi muto, affiderà comunicazione, contestazione e denuncia al ritmo forsennato delle sue bacchette sul disco di latta.
Su un tamburo di latta, Oskar batte furiosamente il disagio, il disgusto, espelle da sé il tragico degli anni che sta vivendo. 
Il tamburo è voce e scudo. È l’accetta con cui sbarazzarsi del marcio, senza compromessi.


La società appare agli occhi del nano-volontario Oskar malata e corrotta, a partire dalla propria famiglia. Qui si sviluppa un triangolo amoroso banale, quanto sordido, ben nascosto sotto le convenzioni e il perbenismo. La duplice identità di Danzica si manifesta nei due padri di Oskar, il primo, quello legittimo, Matzerath, tedesco; il secondo Jan Broski- forse quello vero! – polacco, cugino e amante di sua madre. Entrambi vigliacchi e deboli, profondamente disprezzati dal nostro protagonista che ci offre, per ciascuno, un ritratto impietoso quanto indimenticabile.
Questo romanzo rompe un tabù facendo di Oskar, un eterno bambino che non è mai stato innocente, perché grava su di lui la sporcizia del mondo, la colpa, il disinteresse generale; dai suoi atti spontanei, imprevedibili, causa di una perfetta punizione contro ciascuno degli adulti che lo accudiscono, emerge ferocia e rabbia, colpa insostenibile e vendetta. Oskar si sente causa della morte di ognuno, e Günter Grass non ci risparmia nessun particolare…. il legame viscerale che lega Oskar al tamburo  causa spesso numerosi incidenti, tutti molto poco innocenti.

Lo stile 
L’espressionismo è nei dettagli disgustosi, nella violenza della narrazione, negli aspetti (più o meno simbolici) di un diffuso degrado. Giganteggiano gli orrori, e non ci sono censure (il lettore le vorrebbe, in verità, ed è sempre in procinto di abbandonare…). 
Non è una lettura facile e molti si arrendono dopo qualche capitolo. Rema contro il lettore la pedanteria della voce di Oskar, la dovizia di particolari, lo straniamento, l’indugiare su immagini che vorremmo non visualizzare e che invece ci vengono imposte con la ferocia del narratore perverso.  
Però. L’ottica allucinata e stravolta di questo adulto-bambino, privato irrimediabilmente della sua purezza, è l’unica possibile. L’unica che possa raccontare, da un punto privilegiato (che non è troppo dentro, ma neppure fuori), il diffondersi della piaga del nazismo che alligna laddove l’uomo è più debole e insignificante (Matzerath vi aderisce senza troppa convinzione, perché così fan tutti), l’orrore dell’Europa in fiamme (le bombe, le macerie, lo sterminio degli ebrei, l’oscenità dei bunker sulla spiaggia in Normandia, lo squallore degli artisti asserviti al regime), il degrado della Germania del dopo-guerra che piange inconsolabilmente (nella Cantina delle Cipolle!) le sue colpe, i morti, il compromesso della borghesia, ancora al potere nonostante tutto.
Rasputin
Chiave di lettura: guide spirituali, nella formazione solitaria di Oskar, sono due auctoritates apparentemente lontane e non comunicanti: Goethe e Rasputin. Frutto di letture febbrili e di un'interpretazione che non può fare a meno della mescolanza, l'educazione letteraria di Oskar ci spinge ancora una volta nell'espressionismo della dissonanza.
Goethe












Due visioni del mondo che, nel racconto, si mescolano continuamente e arbitrariamente: 
  • razionale e irrazionale,
  • ferocia dell’istinto e lucidità della ragione, 
  • arte sana, contro arte malata, 
  • armonia e dissonanza
  • analisi e sintesi.
I due maestri sono un invito a non leggere la storia da un’unica prospettiva. Non solo Goethe e non solo Rasputin, quindi. E se pensiamo al Secolo Breve, non possiamo che accettare questa schizofrenia di fondo.

La cuoca nera 
La seconda parte del romanzo si svolge a Düsseldorf e vede un Oskar ormai cresciuto, dopo la guerra, ma solo di pochi centimetri, e dopo una lunga febbre. Musicista di un’orchestrina jazz.
Che significa? Significa che la Germania della SPD non è più un nano ma neppure un gigante. La statura della cricca al potere e della società tutta è di poco più elevata rispetto a quella che l’ha condotta al disastro. Nella galleria di personaggi che incrociano Oskar nella sua follia, difficile capire chi sia il matto. In una società del genere non ci sono sani, il secolo breve non è sano, e Oskar non vuole tornarvi, desidererebbe, ma non può, restare nel recinto protetto del manicomio. Preferibile di gran lunga, alla Germania del dopoguerra.
Essa contiene in sé ancora quei demoni che l’hanno portata alla distruzione: è la Cuoca Nera, oscura protagonista di una filastrocca per bambini, che terrorizza Oskar e su cui si chiude il romanzo: 
Nera sempre la Cuoca dietro m’era./Davanti ora mi viene incontro – nera/ Parola e manto ha rivoltato – nera. Coi neri soldi si paga- nera. E i bimbi, se cantano non cantan più:/ C’è la Cuoca Nera qui? – Sì, sì, sì”

- Explicit folgorante, che mi lascia senza parole e senza scampo.
 
Giocatori di Skat- Otto Dix
A latere
Mi dico che deve essere stato difficile scrivere questo romanzo per Günter Grass, nato nella Città Libera di Danzica nel 1927, da padre tedesco e da madre di origini polacche, volontario nelle SS, combattente, ferito in guerra e prigioniero dell’esercito statunitense e poi, a guerra finita, membro, come Oskar Matzerath, di una jazz band. Difficile e necessario, prendere le distanze dalla Storia (e dalla propria storia!) con un linguaggio violento e allucinato, guardando al passato dal basso – e di sbieco. 
Da dietro la tribuna  (come fa Oskar con le fanfare della banda nazista) e non davanti. Di qui - dall’altro lato - la visuale è diversa, consente di vedere gli strappi, le macchie, tutti gli errori. Di qui può partire la critica, destrutturante, rovinosa, definitiva, più forte del senso di colpa, di un pianto tardivo, da Cantina delle Cipolle. E si possono prendere le distanze, da ciò che per debolezza o fatalità, si è accettato o creduto di condividere.





Sondaggio #1: risultati. Vota la tua citazione INFELTRITA


Ecco i risultati del primo sondaggio effettuato su L’Infeltrita: vota la TUA citazione Infeltrita.
La scelta è stata effettuata sulla base di un elenco 10 citazioni brevissime e fuori contesto. Infeltrite perché rimpicciolite, ma anche perché punti di riferimento imprescindibili nella mia (personalissima confusa discutibile) costellazione letteraria. 

  1. Madame Bovary c'est moi (G. Flaubert)    6%
  2. Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto a ogni gradino (E. Montale) 33%
  3. Dipinte son su queste rive dell'umana gente le magnifiche sorti e progressive (G. Leopardi) 6%
  4. Ahi serva Italia di dolore ostello, non signora di province ma bordello (Dante) 6%
  5. Ahi vista! Ahi conoscenza! (T. Tasso) 0%
  6. Odi et amo quare id faciam fortasse requiris, nescio sed fieri. Sentio et excrucior. (Catullo) 6%
  7. Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt (Virgilio) 6%
  8. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo. (L. Tolstoj) 13%
  9. Stupenda e misera città, che mi hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini (P.Pasolini) 6%
  10. E sono tanto semplici gli uomini e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare (N. Machiavelli) 13%




Di fronte a una situazione piuttosto uniforme, spiccano 2 dati, decisamente allineati ai gusti dei lettori con i quali ho spesso modo di confrontarmi su Twitter: la netta prevalenza del famoso incipit di Montale e la totale mancanza di voti per il tormentato Tasso, di cui veniva riportato un passaggio della Gerusalemme liberata noto, ma insufficiente, nella sua brevità, a saturare il significato del luogo poetico da cui è stato tratto. Probabilmente sarebbe stato più saggio riportare un numero più cospicuo di versi, capaci di rendere meglio contesto e concetto. Ed è comunque accertato che il nostro Torquato non sia tra gli autori più amati della letteratura italiana, spesso penalizzato da una tradizione scolastica che ne ha appesantito la lettura.

Ha prevalso la citazione più riconoscibile, la cui forza si esprime universalmente, anche con poche battute, perché parla il linguaggio dolente e malinconico della perdita di una persona cara: il Montale di Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale quinta poesia della raccolta Xenia II. È questo, in assoluto, uno dei passi più citati e amati dal popolo dei lettori Social.

Equamente distribuiti i restanti voti, dimostrano che in una competizione fra Titani è difficile assegnare la palma della vittoria. La differenza, seppur modesta, che si è registrata  è stata data dalla possibilità di attualizzare con più o meno efficacia il passo letterario. Lo diceva espressamente l’anonimo che, in un commento, affermava “Citazione di Machiavelli! Così attuale, e lo sarà sempre. Sempre vera in ogni contesto. 

Il lettore che dà senso a un testo lo avvicina alla sua esperienza, lo fa proprio perché sente che le sue idee, le sue emozioni, il suo vissuto sono state sublimate dalla pagina scritta. E in questo riconoscersi aggiunge grandezza alla grandezza di un classico.

*Con la pubblicazione dei risultati, indagine e commenti vengono rimossi dal blog per lasciare spazio al prossimo sondaggio

domenica 13 luglio 2014

Storia di una lettura sofferta - Il tamburo di latta

La lettura contiene in sé storie diverse. Non solo quelle che racconta l'autore, ma anche quelle del lettore che incontra il libro e ne fa esperienza. Italo Calvino ha celebrato questo incontro in un romanzo molto amato - Se una notte d'inverno un viaggiatore -rendendo protagonisti un Lettore appassionato, una Lettrice sfuggente e il bisogno compulsivo della lettura. Ho deciso, perciò, di farmi io stesa protagonista-Lettrice e di raccontare la mia esperienza con Il tamburo di latta  prima di recensirlo come faccio di solito. Considerate questo post un antefatto. La personalizzazione di un classico controverso, che non tutti hanno apprezzato.
In realtà, mi piacerebbe estendere la conversazione e -la butto là- conoscere le vostre storie di Lettura e di Lettori, non necessariamente di questo romanzo: un racconto breve, magari, o solo qualche battuta, sull'incontro con un libro, speciale o ordinario, molto amato o contestato o difficile da reperire o regalatovi, qualunque cosa vi abbia mosso pensieri, critiche, rivoluzioni. O anche solo sforzo fisico (caratteri impossibili, pagine intonse, edizioni scompaginate ecc.)

Storia di una lettura sofferta[1]
Il mio primo incontro con Il tamburo di latta di Günter Grass risale all’inverno 2003 ed è stato un incontro fortuito.
All’epoca, la Repubblica e il Corriere della Sera proponevano ai loro lettori, come supplemento settimanale, due serie distinte di romanzi novecenteschi, entrambe dedicate agli autori contemporanei. Il Corriere puntava sulle nuove generazioni, la Repubblica su quei titoli che potevano già definirsi classici. Nella mia città non c’era bisogno di prenotare i volumi in anticipo, i giornalai erano ancora sufficientemente incoscienti (e forse pochi erano pure i controlli da parte delle testate!) e riuscivano a vendere tutte le copie che ordinavano indipendentemente dal quotidiano cui erano associati e, quindi, anche a distanza di settimane dall’uscita. Molti di loro avevano persino allestito un piccolo reparto libri all’interno dell'edicola dove, finalmente, si poteva trovare qualcosa di meno deprimente che la melassa di Harmony e affini. Questa comune infrazione alle regole di vendita degli allegati permetteva agli acquirenti occasionali di poter scegliere cosa comprare e quanto, a prezzi bassi. Non era corretto verso le librerie ufficiali, lo so,  ma a 23 anni non ci pensavo, incosciente e a tasche vuote come ero. Volevo leggere tanto, tuttavia ero ancora una studentessa e le spese - comprese quelle per la lettura - andavano centellinate.
In quei giorni studiavo Storia Contemporanea, uscivo poco: si trattava di un esame impegnativo, il penultimo, lontano dalla mio curriculum classico, eppure capace di tenermi lontana da qualunque svago e di assorbire tutta la mia attenzione. Il Novecento mi appariva affascinante, crudele e sfibrante. Mi spostavo senza sosta dall’Europa alla Cambogia, dall’Africa post-coloniale alla cortina di ferro e, intanto, sentivo il bisogno di evadere. Come? - Mi ci voleva una lettura fresca e leggera.
Mi accorsi che il Corriere in quei giorni aveva proposto in allegato un romanzo di Andrea De Carlo - Due di due? Boh-  autore che non conoscevo ancora e di cui avevo ascoltato pareri entusiasti; chiesi pertanto a mia madre, in procinto di uscire per la spesa, di passare in edicola a comprarlo. Specificai titolo, autore, testata giornalistica.
Forse mi spiegai male. Forse le copie del Corriere erano terminate e, con esse, anche quelle del supplemento. Forse ci fu dolo, da parte di mia madre. Forse era destino. Di fatto, mi ritrovai a casa con un corposo romanzo dalla sovra-copertina celeste. Evviva, pensai, libro lungo, lungo passatempo. Ma quale sorpresa fu constatare che il quotidiano acquistato era la Repubblica e il romanzo, Il tamburo di latta… non certo di Andrea De Carlo!
Chi fosse Günter Grass lo ignoravo, premio Nobel compreso. Avanzai qualche debole protesta per l’equivoco, ma durò poco. Incominciai la lettura. E capii che non era poca cosa. Che non era un passatempo. Che non era un’evasione dal Novecento terribile e sanguinoso, piuttosto una colata a picco.
Eccola, la parabola della Germania in fiamme, della guerra efferata, dello sterminio, della borghesia colpevole, dell’arte venduta al potere, della decadenza irreversibile della società post-bellica! Altro che lettura fresca e leggera, il materiale scottava.
E mi perdoni De Carlo, Günter Grass l’ho amato.
 Ho letto con furia questo romanzo. Sembrava un contrappunto cupo e dissonante allo studio ufficiale della storia cui mi accingevo con diligenza un po’ fiacca. Apollineo e dionisiaco, intersecavo luci e ombre, fantasia allucinata e sconcertanti realtà. Letteratura e storia, immaginario e realtà. Era come dare colore, disegno, partitura irrazionale all’analisi di cause, conseguenze, congiunture e congetture con cui gli autori del manuale accademico, in italiano impeccabile, si accingevano a presentare la storia della Germania prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma non fu facile leggere il Tamburo di latta, alla cieca, senza una recensione preparatoria, senza spoileraggio (se un libro è geniale, al diavolo sapere in anticipo come finisce, stupisce a prescindere), senza sapere a che cosa andassi incontro esattamente. E ritrovarsi immersa in pagine – come definirle?- efferate, disgustose, grottesche, dure, eccessive, temibili al punto che, pur non potendo smettere di leggere, spesso mi ritrovavo spaventata dall’idea di cosa mi avrebbero serbato i capitoli successivi. E così fino all’ultima pagina. Ho litigato con questo libro, ho protestato, mi sembrava scorretto, lontano dal prato inglese della buona educazione, oltre la decenza. Sono arrivata all’ultima pagina, col pelo sullo stomaco, irrobustita.
Nell’aprile del 2005, quando il Presidio del Libro della mia città, oltre ad organizzare incontri con l’autore, lasciava spazio agli incontri coi lettori (lettori comuni a cui si dava facoltà illimitata di scelta ) volli presentare proprio questo romanzo. Mi sembrava di averlo odiato e invece lo ricordavo, passo a passo. E volevo condividerlo. Mi apparteneva profondamente.
Dipinti, musica, lettura distorta (la vergogna non mi apparteneva proprio) non mi feci mancare nulla nella presentazione. Volevo che passasse l’idea dell’eccesso. Mi spiace non avere, oggi, né un video, né una foto, né la presentazione in Ppt che realizzai per l’evento.
Se è vero che un libro è parte di una rete, è un grappolo di concetti che si tengono insieme, io al Tamburo di Latta associai l’Espressionismo più esasperato, Otto Dix e i suoi orrori della guerra, la musica dodecafonica di Schömberg e Webern o i timpani spettrali della Prima Sinfonia di Mahler. E poi un figlio dell’irrazionale come Rasputin, la dolente malinconia della musica Yiddish e quel tanto di Freud che serve come capro espiatorio da votare alla parodia.
Al film (di Volker Schlöndorff del 1979) ci sono arrivata tardi, due anni fa e per gentile, quanto inattesa, concessione di un collega che ne aveva reperito il DVD, quasi introvabile, in un negozio specializzato in vecchi film. Ovviamente, il film mi ha deluso. Una sintesi estrema, comprensibile, ma più infeltrita delle mie infeltrite. Il vizio che non perdonavo al film è forse, tuttavia, che non ha saputo replicare lo stupore provato leggendo il “De Carlo mancato”, quel romanzo piombatomi in casa per errore (o forse con lo scopo di tenermi impegnata per più tempo, come ebbe a confessare mia madre che preferì comprare, a parità di prezzo, il libro con più pagine) ma più grande, più eccentrico, più complesso delle mie aspettative e forse delle mie competenze di lettrice di allora.


Ho deciso di raccontare questa storia prima di elaborare una recensione vera e propria perché esistono, per ogni lettore, letture speciali che segnano una maturazione. Sono letture difficili, che si vorrebbe abbandonare a metà, che turbano, ma che in fondo ci sfidano e ci mettono in discussione. Così sono diventata una lettrice adulta. Il tamburo di latta è ancora oggi, per me, lo specchio del Novecento. È la storia deformata, disarmonica, gridata, negata, immaginata, schizzata, più vera dell’esame sostenuto, delle fotografie di repertorio, della storiografia scientifica rigorosa e fredda.
-  Una storia che scotta.
Otto Dix, At the mirror, 1921 
Incipit
Non lo nego: sono ricoverato in manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti..
Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che gli è d’ostacolo, impara a conoscermi”

Per la recensione appuntamento al post successivo!!










[1] Per chi cerca la recensione, pubblicherò l’Infeltrita nel post successivo. 

mercoledì 9 luglio 2014

La versione di Barney di Mordecai Richler

Ieri su Twitter, sotto l’hashtag #recensione, @CasaLettori proponeva di sintetizzare e interpretare un libro in 140 caratteri: occasione servita su un piatto d’argento, se si considera che il mio unico account presente su Twitter, recensioninfeltrite@russoprof, molto prima della nascita di questo blog, era stato concepito all’uopo, e che il nome stesso di INFELTRITA è stato figlio della scelta di ridurre, rimpicciolire più o meno maldestramente recensioni e affini.
Dovendo individuare qualche libro da proporre all’allettante gioco di scrittura ho pensato a tre romanzi che ancora non avevo recensito e che, tuttavia, mi rappresentavano bene come lettrice. La versione di Barney, Il tamburo di latta e 1Q84.
Rispettivamente, i tweet elaborati per ciascuno sono i seguenti:
  1. La versione di Barney: apologia di Panofsky-canglia, tragicomica battaglia della memoria contro la perdita, l'oblio
  2. ll tamburo di latta di Günter Grass. [concerto dodecafonico] [1] Espressionismo che stride sugli orrori del secolo breve, sulla Germania [Polonia] in fiamme
  3. Aomame e Tengo, due mondi, due lune, una sinfonietta. #1Q84, anime a tinte fosche - e l'inquietudine [che]ci assedia.
Prendendo spunto dal gioco ho deciso di occuparmi diffusamente di questi tre romanzi e lo faccio dedicando un post per ognuno.
Comincio oggi con La versione di Barney del canadese Mordecai Richler (1931-2001), GLI ADELPHI 267, l’ultimo che ho letto, in ordine di tempo.
Lo consiglio perché non si può fare a meno di Barney Panofsky, un personaggio - canaglia che mi fa pensare a Cecco Angiolieri, ai clerici vagantes e, per strani giri, anche ad Archiloco e Ipponatte.


Incipit
Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente biografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba.
L’infeltrita.
Chi è Barney Panofsky?
È un agglomerato di difetti portati con orgoglio, come fossero medaglie al merito. Ricco da fare schifo, capriccioso, sospettato di omicidio, detestato - a torto o a ragione - da molti, oggetto di invidia, capro espiatorio, turpiloquio vivente, concentrato di umorismo ebraico, vecchio goliardico mai cresciuto, politicamente scorretto. L’aggettivo che meglio definisce Barney è shmuk che, in lingua Yiddish, non è esattamente un complimento da gran signori, anzi diciamo che nella sua forma più edulcorata potrebbe significare imbecille, carogna, ma se parlassimo in latino sarebbe il mentula catulliano, epiteto derivato dall’organo genitale maschile, in italiano facilmente traducibile e, per di più, in diverse varianti. Dice di se stesso: “Sono sopravvissuto alla scarlattina, agli orecchioni, a due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e a tre mogli”
Barney è un produttore televisivo di origine ebraica che vive a Montreal e che tutti vogliono dipingere nella veste facile dell’affarista senza scrupoli; frequenta scrittori, artisti, intellettuali, snob di ogni risma col piglio di chi resta fuori dalla cricca e, beffardo, li guarda e ride, benché intimamente sia persuaso di essere affratellato, per meschinità e piccolezza, a tutti loro, superiore solo nell’ autoironia, arma micidiale che permette all’uomo di essere più grande della propria vanità. 
Il romanzo di Richler è diviso in tre capitoli, uno per ogni moglie di Barney, ripercorre fra balzi temporali, anticipazioni e digressioni, la vita del protagonista e si conclude con un poscritto di Michael Panofsky, il figlio maggiore. Segue un glossario Yiddish. 
La prima moglie, Clara, l’artista, rappresenta la parentesi bohèmien, Parigi, la soffitta, gli stenti, l’arte di arrangiarsi.
La Seconda Signora Panofsky resta senza nome. È l’angustia spocchiosa della vita borghese e anche il momento di massima caduta. Lo sprofondo. 
La terza moglie è Miriam, di fatto l’unica. Virata elegiaca di un romanzo pungente ed esilarante. Barney insegue il sogno impossibile di invecchiare con lei, come novelli Filemone e Bauci, ma Miriam lo ha lasciato dopo venti anni e tre figli. Barney sopporta il suo nuovo compagno -grigio burocrate senza difetti-  come si sopporta un tafano e intanto passa in rassegna gli errori commessi, tanti in effetti, e non si rassegna. A me ricorda questi versi della Divina Commedia “Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l'altro se ne va tutta la gente; [2]e mi fa pena. L’uomo-Barney è fragile, ma ce ne accorgiamo a tratti. Il tempo di uno stordimento e poi si ritorna allo sproloquio, alla materia bruta in cui sporcarsi le mani, al cazzo cazzo cazzo, alle lettere anonime mandate per farsi beffa di ipocriti e sciacalli, alla quotidiana lotta con la memoria.
, perché la versione di Barney non è solo un’apologia di se stesso, è prima di tutto l’epica lotta contro la memoria che si sfalda e porta via con sé il suono delle parole, le coordinate delle cose, dei concetti, del mondo, la storia, l’identità, l’ovvietà degli oggetti, la concretezza del qui ed ora. E se sotto le gambe di Barney Panofsky sta per spalancarsi un abisso, il lettore se ne accorge appena o tenta con forza di ignorarne gli indizi, perché la valanga del racconto lo travolge e la grandezza del personaggio basta a catturare tutta la sua attenzione, a richiedere una risata che esorcizzi qualsivoglia inevitabile malinconia.
Versione cinematografica, più edulcorata e meno Yiddish del romanzo
Zoom
Nei romanzi in cui manca l’ironia, io mi sento a disagio. Qui ce ne sono tonnellate, e di qualità finissima.
Sulle riviste letterarie non si fa che leggere di scrittori ingiustamente dimenticati, ma mai una sillaba per quelli giustamente dimenticati, gli imbrattacarte sempre pronti a esibire i propri titoli- insomma, i tipi à la Tierry McIver.” molte, come questa, sono le pagine in cui Mordecai Richler, per bocca di Barney, fa le pulci agli intellettuali, specie a quelli della Nomenklatura, alla casta, per usare una parola che oggi piace di più alla gente. Benché il romanzo sia ambientato in Canada, la spocchia è universale, si riconoscono invidie incrociate, manie, isteria, in una nuova sfilata di imbecilli che  piacerebbe a Parini.Non sto affatto dicendo che Shelley è un analfabeta. Al contrario, nell’ambiente passa per un vunderkind. Se gli avessi nominato Batman, Wonder Woman o l’Uomo Invisibile mi avrebbe lanciato uno sguardo di intesa con l’aria di dire «be’, tra gente di buone letture ci si capisce al volo.»  i giovani d’oggi. Cristo santo.”






[1] Le parentesi quadre indicano passaggi, in seguito, soppressi per mancanza di spazio
[2]Dante Alighieri, Div. Comm. Pg, VI 1-4

venerdì 4 luglio 2014

Ho ucciso Agatha Christie e ho scoperto Simenon

C’è sempre la prima volta.

A Maigret ci sono arrivata tardi. Un po’ come a tutti i giallisti nostrani (Camilleri, Malvaldi, De Giovanni). Il problema era uccidere il fantasma di Agatha Christie che incombeva  su di me con le sue carte da parati, la petulante Miss Marple e la bombetta di Poirot. Tazze da tè e maggiordomi a profusione, no grazie! Ne avevo letti a pacchi quando avevo dodici anni, gareggiando con l’allora amica di penna, Barbara, occhialuta rampolla di una famiglia della Torino bene. Vinceva sempre. Nell’intervallo tra una lettera e l’altra, per quanti sforzi impiegassi nell’emularla, per quanta furia mettessi nelle mie letture appassionate, non riuscivo a tenerle dietro, lei finiva due o tre romanzi in più rispetto a me e ne parlava con dovizia di particolari, e sempre mi pareva che i suoi fossero più belli, più difficili, più interessanti dei miei.
L’indigestione, per quel che mi riguarda, è avvenuta poco dopo, ed è stata definitiva. La scoperta di un classico, Il Gattopardo, e subito mi sono sbarazzata della Christie e, con lei, di qualsivoglia desiderio di leggere altri gialli. Avevo scoperto un altro modo di fare letteratura. Forse, avevo scoperto la letteratura. Essa aveva a che fare con orizzonti più vasti e con meccanismi meno seriali, con voli e cadute, con una complessità che non è solo trama, ma interpretazione,  attribuzione di senso. E non sentivo più il bisogno di gareggiare.
In una parola, assuefazione.
Per molto tempo ho associato al giallo una scrittura piena di dettagli esteriori, macchinosa, infinitamente ripetitiva nelle sue continue varianti, decisamente incolore e improvvisamente incapace di soddisfare il mio bisogno di profondo, di riconoscermi in un passaggio o, al contrario, di straniarmi completamente di fronte al dettaglio spiazzante. Chiedevo a un libro un minimo sindacale di stupore, ma, nei gialli di Agatha Christie, al più, capitava che mi sentissi confusa e appesantita. Troppi personaggi, troppe giravolte, troppe aspettative per un finale ingegnoso e freddo.
La svolta? Un caso. Un regalo, quattro racconti sul commissario Maigret ormai in pensione (Assassinio all’Ètoile du Nord, ed. Adelphi, ovviamente). Insomma, partivo dalla fine, dal punto di arrivo, eppure c’era sapore di rivoluzione. Il distillato di Maigret ha funzionato, mi sono subito ubriacata. E così, ho conosciuto Simenon a trentadue anni. 
C’è sempre una prima volta.
Sono tornata a leggere gialli dopo un’infinità di tempo, a studi terminati, con un palato più esigente e un bagaglio di letture più ricco. E quello che ho trovato non è stato Agatha Christie.
Cosa fa la differenza?
Tazze da tè e domestici, morti ammazzati e indagini c’erano ancora tutti, ma la penna di Simenon passava sulla prosaicità del giallo con l’eleganza e la leggerezza del poeta, al punto da farmi dimenticare la meschinità della trama, l’artificioso aggrovigliarsi degli indizi, la banalità puntuale del morto e del suo assassino. Sentivo la pioggia di Parigi, il borbottio della stufa di ghisa, gli odori delle zuppe, lo scrosciare dei canali, il trapestio dei passi sulle strade, lo scivolare delle sete fra le gambe delle signore. E tutti questi dettagli non avevano lo spessore di una carta da parati, non erano una quinta che facilmente puoi strappare tanto è posticcia, assumevano, piuttosto, fra le righe, il peso dei mattoni, saturando di senso la pagina e costruendo, sotto i miei occhi di lettrice, ancora un po’ scettica, la città, l’hotel, il boulevard.
La differenza tra Christie e Simenon è nello sguardo.
Simenon osserva il mondo con gli occhi di un uomo che guarda i suoi simili con pietà, li fissa nelle pose che più solennemente li fanno umani - e tuttavia li coglie nell’attimo di un quasi impercettibile stupore. C’è il fascino dei dagherrotipi nei suoi scatti, lo stordimento, come dopo la detonazione di un vecchio flash. Esempio:
La vide ancora un istante nello spiraglio dell’uscio, ed ebbe la sensazione di lasciarla smarrita, dopo averla colta di sorpresa in casa propria, nel tepore della villa.
E c’erano altri indizi, tenui, indefinibili,ma densi d’angoscia, negli occhi della giovane madre che chiudeva la porta.”  (da Pietr il Lettone di Yasmina Melaouah )

Georges Simenon, I Maigret vol. 1
ADELPHI
I capitoli si chiudono con tocchi brevi e intensi, pennellate veloci, ombre. Su questi chiaroscuri si innesta la suspance, che non scaturisce da colpi di scena eclatanti e attesi, ma da indizi vaghi e torbidi, che provengono dall’espressone rubata a un volto, da uno stato d’animo, dalle mille forme che assume l’inquietudine nei mezzi toni di un dialogo o nei gesti non controllati.
La Christie è una fotocamera digitale, una videocamera a circuito interno, che prende tutto a strascico, senza sonoro e senza sfumature. Vestiti, stoffe, arredi, dimensioni, consistenze, ritratti. Una completezza che nulla aggiunge, che non lascia risonanze e rende superflua la nostra immaginazione.
La morte nei libri di Agatha Christie è un diversivo che solletica l’intelligenza di qualcuno. È espressione di arguzia, di due intelligenze fini e contrapposte che si fronteggiano e a cui il lettore non riesce a stare dietro, se non a prezzo di estenuanti acrobazie mentali, perlopiù errate.
La morte per Simenon non è un gioco, è uno strappo doloroso. È la vita nel suo multiforme spettacolo che bruscamente s’interrompe e lascia in sospeso le storie non vissute, le azioni che non si sono potute compiere fino in fondo. Maigret porta con sé il peso del tragico e la stanchezza di chi scava nell’animo e sa di trovarci baratri di miseria e fragilità, sogni infranti, debolezze, voli troppo arditi e destinati allo schianto.
Su tutti i personaggi si posa una dignità letteraria, una forma di rispetto. Il lettore non ha la sensazione che essi, anche quando secondari, siano messi lì per creare confusione, per depistarlo nelle sue congetture, per animare uno schema atteso.
Essi sono parte di una coralità che racconta le mille sfumature dell’umano. Importanti quanto la vittima, l’assassino, il commissario. I personaggi femminili, in particolare, sono ipnotici. La sensualità inquieta delle donne che si affacciano nei romanzi di Simenon fa da contrappunto alla presenza discreta della moglie di Maigret, collocata nello spazio buono della casa, al riparo dalle angosce del mondo esterno, in un recinto esclusivo dove la macchina narrativa si ferma, in attesa di un’altra avventura.

Zoom:
C'era tutto Maigret nello sguardo ch'egli fece pesare su di lei! Una calma! Un'indifferenza! Come se avesse udito solo il ronzare di una mosca! Come se avesse avuto davanti a sé un oggetto qualsiasi. Nessuno l'aveva mai guardata in quel modo. Si morse le labbra, arrossì violentemente sotto il fondotinta e batté il piede con impazienza. Lui continuava a fissarla. Allora, esasperata, o forse non sapendo cos'altro fare, ebbe una crisi di nervi.  (da Pietr il Lettone trad. di Yasmina Melaouah)
Ecco una fotografia che mi spiazza nella sua virata finale, perché fulminante e inattesa. 
Non c’è nient’altro da dire e questo è sufficiente.