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martedì 14 ottobre 2014

Una mutevole verità. Romanzo o cronaca?

Oggi vi propongo una recensione davvero mini. Infeltrita più del solito.
Ho letto al volo un giallo di Gianrico Carofiglio, trovato in giro per casa: Una verità mutevole, edito da Einaudi Stile Libero Big (giugno 2014).

Mi ha colpito una noticina a caratteri minuti fra le pagine di guardia: “Edizione realizzata in collaborazione con l’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicentenario dei Carabinieri”. L’autore non è tra i miei preferiti, ma anni fa ho apprezzato Il passato è una terra straniera, un noir ambientato in una Bari notturna e cupa, molto diversa da quella allegra e chiassosa che allora frequentavo quotidianamente con la spensieratezza della studentessa universitaria innamorata dei colori delle vetrine e delle bancarelle del centro (incensi, bracciali, anelli, sculture in legno, diari, specchi, sciarpe, occhiali, cappelli.)

Incipit
“Cardinale Lorenzo detto ‘u tuzz – cioè la «testata» - era un rapinatore, specializzato in banche e uffici postali. Lui e i suoi complici avevano una tecnica efficace: rubavano un’auto di grossa cilindrata, o addirittura un camion; aspettavano l’orario di chiusura al pubblico, quando le casseforti erano aperte, i sistemi di sicurezza da tempo disattivati e gli impiegati contavano il denaro. Allora lanciavano l’auto – o il camion – a marcia indietro contro la vetrina blindata, la sfondavano, entravano armi in pugno, prendevano il denaro e andavano via. Ovviamente con una macchina diversa.”

L’Infeltrita
Una mutevole verità è un romanzo breve e asciutto, un poliziesco classico che procede senza sbavature dalla registrazione di un omicidio alla risoluzione del caso. Nel cuore della storia il messaggio è subito dichiarato: la verità è ricerca, è uno scavo che richiede pazienza, attenzione ai dettagli ma non al superfluo. Quando la verità è troppo evidente bisogna alzare la guardia. Proprio allora, infatti, c’è il rischio di un pericoloso abbaglio.
L’indagine è condotta dal maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio. Nomen omen dicevano gli antichi e lui, in ossequio all'illustre cognome, ama leggere, frequenta librerie e ascolta musica classica, vorrebbe studiare lettere e prima o poi lo farà.
Fenoglio è un uomo attento, di grande umanità, capace di tenersi discosto dalla violenza che il suo mestiere gli pone davanti, sia essa frutto di un reato, sia essa metodo d’indagine usato e abusato dai colleghi. Non ha pregiudizi Fenoglio, perciò non si fida delle apparenze. E se l’istinto lo porta a dubitare di qualcosa o di qualcuno non lo asseconda alla cieca, ma prova a mettere in discussione l’impalcatura di certezze razionali che ha costruito, ne saggia la tempra. Se l’edificio tiene la certezza è fondata, se scricchiola, l’istinto ha avuto ragione e bisogna cercare nuove piste, altre tracce; Fenoglio non si tira indietro. È un buon carabiniere, di quelli che chiunque si augurerebbe di incontrare davanti. Sembrano capirlo tutti, persino i pregiudicati.
Nelle ultime pagine, come un’ombra, fa la sua comparsa una vecchia conoscenza dei lettori di Carofiglio: l’avvocato Guerrieri, protagonista di molti altri romanzi. Qui è una comparsa, quasi una citazione, eppure sembra avere il merito indiretto di portare l’assassino alla confessione. 
Sullo sfondo c’è Bari: i luoghi, però, scorrono senza ingombrare. Non sono protagonisti. Qui c’è via Sparano, lo shopping, le vetrine, i profumi delle signore. Lì il Petruzzelli ancora in piedi. La chiesa russa, qualche parola su San Nicola da Mira. Siamo alla fine degli anni Ottanta, pochi passaggi ce lo dicono: la Ritmo del maresciallo, i cappotti dalle ampie spalline, il profumo Poison di Dior. Nulla che ecceda. Nulla che indulga verso un lirismo puramente ornamentale. La storia potrebbe essere ambientata a Roma o a Firenze o a Vercelli, resterebbe in piedi perfettamente.
Lo stile ha la puntualità dei verbali. La scelta dei sostantivi e dei verbi affonda in un italiano standard quasi asettico. Aggettivi e avverbi hanno una funzione informativa, giammai espressiva: non servono a emozionare, ad abbellire, a colorire, a enfatizzare. Solo a precisare. La scrittura è in funzione della storia che deve emergere - come emerge! - in primo piano, nitida e chiara. 

Lo consiglio a chi NON ama libri lunghi, trame complesse, colpi di scena fini a se stessi.
 

Zoom
Sulle prime il romanzo mi è sembrato un po’ anemico. Freddo.

“Le date, i nomi, i luoghi indicati in questo romanzo sono di fantasia. I fatti sono realmente accaduti, altrove”. La lettura di questa postilla mi ha, in parte, rassicurato. Ho avuto la sensazione che Carofiglio abbia voluto raccontarci un pezzo di cronaca, camuffato. Se è così lo scuso. Viceversa avrei chiesto alla sua penna una sforzo immaginativo più grande -  e più calore. Un personaggio come Pietro Fenoglio non glielo avrebbe di certo impedito.  

martedì 30 settembre 2014

Il desiderio di essere come tutti, recensione sofferta di una lettura a lungo rimandata...

Ho temporeggiato a lungo prima di leggere  "Il desiderio di essere come tutti" (Einuaudi) con cui Francesco Piccolo, il 3 Luglio scorso, ha vinto il Premio Strega.
Sapevo già, per via dell’immancabile clamore mediatico che ruota attorno a tali premiazioni e per gli articoli che avevo letto, che si trattava di un’autobiografia ma anche di un bilancio sullo stato di salute della sinistra italiana negli ultimi anni. Le premesse mi indisponevano.
Le autobiografie mi annoiano, per quel narcisismo che deborda da ogni riga, ma ancor più perché (è un mio limite) nella letteratura cerco sempre un varco verso l’altrove.
La letteratura che non raffina il reale per meglio interpretarlo mi sta stretta, perciò ho un atteggiamento piuttosto tiepido verso le cronache, le biografie, la storia raccontata in bello stile. Per dirla con Antonio Moresco[1], che ho avuto modo di ascoltare nel corso di una presentazione nella mia città: “ Noi non siamo la misura di tutte le cose dentro un orizzonte storico circoscritto”, nella vita dell’uomo c’è una continuità e una radicalità profonda che non si possono costringere in una catena di causa-effetto; nel reale, piuttosto, c’è tanta materia oscura e la letteratura può intercettarla solo a patto di non assumere categorie esclusivamente storiche.
Facciamola breve: quando leggo, amo la finzione.
Poi però mi sono incuriosita. Dal libro di Piccolo numerose esche spuntavano ad allettarmi. Come pure mi allettavano le recensioni positive. E ancor più la sua faccia simpatica. E il titolo, la scritta rossa, che ammicca a un celebre articolo dell'Unità sui funerali di Enrico Berlinguer.

L’esca più subdola, per esempio, giocava la carta della nostalgia. Sapevo che Piccolo aveva iniziato a narrare il suo ingresso nella dimensione pubblica a partire dall’epidemia di colera e dalla diffidenza verso le cozze, passando attraverso i mondiali del 1974, approdando al terremoto in Irpinia del 1980 e affondando negli eventi tragici della nostra storia, come il rapimento Moro o i funerali di Berlinguer: vicende che, sebbene non vissute in prima persona, fanno parte dell’immaginario collettivo delle nostre famiglie e che, in un certo qual modo, appartengono anche a me. Per esempio, alcune delle pagine scritte da Francesco Piccolo avrebbero potuto ben esser scritte dai miei cugini più grandi, suoi coetanei, che tante volte li hanno rievocati con lo stesso trasporto.
Un po’ tutti abbiamo provato quella strana commistione fra pubblico e privato quando gli avvenimenti della storia, rimbalzati attraverso la televisione e i giornali, sono ricaduti nelle nostre vite e nelle nostre esistenze quotidiane (per quanto minime e insignificanti). In nome di ciò, mi sono decisa a leggere l’autobiografia di Piccolo. Per ritrovare quanto di mio ci fosse negli ultimi cinquant’anni di storia repubblicana.

L’incipit
“Sono nato in un giorno di inizio estate del 1973, a nove anni.
Fino a quel momento la mia vita , e tutti i fatti che accadevano nel mondo, erano due entità separate, che non potevano incontrarsi in nessun modo. Me ne stavo nella mia casa, nel mio cortile, nella mia città; con i miei genitori, i miei fratelli, i compagni di scuola, i parenti e gli amici – e in un altro pianeta accadevano i fatti che guardavo in televisione. Ogni tanto i grandi ne parlavano, del mondo e dell’Italia in particolare; quindi c’era interesse verso quello che accadeva fuori dalla nostra vita. Ma noi tutti in ogni caso, non c’entravamo niente. E io, ancora meno”
L’Infeltrita
Francesco Piccolo dice di non essere nostalgico del tempo passato e conclude dichiarando il suo bisogno di vivere il presente, solo quello. Dichiara inoltre di non voler fuggire in un luogo migliore, sia esso un passato idealizzato e lontano, oppure un altro paese, con una classe dirigente più candida e una popolazione diversa da noi italiani.
La nostalgia, però, è del lettore che si trova immerso nei grandi eventi della cronaca, ampi quadri che facilmente recupera dalla propria memoria e in cui si sente a casa. Eventi dilatati dai media, dalla percezione del singolo, dagli occhi, prima di un bambino, poi di un adolescente che si ritrova a fare i conti con il resto del mondo.

Nel racconto, la dimensione privata si mescola alla dimensione pubblica e in questo trova la sua principale grazia. Il filtro soggettivo ammorbidisce la cronaca, la fa umana, palpitante e perciò meno lineare, meno facile. Pubblico e privato sono qui due categorie problematiche, discusse, intrecciate, che si vorrebbe tenere distinte, ma che sempre restano confuse.
L’autobiografia procede per blocchi, compiuti e autosufficienti. Le diverse parti, tuttavia, sono tenute insieme da una ricorsività che si esprime in richiami, considerazioni, rettifiche e valutazioni che l’autore non cessa di rivolgere al proprio passato, come se i conti con esso non fossero del tutto saldati e il giudizio non fosse mai definitivo. Del resto, non si guarda mai al passato sempre allo stesso modo, ma in maniera diversa a seconda di chi siamo diventati, del presente che viviamo. È la lezione che ricavo da questo libro.
Interessante è anche valutare i due macro-blocchi e i loro titoli: la prima parte “La vita pura: io e Berlinguer”, la seconda parte “La vita impura: io e Berlusconi”.
Da un lato, l’adolescenza scandita dalla scelta emotiva, più che ponderata, di essere comunista (la simpatia per la Germania Est ai mondiali di calcio del 1974 che è simpatia per i deboli, destinati alla sconfitta e tuttavia capaci, per una sola volta, di una vittoria eroica, proprio perché contraria ad ogni pronostico) e la fatica di esserlo del tutto, con coerenza e intransigenza; dall’altro, la vita adulta segnata da una partecipazione alla politica seguendo con diligenza e senza più deragliamenti i passi percorsi dalla sinistra italiana.
Ovviamente, sembrerebbe che il giudizio sia già espresso a chiare lettere: c’è un’epoca felice, buona, incontaminata (Berlinguer) e una perduta, grigia, colpevole (Berlusconi, e prima ancora Craxi). Ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, i puri e gli impuri, la minoranza che tifa per il bene (perde e sublima la delusione della sconfitta nella consapevolezza di essere dalla parte del giusto) e la maggioranza che sceglie il male (e vince!) Questo mi aspettavo, questo volevo sentirmi dire.
In realtà, Francesco Piccolo chiude le sue memorie con delle considerazioni che ci portano da tutt’altra parte, spiazzandoci.
L’errore più grosso che la sinistra ha compiuto negli ultimi anni, è stato quello di rifiutare in blocco il presente con le sue innegabili brutture, mantenere le distanze dalla società, dalla politica, dalla storia, per rinchiudersi in un Olimpo aureo da cui criticare, disprezzare gli altri (i cattivi, gli ignoranti, i corrotti) con l’arma dell’ironia, del sarcasmo, dell’indignazione a volte virulenta, sempre improduttiva.
Dopo la morte di Berlinguer, naufragato per sempre il compromesso storico, e ancor più dopo che Bertinotti nel 1998, in nome della “purezza”, ha scelto di far cadere il governo Prodi, la sinistra ha deliberatamente scelto di votarsi alla sconfitta pur di non lasciarsi contaminare dal presente; si è fatta reazionaria, chiamandosi fuori dalla politica, fuori dai giochi. E ha offerto il Paese alla parte che l’ha mandato in rovina. Non si può non condividere un’analisi, che resta amara nella sostanza.
Piccolo, nel denunciare i propri difetti e i propri errori di uomo, condanna un’intera cerchia politica, miope e incapace di mettersi in discussione. Egli prende le distanze dal fanatismo, dalla mancanza di compromesso che sfocia nella inanità, dalla presunzione di essere i migliori. E finisce per auto-assolversi, al contrario, proprio per quelle volte in cui ha saputo mettere da parte l’atteggiamento moralista, la durezza, l’intransigenza per abbracciare una superficialità intesa come ingrediente fondamentale per vivere bene, per vivere il proprio tempo senza sensi di colpa, per essere parte di un tutto…. per essere come tutti, appunto. Non migliore, non superiore.
Francesco Piccolo ha una vena affabulatoria tendente alla logorrea, quando racconta gli aneddoti non ha fretta, si sofferma sugli antefatti, indugia sui particolari, conduce il lettore per molte stanze, lungo il filo di un ragionamento che si dispiega con calma senza lascare presagire quando e dove andrà a finire. Ma alla fine convince. La sua auto-indulgenza strappa un perdono (difficile) anche nel lettore, che assolve la parte peggiore di Piccolo riconoscendo in essa i propri difetti e le proprie mancanze. Si può dire che "Il desiderio di essere come tutti" è un romanzo di formazione che ha molto del Bildungsroman classico, alla Wilhem Meister. Francesco Piccolo nel finale appare infatti perfettamente conformato all’ideale borghese dell’equilibrio, della misura, del buon senso. Dopo un cammino tortuoso e doloroso, che passa per l’esperienza del rifiuto, per le lacrime di fronte all’umiliazione di Berlinguer, per la meschinità morale del reportage contro l’italietta in settimana bianca a Ovindoli e per la riprovazione di Bertinotti che fa cadere il governo, Francesco Piccolo mette da parte sofferenza e delusione e sceglie di abbracciare il presente, così com’è. Supera inquietudine e inanità e si dichiara pronto a vivere il suo tempo.

E io? Mi riconosco molto in questa biografia, e soffro un po’. 

Zoom
Trovo esilaranti le pagine sul colera del 1973. Perché l’autore ha dato loro sfumatura epica e tragica, e perciò sanno essere estremamente comiche. Perché della perenne diffidenza verso le cozze, maturata da Francesco Piccolo in virtù di un indimenticabile spavento, ne sa qualcosa la mia famiglia che non ha servito molluschi (né cotti né crudi) per i successivi trent’anni. E non è un’iperbole. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo conosciuto da vicino quella strana sensazione che si prova quando la Storia si svolge vicino, ma non del tutto, rendendoci QUASI protagonisti. E riconosco le vicende del terremoto in Irpinia, una tragedia che, appena un po’ più lontano dai luoghi colpiti, fu percepita come un tempo strano di paura sì, ma anche di emozione condivisa (scuole chiuse, vacanze inaspettate, giorni trascorsi in campagna tutti insieme vicini, come in una grande avventura, quasi una festa). La superficialità di Francesco Piccolo mi fa specie, perché di fatto mi appartiene!








[1] Antonio Moresco (Mantova, 30 ottobre 1947) è uno scrittore italiano, autore di opere narrative, teatrali e saggistiche. Nel 2014 per Mondadori, collana Libellule, ha pubblicato “Fiaba d’amore”, nel 2013 “La lucina”.

mercoledì 17 settembre 2014

Romanzo tentacolare. L'armata dei sonnambuli di Wu Ming.

Finalmente oggi vi parlo di Wu Ming e de L’armata dei sonnambuli.
Un romanzo grande e avviluppante, per chiudere l’estate in bellezza. E cioè con un buon libro e un ricordo positivo.
Vi parlerò di un romanzo a più voci, di un intreccio avvincente e di quella fanta-storia (o storia infiorettata o storia maggiorata) che è il romanzo storico, qui arricchito da un surrealismo fosco e da un’ironia di fondo, cattiva e tragica, in cui io - lettrice priva di buona fede - non posso che rintracciare allusioni e strali verso un’attualità non meno caotica, illusa e disperata.
La curiosità con cui mi sono avvicinata a questo libro accoglieva diverse motivazioni.
L’autore è un collettivo di scrittori: mi domandavo come facessero a disciplinarsi, a dividere il lavoro, ad assicurare unità al racconto.
La storia è ambientata nel periodo del Terrore. Un’epoca così convulsa da rappresentare da sempre, l’autentico spauracchio (terrore, ma con la lettera minuscola!) di molti studenti di storia moderna.
La copertina riproduce la maschera di Scaramouche. Io l’associavo al medico della peste, la cui lunga protesi sul naso serviva a tenerlo lontano dal contagio. La stessa immagine mi riportava contemporaneamente alle cupe maschere di Kubrick, in Eyes Wide Shut. Cercavo un nesso fra queste tre suggestioni e penso di averlo trovato.
Mi sono tuffata senza tema nelle 796 pagine e adesso che le ho finite, la nostalgia della bella stagione si mescola a una nostalgia altrettanto acuta per la storia di Marie Noziére, di Leo Modonnet, del Cavaliere d’Yvers, del magnanimo d’Amblanc e per la folla di Parigi, il foborgo, il manicomio, i boschi cupi dell’Alvernia… fantasmi da romanzo - che nessuna storiografia ufficiale ammetterebbe. Essi trasportano il lettore in lidi lontani, ma fra temi, accidenti, corsi e ricorsi decisamente attuali.
Quanta, ma quanta carne sul fuoco!!
Wu Ming - L'armata dei sonnambuli
Einaudi stile libero BIG 
Incipit
“Adunchi come becchi di rapaci, arrossati dal gelo del mattino, bitorzoluti e tumefatti dal bere. Schiacciati da un colpo di piatto ricevuto servendo la patria o celebrando il dio Bacco. Storti da un pugno ben piazzato in una rissa tra cani che si contendono un osso, una moneta o la fessura d’una donna. Mozzati dal fendente di un creditore o di un assassino maldestro. Larghi e rubizzi, con narici enormi e cavernose. […  ]
I nasi del popolo lo disgustavano. Grondanti per il freddo, coperti di nei e verruche, quegli organi deformi ricordavano le parti anatomiche di bestie selvagge, benché a un livello più basso della Creazione, buoni soltanto per annusare i miasmi dei bassifondi”
L’Infeltrita
Nasi - maschere - peste. La rivoluzione è vista come una mascherata grottesca, una pestilenza di cui si teme il contagio. L’ossessione per i nasi, da parte del personaggio che incarna il potere reazionario, esprime con chiarezza timore di contaminazione e di imbastardimento. Registrare miasmi e puzze in una folla scomposta è espressione di massimo disprezzo. Lunghissimo per contrappasso sarà il naso di Scaramouche, l’Ammazzaincredibili, eroe che incarna la folla, il popolo, la rivolta.
L’Ouverture del romanzo è di grande e macabra teatralità. Da cinque punti di vista differenti vediamo rotolare testa di Luigi Capeto, re di Francia, il 21 gennaio 1793, meglio noto come Luigi XVI. Il  tempo della storia copre un arco temporale che si allunga sino al 1795. Ricostruisce le fasi più convulse della rivoluzione dalla Convenzione al Termidoro.
La folla di Parigi, che chiede pane e uguaglianza, è un’idra le cui cento teste si divoreranno scambievolmente, perdendo tutto quello che sono riuscite a ottenere e senza raggiungere quanto avevano sperato.
La rivoluzione si fa controrivoluzione in un batter di ciglia, e questa è la Storia: il Romanzo apre varchi e strappi nel suo tessuto. E lì ci mette i propri fantasmi, figure che non appartengono all’asse del vero, che nel reale scorrere dei secoli sono state poco più che comparse, o semplicemente….non sono state!
Cinque voci: il disprezzo dei monarchici che si nascondono nella folla e preparano un complotto oscuro; la ferocia esaltata della folla belluina; la curiosità della popolana Marie Noziére e di suo figlio; l’allegra copula di due attori da strapazzo, Scaramouche e Colombina, in un androne ai margini della folla in visibilio; la calma pacata di Orphée D’Amblanc, medico mesmerista, che non rinuncia al dovere delle sue cure e al piacere di dar sollievo all’asma della bella signora Girard.
Al centro, Madama Ghigliottina, protagonista dell’epoca, proiezione di furori e di un contraddittorio senso di giustizia, meccanismo incendiario destinato a incepparsi per uso scriteriato e progressivamente banalizzato.
I cinque punti di vista saranno mantenuti per tutto il romanzo e porgeranno altrettanti fili narrativi, all’inizio lontanissimi, ma poi destinati a intrecciarsi nelle convulse pagine finali, dove buoni e cattivi si fronteggiano scopertamente.
Il romanzo ha il suo punto di forza proprio nella pluralità delle voci, nel continuo alternarsi di prospettive che inquadrano la storia da lati diversi consentendo al lettore una visione globale e relativa al contempo.
Sprezzante e meschina, la voce del nobile complottista; volgare e oscena quella della plebe, a volte feroce e spietata, a volte stolta, spesso illusa; vuota e retorica la voce dell’attore fanfarone; moderna e tragica quella di Marie, donna volutamente sola, che reclama diritti, che agisce politicamente in un mondo ancora molto maschile.
Il narratore onnisciente, di manzoniana memoria, si rompe, si frantuma in tante tessere che il lettore deve ricostruire, ma il mosaico alla fine è perfetto. La struttura è solida, tiene sino alla fine quando il ritmo narrativo si fa incalzante ed è davvero difficile interrompere la lettura: perché la storia ufficiale la conosciamo tutti, ma dentro di noi speriamo nella forza plasmatrice della letteratura, nella sua capacità di sublimare, di creare grandezza dove c’è stata marginalità, di darci una vittoria dove, innegabilmente, si è palesata una sconfitta….
Il romanzo vero e proprio si interrompe nella conclusione dell’atto quarto, perché nell’atto quinto “Come va a finire” vengono presentate le fonti, quelle che hanno permesso la costruzione dell’intreccio, l’individuazione dei personaggi e degli scenari. Qui incontriamo la Storia ufficiale, un po’ più grigia, non meno complessa.
Perché leggerlo?
Molti motivi possono condurre ad apprezzare questo romanzo, che quindi mi sento di consigliare a un pubblico vasto e variegato.

Lo si può leggere, per esempio, privilegiando il filone politico. Il teatro della rivoluzione appare di un’attualità sconcertante e dolorosa; benché sia sporco di sangue e risonante delle più nobili dichiarazioni, visto dall’esterno e con occhio critico, esso appare più simile alla farsa, uno spettacolo che si fa progressivamente grottesco e vuoto.
Lo si può leggere inseguendo un eroe che si aggira mascherato. Scaramouche, il lungo naso, un bastone micidiale come arma e corde e funi per lanciarsi fra i tetti come un supereroe da “foborgo” che nella rivoluzione cerca solo un grande palcoscenico dove risarcire l’ego, schiaffeggiato dalla malasorte (e da un talento discutibile) che non gli ha permesso di emergere come attore.
Lo si può leggere se si ama il gotico, i toni foschi, il mistero, l’orrido, inseguendo il dottore D’Amblanc nell’oscura regione dell’Alvernia, dove fenomeni di licantropia e possessioni attestano la presenza di un potere malvagio che plasma menti ingenue per perseguire un piano reazionario e micidiale.
Lo si può leggere per la riflessione sui temi della psiche, del rapporto fra medico-paziente, analista-analizzato. Il bene e il male si contendono il metodo para-scientifico dell’ipnosi e del transfert. Usato  come cura dal buon D’Amblanc, ma come esercizio di potere dallo spregiudicato Cavaliere D’Yvres. Così, l’antro di Bicêtre, ricovero per menti alienate, è un luogo conteso tra chi tenta di offrire reale sollievo al male e chi si serve dell’ipnosi per sperimentare il proprio potere. Buona e cattiva scienza si fronteggiano in un topos classico, qui trattato con originalità.
Lo si può leggere in una prospettiva “di genere”, storia di donne che rivendicano diritti, che agiscono politicamente, che finiscono schiacciate non tanto dal maschilismo dominante, quanto dalla mancata  solidarietà fra loro, dal conformismo più forte d’ogni rivolta.
Lo si può leggere per tutti i motivi elencati finora, strato a strato, lasciandosi abbracciare da un romanzo totale e tentacolare. Romanzo di romanzi eppure unitario e solido.

Zoom
Gli spunti per riflessioni sull’attualità sono troppi. Non li elenco tutti, sebbene, con diligenza, abbia sottolineato, passo dopo passo, tutto ciò che metteva in moto riflessioni e confronti. Il romanzo tratteggia uno scenario apocalittico, lo trovo (fuor di letteratura, fuori dalla invenzione e dal mascheramento) specchio attendibilissimo del nostro tempo e delle sue più grame derive.
Nella ferocia cieca e spesso ottusa della folla, incapace di discernimento, sensibile solo alle ragioni della pancia, scettica di fronte alla legge e di fatto manovrabile, pericolosa per sé e per gli altri, risiede la vera sconfitta, il fallimento della rivoluzione. Nell’istinto senza testa, senza ragione. Nella politica che non sa dialogare, ma solo epurare. Nella giustizia sommaria.
L’armata dei sonnambuli, che dà nome al romanzo, è un esercito di uomini plagiati dal Cavaliere di cui eseguono, a distanza, la volontà senza badare al dolore fisico, all’istinto di  sopravvivenza. Automi senza sguardo, senza pensieri, senza anima. Il Cavaliere pesca nel vivaio della Gioventù Dorata - non nobile, non ricca, non raffinata, ma pronta a tutto pur di esserlo. Scherani senza scrupoli, imbellettati, privi di volontà propria.
Che dire? Di folle cieche e di sonnambuli sono ancora piene le nostre fosse.

Per questo mi auguro che la scuola, l’educazione, il mondo della cultura facciano di più e si aprano democraticamente a tutti...