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domenica 31 agosto 2014

Sondaggio #3 Impressioni di Settembre

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

da I Pastori, G.D'Annunzio

Il sondaggio del mese ha sapore di malinconia. 
Perché l'estate è al suo declino e, lentamente, la luce dei pomeriggi, che in giugno pare infinita, riporta sere più precoci e più fresche. Le vacanze sono finite quasi per tutti e anche chi ha lasciato la scuola da un pezzo non può fare a meno di sentire nell'aria un senso di chiusura e riapertura di un ciclo, un compimento che sa di doveri rinnovati, di lavoro che ricomincia, di routine che riprende. La TV, del resto, dai prossimi giorni ci propinerà il suo palinsesto più consueto, scandendo la giornata dello spettatore medio con le buone vecchie trasmissioni di sempre. Autobus e treni regionali infittiranno le loro corse e i pendolari ritroveranno quella regolarità un po' grigia che racconta storie di lavoro, di studio e di impegno. 
I più fortunati strapperanno al mare i bagni più belli, godendo di spiagge semi-deserte, di acque cristalline e di frescura. Per tutti gli altri, resteranno i paesaggi rubati al finestrino dell'autobus, alla finestra del proprio ufficio oppure al ricordo delle vacanze estive, da poco terminate.  
Settembre è come i trent'anni in una poesia di Cardarelli "un gran vento che si va calmando"

Penso che per salutare il nuovo mese e per dare commiato all'estate ci voglia una buona lettura. Una lettura che abbia sapore di inizio. Che ci accompagni dolcemente verso l'autunno fluendo a ritmo largo. Un classico
Le letture di settembre sono sempre state un po' speciali per me. Perché, in una dimensione meno vacanziera e festaiola, ho avuto la possibilità di recuperare un approccio più meditativo, una concentrazione che mi ha fatto assaporare meglio le storie e pesare le parole. Gli autori scoperti a Settembre, forse è un caso, sono sempre diventati voci indispensabili nel mio bagaglio letterario.
Il libro a settembre è una specie di traghetto che mi guida verso il nuovo anno scolastico (eh sì, sono una prof.) e gli dà un sapore tutto suo, di anno in anno, sempre diverso.

COSA VOTARE
Il sondaggio che vi propongo, perciò, non vi sembri strampalato: vorrei che sceglieste il libro di Settembre in una rosa di dieci. Potete votare un libro già letto che consigliereste ai vostri amici o uno che non avete ancora letto e che vi proponete di recuperare e di leggere in questi giorni (magari è proprio questa l'occasione che aspettavate da tempo!)
COME VOTARE
Facilissimo. A destra, sulla pagina blog, se mi collegate da PC. 
Se vi collegate da smartphone, nel caso non visualizzaste immediatamente il sondaggio a destra della pagina, recuperate la visualizzazione WEB cliccando sull'apposito bottone ai piedi del post. Si può esprimere una sola preferenza.
E POI?
Lascio un commento spiegando le ragioni del voto oppure, se nessuna delle proposte mi aggrada, indicando quale libro suggerirei a dei lettori potenziali. 
Ok, non siete obbligati, ma a me piace confrontarmi, conoscere le vostre ragioni e arricchirmi di spunti e suggerimenti. Quindi, non siate avari di parole...scrivete e scrivetemi!
ANALISI
A fine sondaggio commentiamo, analizziamo i dati e realizziamo una tempesta di Tweet-citazioni sul libro vincitore. 

Vi aspetto numerosi!!!


Book-gallery





lunedì 4 agosto 2014

Libri d'agosto

Rieccomi! Inizia una nuova settimana, dalle mie parti il sole ben promette e forse anche io potrò godermi qualche bagno al mare. Sugli scogli, naturalmente, dove l'acqua è più verde e per una nuotata devi tuffarti, di piedi o di testa.
Sabato pomeriggio ho fatto scorta di libri. Acquistati in un centro commerciale, non c'era molta scelta. Ad ogni modo, nei prossimi giorni sarò occupata con un noir norvegese  IL PIPISTRELLO,  di Jo Nesbø (Einaudi, stile libero big), con il romanzo collettivo L'ARMATA DEI SONNAMBULI (Einaudi, stile libero big) di Wu Ming e con un classico che rincorro da tempo e che, per diverse ragioni, non ho mai comprato IL SIGNORE DELLE MOSCHE (Mondadori, classici moderni) di William Golding.
Nulla di particolarmente "estivo" direte voi, e dite male. Perché i libri stagionali non sono libri. 
E  perché la categoria estate, quest'estate, è piuttosto discutibile.


Le ragioni della scelta.
  1. Il pipistrello: non conosco ancora il giallo scandinavo. Sentivo il bisogno di colmare questa lacuna. La scelta è caduta su Nesbø solo perché è stato l'unico scrittore presente nella sezione libri del centro commerciale. Un acquisto con poche aspettative, lo confesso. Il pipistrello è un romanzo d'esordio, fu un grande successo. Ha lanciato il personaggio di Harry Hole. Ma io non amo particolarmente il noir. A meno che non mi stupisca. Con uno stile originale e uno scavo psicologico destrutturante, capace cioè di smontare i personaggi, le loro certezze, i loro tratti esteriori. 
  2. L'armata dei sonnambuli: qui l'input all'acquisto è venuto dalla maschera presente in copertina. Mi ricorda quella che, nel carnevale di Venezia, identifica il medico della peste. E richiama alla mia memoria letture varie e disparate (una su tutte, la Mascherata della morte rossa di E. A. Poe) oltre che Eyes wide shut di Kubrick nella scena inquietante dell'orgia mascherata. Dovrebbe essere un romanzo del Terrore (con la T maiuscola, in senso storico e fantastico insieme) che promette complotti, sette e misteri all'ombra della ghigliottina. Dopo il Pendolo di Faucoult di Umberto Eco, letto lo scorso inverno con gran fatica e soddisfazione, mi aspetto atmosfere simili e la stessa alternanza di noia (è un romanzo lungo), paura, parodia e stupore (finale). Speriamo....
  3. Il signore delle mosche: qui siamo di fronte a un classico. E i classici prima o poi bisogna leggerli. Ovviamente le aspettative sono altissime. Recentemente ho ascoltato un'intervista a Piero Dorfles: secondo lui non si può essere veri lettori senza questo romanzo. In realtà, sono tanti i libri senza i quali non si può essere buoni lettori. Pian piano bisogna scovarli tutti, e farli propri.
Vi farò sapere. Adesso mi auguro una buona lettura, sole fino al pomeriggio e un po' di mare per una nuotata al largo. 
Lido Colonia, Monopoli (BA)

domenica 27 luglio 2014

Amica mia – Mariama Bâ recensione

                                       Titolo: Amica mia
Titolo originale:  Une si longue lettre
Anno di pubblicazione: 1979, N.E.A.S., Dakar
Traduzione: Antonella Colletta
Editore: Modu Modu edizioni (LE)
Anno della ristampa: 2013
ISBN: 978- 88- 908448-2-9
Prezzo: 9,00 euro

Questo romanzo è entrato nella mia estate per caso.
Se è vero che da qualche settimana tutti parlano di “libri sotto l’ombrellone”, solo io posso dire di averne trovato uno (davvero!) sotto l’ombrellone 69 del lido La Fonte. Regalo di mio marito che, nel tardo pomeriggio di un sabato fra i pochi assolati di quest’estate, l’ha comprato da un ambulante senegalese vestito di lino e carico libri, che si aggirava fra teli e lettini degli ultimi bagnanti in spiaggia, promuovendo, con scarso successo, letteratura africana per adulti e bambini.
Una lettura breve, intensa, inaspettatamente moderna. 27 capitoli per 120 pagine circa e una voce narrante piena di grazia e di misura.
Incipit
“Aïssatou,
ho ricevuto il tuo biglietto. A mo’ di risposta, apro questo quaderno, punto d’appoggio nel mio smarrimento: la nostra lunga amicizia mi ha insegnato che la confidenza annega il dolore. La tua presenza nella mia vita non è affatto causale.”
L’infeltrita
Come il titolo originale lasciava intuire, si tratta di una lunga lettera che Ramatoulaye scrive alla sua amica lontana Aïssatou nel corso dei quaranta giorni di lutto che una donna senegalese deve osservare, senza uscire di casa, dopo la morte del proprio marito. Una lettera che è al contempo bilancio, rievocazione del passato, analisi degli errori propri ed altrui, lenta ricostruzione dell’anima che rimette insieme i cocci per una rinascenza. Ramatoulaye vive la solitudine forzata del lutto come un’occasione di raccoglimento, il momento in cui si abbandona il chiasso del mondo esterno per pensare solo a sé e, sebbene abbia patito diverse ingiustizie, non cede alla facile tentazione della vendetta, né al rancore, né a qualunque meschinità e bassezza, perché sa che sarebbero fonte di ulteriore amarezza, ben misero risarcimento.
Siamo nel Senegal post-coloniale, a cavallo fra tradizione e progresso, con un piede ancora nel passato, nella cultura superstiziosa, ma autentica, incarnata da alcuni personaggi (soprattutto i più anziani e quanti non hanno frequentato le scuole) e un piede proiettato verso il futuro - la modernità, vista come occasione di crescita e di affermazione, ma anche come rischio, smarrimento, confusione.
Le due amiche hanno studiato, hanno scelto i loro uomini per amore, sono state pioniere di una società che cambia, in fermento, si sono distinte nel lavoro, poi, tradite e deluse, hanno trovato rimedio al dolore e allo sconforto, ricominciando da capo, ciascuna con una soluzione diversa, ma  entrambe ricostruendo con tenacia, equilibrio, autenticità la vita, nel momento stesso in cui tutto sembrava perduto. Sia Ramatoulaye che Aïssatou trovano il loro riscatto nei libri, nell’istruzione che hanno ricevuto, in cui credono e che, l’una come insegnante, l’altra come ambasciatrice, contribuiscono a diffondere.
Il lettore invidia e ammira la forza di queste due donne e ne ricava fiducia e speranza.
Il messaggio che l’autrice ci consegna è che, di fronte all’inevitabile sofferenza che la vita prima o poi ci riserva, l’uomo deve armarsi di volontà, irrobustirsi per arginare la disperazione e ridimensionarla. Alla fine della lunga lettera, insieme a Ramatoulaye, siamo pronti a rivedere il sole, la città, la bellezza multiforme della vita, a seguire i suoi figli nel loro prodigioso crescere e farsi uomini e donne forti, a riabbracciare un’amica, a rimetterci in cammino senza tentennamenti e soprattutto senza compromessi.
Di questo romanzo amo il messaggio positivo che mi lascia. La fiducia nella cultura. Nella donna. Nell’impegno e nella forza di volontà per superare ogni ostacolo o per accettare l’inevitabile.
Ramatoulaye è saggia, razionale, coerente, generosa, matura.
È un personaggio che ha molto da insegnare.
Zoom
Potenza dei libri, invenzione meravigliosa dell’astuta intelligenza umana. Segni diversi associati in suoni; suoni diversi che modellano la parola. Concatenazione di parole da cui scaturisce l’idea, e il Pensiero, la Storia, la Scienza, la Vita. Strumento di relazione e di cultura, mezzo ineguagliato per dare e ricevere. I libri saldano intere generazioni allo stesso continuo lavoro di far progredire. Ti permisero di risollevarti. Ciò che la società si rifiutava di darti, i libri te l’accordarono: degli esami passati con successo portarono anche te in Francia. La Scuola di Interpretariato, da cui uscisti, permise la tua nomina all’ambasciata del Senegal negli Stati Uniti. Hai largamente di che vivere. Ti muovi nella quiete, come le tue lunghe lettere mi dicono, molto lontana dai cercatori di gioie effimere e di relazioni facili
Questo passo esprime lo spirito che è alla base del mio blog di libri e di scuola. Non avevo le parole adatte per spiegare la fiducia che ripongo nella lettura e nell’istruzione, ed eccole in questo libro scoperto per caso! Vengono dalla lontana Dakar, da un romanzo scritto nel 1979, da una scrittrice scomparsa nel 1981 che non conoscevo e che mi ha regalato una voce elegante, moderna, profonda.
Mariama Bâ (1929-1981)

La nostra generazione crede poco nell’istruzione, legge poco. Un diffuso disfattismo, l’utilitarismo più gretto, l’hic et nunc che muove dalla società dei consumi e pretende accelerazione e cambiamenti forsennati hanno tolto valore alla scuola, all’attesa, e forse anche alla donna. Così sento più moderna Ramatoulaye e i suoi dodici figli, il lavoro da insegnante e la sua amicizia pura, alimentata da lettere e pensieri, che la baby squillo in cerca di una borsa firmata, con ogni mezzo.



domenica 13 luglio 2014

Storia di una lettura sofferta - Il tamburo di latta

La lettura contiene in sé storie diverse. Non solo quelle che racconta l'autore, ma anche quelle del lettore che incontra il libro e ne fa esperienza. Italo Calvino ha celebrato questo incontro in un romanzo molto amato - Se una notte d'inverno un viaggiatore -rendendo protagonisti un Lettore appassionato, una Lettrice sfuggente e il bisogno compulsivo della lettura. Ho deciso, perciò, di farmi io stesa protagonista-Lettrice e di raccontare la mia esperienza con Il tamburo di latta  prima di recensirlo come faccio di solito. Considerate questo post un antefatto. La personalizzazione di un classico controverso, che non tutti hanno apprezzato.
In realtà, mi piacerebbe estendere la conversazione e -la butto là- conoscere le vostre storie di Lettura e di Lettori, non necessariamente di questo romanzo: un racconto breve, magari, o solo qualche battuta, sull'incontro con un libro, speciale o ordinario, molto amato o contestato o difficile da reperire o regalatovi, qualunque cosa vi abbia mosso pensieri, critiche, rivoluzioni. O anche solo sforzo fisico (caratteri impossibili, pagine intonse, edizioni scompaginate ecc.)

Storia di una lettura sofferta[1]
Il mio primo incontro con Il tamburo di latta di Günter Grass risale all’inverno 2003 ed è stato un incontro fortuito.
All’epoca, la Repubblica e il Corriere della Sera proponevano ai loro lettori, come supplemento settimanale, due serie distinte di romanzi novecenteschi, entrambe dedicate agli autori contemporanei. Il Corriere puntava sulle nuove generazioni, la Repubblica su quei titoli che potevano già definirsi classici. Nella mia città non c’era bisogno di prenotare i volumi in anticipo, i giornalai erano ancora sufficientemente incoscienti (e forse pochi erano pure i controlli da parte delle testate!) e riuscivano a vendere tutte le copie che ordinavano indipendentemente dal quotidiano cui erano associati e, quindi, anche a distanza di settimane dall’uscita. Molti di loro avevano persino allestito un piccolo reparto libri all’interno dell'edicola dove, finalmente, si poteva trovare qualcosa di meno deprimente che la melassa di Harmony e affini. Questa comune infrazione alle regole di vendita degli allegati permetteva agli acquirenti occasionali di poter scegliere cosa comprare e quanto, a prezzi bassi. Non era corretto verso le librerie ufficiali, lo so,  ma a 23 anni non ci pensavo, incosciente e a tasche vuote come ero. Volevo leggere tanto, tuttavia ero ancora una studentessa e le spese - comprese quelle per la lettura - andavano centellinate.
In quei giorni studiavo Storia Contemporanea, uscivo poco: si trattava di un esame impegnativo, il penultimo, lontano dalla mio curriculum classico, eppure capace di tenermi lontana da qualunque svago e di assorbire tutta la mia attenzione. Il Novecento mi appariva affascinante, crudele e sfibrante. Mi spostavo senza sosta dall’Europa alla Cambogia, dall’Africa post-coloniale alla cortina di ferro e, intanto, sentivo il bisogno di evadere. Come? - Mi ci voleva una lettura fresca e leggera.
Mi accorsi che il Corriere in quei giorni aveva proposto in allegato un romanzo di Andrea De Carlo - Due di due? Boh-  autore che non conoscevo ancora e di cui avevo ascoltato pareri entusiasti; chiesi pertanto a mia madre, in procinto di uscire per la spesa, di passare in edicola a comprarlo. Specificai titolo, autore, testata giornalistica.
Forse mi spiegai male. Forse le copie del Corriere erano terminate e, con esse, anche quelle del supplemento. Forse ci fu dolo, da parte di mia madre. Forse era destino. Di fatto, mi ritrovai a casa con un corposo romanzo dalla sovra-copertina celeste. Evviva, pensai, libro lungo, lungo passatempo. Ma quale sorpresa fu constatare che il quotidiano acquistato era la Repubblica e il romanzo, Il tamburo di latta… non certo di Andrea De Carlo!
Chi fosse Günter Grass lo ignoravo, premio Nobel compreso. Avanzai qualche debole protesta per l’equivoco, ma durò poco. Incominciai la lettura. E capii che non era poca cosa. Che non era un passatempo. Che non era un’evasione dal Novecento terribile e sanguinoso, piuttosto una colata a picco.
Eccola, la parabola della Germania in fiamme, della guerra efferata, dello sterminio, della borghesia colpevole, dell’arte venduta al potere, della decadenza irreversibile della società post-bellica! Altro che lettura fresca e leggera, il materiale scottava.
E mi perdoni De Carlo, Günter Grass l’ho amato.
 Ho letto con furia questo romanzo. Sembrava un contrappunto cupo e dissonante allo studio ufficiale della storia cui mi accingevo con diligenza un po’ fiacca. Apollineo e dionisiaco, intersecavo luci e ombre, fantasia allucinata e sconcertanti realtà. Letteratura e storia, immaginario e realtà. Era come dare colore, disegno, partitura irrazionale all’analisi di cause, conseguenze, congiunture e congetture con cui gli autori del manuale accademico, in italiano impeccabile, si accingevano a presentare la storia della Germania prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma non fu facile leggere il Tamburo di latta, alla cieca, senza una recensione preparatoria, senza spoileraggio (se un libro è geniale, al diavolo sapere in anticipo come finisce, stupisce a prescindere), senza sapere a che cosa andassi incontro esattamente. E ritrovarsi immersa in pagine – come definirle?- efferate, disgustose, grottesche, dure, eccessive, temibili al punto che, pur non potendo smettere di leggere, spesso mi ritrovavo spaventata dall’idea di cosa mi avrebbero serbato i capitoli successivi. E così fino all’ultima pagina. Ho litigato con questo libro, ho protestato, mi sembrava scorretto, lontano dal prato inglese della buona educazione, oltre la decenza. Sono arrivata all’ultima pagina, col pelo sullo stomaco, irrobustita.
Nell’aprile del 2005, quando il Presidio del Libro della mia città, oltre ad organizzare incontri con l’autore, lasciava spazio agli incontri coi lettori (lettori comuni a cui si dava facoltà illimitata di scelta ) volli presentare proprio questo romanzo. Mi sembrava di averlo odiato e invece lo ricordavo, passo a passo. E volevo condividerlo. Mi apparteneva profondamente.
Dipinti, musica, lettura distorta (la vergogna non mi apparteneva proprio) non mi feci mancare nulla nella presentazione. Volevo che passasse l’idea dell’eccesso. Mi spiace non avere, oggi, né un video, né una foto, né la presentazione in Ppt che realizzai per l’evento.
Se è vero che un libro è parte di una rete, è un grappolo di concetti che si tengono insieme, io al Tamburo di Latta associai l’Espressionismo più esasperato, Otto Dix e i suoi orrori della guerra, la musica dodecafonica di Schömberg e Webern o i timpani spettrali della Prima Sinfonia di Mahler. E poi un figlio dell’irrazionale come Rasputin, la dolente malinconia della musica Yiddish e quel tanto di Freud che serve come capro espiatorio da votare alla parodia.
Al film (di Volker Schlöndorff del 1979) ci sono arrivata tardi, due anni fa e per gentile, quanto inattesa, concessione di un collega che ne aveva reperito il DVD, quasi introvabile, in un negozio specializzato in vecchi film. Ovviamente, il film mi ha deluso. Una sintesi estrema, comprensibile, ma più infeltrita delle mie infeltrite. Il vizio che non perdonavo al film è forse, tuttavia, che non ha saputo replicare lo stupore provato leggendo il “De Carlo mancato”, quel romanzo piombatomi in casa per errore (o forse con lo scopo di tenermi impegnata per più tempo, come ebbe a confessare mia madre che preferì comprare, a parità di prezzo, il libro con più pagine) ma più grande, più eccentrico, più complesso delle mie aspettative e forse delle mie competenze di lettrice di allora.


Ho deciso di raccontare questa storia prima di elaborare una recensione vera e propria perché esistono, per ogni lettore, letture speciali che segnano una maturazione. Sono letture difficili, che si vorrebbe abbandonare a metà, che turbano, ma che in fondo ci sfidano e ci mettono in discussione. Così sono diventata una lettrice adulta. Il tamburo di latta è ancora oggi, per me, lo specchio del Novecento. È la storia deformata, disarmonica, gridata, negata, immaginata, schizzata, più vera dell’esame sostenuto, delle fotografie di repertorio, della storiografia scientifica rigorosa e fredda.
-  Una storia che scotta.
Otto Dix, At the mirror, 1921 
Incipit
Non lo nego: sono ricoverato in manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti..
Il mio infermiere non può dunque essermi nemico. Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita; così, nonostante lo spioncino che gli è d’ostacolo, impara a conoscermi”

Per la recensione appuntamento al post successivo!!










[1] Per chi cerca la recensione, pubblicherò l’Infeltrita nel post successivo. 

mercoledì 9 luglio 2014

La versione di Barney di Mordecai Richler

Ieri su Twitter, sotto l’hashtag #recensione, @CasaLettori proponeva di sintetizzare e interpretare un libro in 140 caratteri: occasione servita su un piatto d’argento, se si considera che il mio unico account presente su Twitter, recensioninfeltrite@russoprof, molto prima della nascita di questo blog, era stato concepito all’uopo, e che il nome stesso di INFELTRITA è stato figlio della scelta di ridurre, rimpicciolire più o meno maldestramente recensioni e affini.
Dovendo individuare qualche libro da proporre all’allettante gioco di scrittura ho pensato a tre romanzi che ancora non avevo recensito e che, tuttavia, mi rappresentavano bene come lettrice. La versione di Barney, Il tamburo di latta e 1Q84.
Rispettivamente, i tweet elaborati per ciascuno sono i seguenti:
  1. La versione di Barney: apologia di Panofsky-canglia, tragicomica battaglia della memoria contro la perdita, l'oblio
  2. ll tamburo di latta di Günter Grass. [concerto dodecafonico] [1] Espressionismo che stride sugli orrori del secolo breve, sulla Germania [Polonia] in fiamme
  3. Aomame e Tengo, due mondi, due lune, una sinfonietta. #1Q84, anime a tinte fosche - e l'inquietudine [che]ci assedia.
Prendendo spunto dal gioco ho deciso di occuparmi diffusamente di questi tre romanzi e lo faccio dedicando un post per ognuno.
Comincio oggi con La versione di Barney del canadese Mordecai Richler (1931-2001), GLI ADELPHI 267, l’ultimo che ho letto, in ordine di tempo.
Lo consiglio perché non si può fare a meno di Barney Panofsky, un personaggio - canaglia che mi fa pensare a Cecco Angiolieri, ai clerici vagantes e, per strani giri, anche ad Archiloco e Ipponatte.


Incipit
Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente biografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba.
L’infeltrita.
Chi è Barney Panofsky?
È un agglomerato di difetti portati con orgoglio, come fossero medaglie al merito. Ricco da fare schifo, capriccioso, sospettato di omicidio, detestato - a torto o a ragione - da molti, oggetto di invidia, capro espiatorio, turpiloquio vivente, concentrato di umorismo ebraico, vecchio goliardico mai cresciuto, politicamente scorretto. L’aggettivo che meglio definisce Barney è shmuk che, in lingua Yiddish, non è esattamente un complimento da gran signori, anzi diciamo che nella sua forma più edulcorata potrebbe significare imbecille, carogna, ma se parlassimo in latino sarebbe il mentula catulliano, epiteto derivato dall’organo genitale maschile, in italiano facilmente traducibile e, per di più, in diverse varianti. Dice di se stesso: “Sono sopravvissuto alla scarlattina, agli orecchioni, a due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e a tre mogli”
Barney è un produttore televisivo di origine ebraica che vive a Montreal e che tutti vogliono dipingere nella veste facile dell’affarista senza scrupoli; frequenta scrittori, artisti, intellettuali, snob di ogni risma col piglio di chi resta fuori dalla cricca e, beffardo, li guarda e ride, benché intimamente sia persuaso di essere affratellato, per meschinità e piccolezza, a tutti loro, superiore solo nell’ autoironia, arma micidiale che permette all’uomo di essere più grande della propria vanità. 
Il romanzo di Richler è diviso in tre capitoli, uno per ogni moglie di Barney, ripercorre fra balzi temporali, anticipazioni e digressioni, la vita del protagonista e si conclude con un poscritto di Michael Panofsky, il figlio maggiore. Segue un glossario Yiddish. 
La prima moglie, Clara, l’artista, rappresenta la parentesi bohèmien, Parigi, la soffitta, gli stenti, l’arte di arrangiarsi.
La Seconda Signora Panofsky resta senza nome. È l’angustia spocchiosa della vita borghese e anche il momento di massima caduta. Lo sprofondo. 
La terza moglie è Miriam, di fatto l’unica. Virata elegiaca di un romanzo pungente ed esilarante. Barney insegue il sogno impossibile di invecchiare con lei, come novelli Filemone e Bauci, ma Miriam lo ha lasciato dopo venti anni e tre figli. Barney sopporta il suo nuovo compagno -grigio burocrate senza difetti-  come si sopporta un tafano e intanto passa in rassegna gli errori commessi, tanti in effetti, e non si rassegna. A me ricorda questi versi della Divina Commedia “Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l'altro se ne va tutta la gente; [2]e mi fa pena. L’uomo-Barney è fragile, ma ce ne accorgiamo a tratti. Il tempo di uno stordimento e poi si ritorna allo sproloquio, alla materia bruta in cui sporcarsi le mani, al cazzo cazzo cazzo, alle lettere anonime mandate per farsi beffa di ipocriti e sciacalli, alla quotidiana lotta con la memoria.
, perché la versione di Barney non è solo un’apologia di se stesso, è prima di tutto l’epica lotta contro la memoria che si sfalda e porta via con sé il suono delle parole, le coordinate delle cose, dei concetti, del mondo, la storia, l’identità, l’ovvietà degli oggetti, la concretezza del qui ed ora. E se sotto le gambe di Barney Panofsky sta per spalancarsi un abisso, il lettore se ne accorge appena o tenta con forza di ignorarne gli indizi, perché la valanga del racconto lo travolge e la grandezza del personaggio basta a catturare tutta la sua attenzione, a richiedere una risata che esorcizzi qualsivoglia inevitabile malinconia.
Versione cinematografica, più edulcorata e meno Yiddish del romanzo
Zoom
Nei romanzi in cui manca l’ironia, io mi sento a disagio. Qui ce ne sono tonnellate, e di qualità finissima.
Sulle riviste letterarie non si fa che leggere di scrittori ingiustamente dimenticati, ma mai una sillaba per quelli giustamente dimenticati, gli imbrattacarte sempre pronti a esibire i propri titoli- insomma, i tipi à la Tierry McIver.” molte, come questa, sono le pagine in cui Mordecai Richler, per bocca di Barney, fa le pulci agli intellettuali, specie a quelli della Nomenklatura, alla casta, per usare una parola che oggi piace di più alla gente. Benché il romanzo sia ambientato in Canada, la spocchia è universale, si riconoscono invidie incrociate, manie, isteria, in una nuova sfilata di imbecilli che  piacerebbe a Parini.Non sto affatto dicendo che Shelley è un analfabeta. Al contrario, nell’ambiente passa per un vunderkind. Se gli avessi nominato Batman, Wonder Woman o l’Uomo Invisibile mi avrebbe lanciato uno sguardo di intesa con l’aria di dire «be’, tra gente di buone letture ci si capisce al volo.»  i giovani d’oggi. Cristo santo.”






[1] Le parentesi quadre indicano passaggi, in seguito, soppressi per mancanza di spazio
[2]Dante Alighieri, Div. Comm. Pg, VI 1-4

lunedì 23 giugno 2014

Norwegian Wood, Tokyo Blues

Continuo a condurvi sulla strada dei libri che hanno lasciato il segno nella mia storia di lettrice. In questo modo, mi muovo nella geografia letteraria che meglio conosco, in cui mi sento a casa e dove, almeno per il momento, non ho bisogno di fare la cattiva o la capricciosa o, peggio, la maestrina miope che bacchetta, ruolo che, per diverse ragioni, mi starebbe bene.

Norwegian Wood di Murakami Haruki (ed. Einaudi, traduzione di Giorgio Amitrano) è il primo libro che mi viene in mente di consigliare quando qualcuno mi chiede un suggerimento. Con la recensione infeltrita che segue, cercherò di spiegarne i motivi. Intanto, mi impongo severamente di tenere a freno le mani perché la tentazione di citare tutti i passi che amo potrebbe vincere il buon senso e rovinare agli altri il piacere della lettura e della sorpresa.

Incipit
"Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all'aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell'aeroporto e l'insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga. E' proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai.

L'Infeltrita:
Norwegian Wood è una canzone dei Beatles che Watanabe Tōru ascolta mentre il Boeing 747 atterra all’aeroporto di Amburgo. La musichetta di sottofondo genera in lui un ricordo improvviso, che  lo stordisce, fino alle vertigini.
In una piovosa giornata di Novembre si trova a rievocare i vent’anni e Naoko, umbratile ragazza i cui lineamenti si confondono nella memoria e le cui parole tornano a tratti, ingarbugliate e vaghe, come quando era viva. Il racconto sarà perciò un lungo flashback, in cui prenderanno corpo gli anni della giovinezza, il collegio universitario a Tokyo e le lunghe passeggiate senza meta in una metropoli che si dilata fino a perdere i confini. Atmosfere autunnali e malinconiche, raccontate con grazia. Verde e grigio in dissolvenza.
Il tema della morte si incastra senza tragico e senza pathos allo scorrere delle vicende e dei pensieri, come un accordo in minore di una sonata delicata.
Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è scandito da due amori, dalla scelta tra Naoko, che vive la sua fragile esistenza in un istituto psichiatrico perduto tra le montagne, e Midori (un nome che significa verde e quindi primavera-giovinezza-speranza), spumeggiante compagna d’università che grida con ogni gesto, con la sua sessualità scanzonata e procace, salute e vita. E la sua vita scorre sulla superficie delle cose con quella leggerezza che salva dalle brutture, dal male, dalla sofferenza inevitabile in cui la ragazza stessa si imbatte e contro cui combatte a colpi di minigonna procace e di curiosità verso il mondo. 
Watanabe Tōru fluttua nella sua solitudine senza lasciarsi mai sopraffare dalla disperazione, restando in equilibrio perfetto e sfiorando nel suo percorso i drammi di molti altri personaggi con le loro storie accennate e rimaste sullo sfondo.
È un romanzo molto diverso da quelli di Murakami in cui si scivola fra mondi paralleli e misteriose inquietanti creature, qui manca la dimensione surreale e onirica, non l’originalità delle vicende e delle situazioni, non il gusto per la musica che fa scattare, improvvisa, corde sopite dell’animo, provocando rivoluzioni emotive e crolli.
Io lo consiglio a chi ama leggere lentamente, assaporando le parole e cogliendo le sfumature dei caratteri.
Di questo libro mi è piaciuta l’eleganza del protagonista, un ventenne alla fine degli anni Sessanta, che affronta i nodi esistenziali più duri senza conformismi e  senza la comoda consolazione delle trasgressioni, deriva consueta (e ormai banale) di molta narrativa di formazione. Mi piace la sua solitudine matura, operosa, che si specchia nella grandezza di altri personaggi giganteschi, come il giovane Holden, il grande Gatsby, da lui tanto amati e frequentati nelle assidue letture e riletture, segno forse di un’inquietudine tenuta a bada, sublimata dalla letteratura.


Zoom 
Tra le pagine che amo di più di questo libro, ci sono quelle che raccontano di Sturmtruppen, compagno di stanza di Tōru, di cui non si conosce neppure il vero nome, un’altra solitudine inviolabile e misteriosa. Balbuziente, maniacale nella pulizia, metodico parossisticamente, tutto involuto nella sua passione per le “m...mappe”. Ha il dono di far ridere chiunque, pur non conoscendolo, ne ascolti l’elenco infinito delle manie, e Tōru ama raccontare di lui per portare po’ di leggerezza alle svariate sacche di infelicità che incontra sulla sua strada.
Sturmtruppen sparisce senza un perché, lasciando in eredità al protagonista (e al lettore) la reticenza del rettore che dice solo “Si è ritirato”. Non sappiamo che cosa gli accada, né perché sia apparso in questa storia, né perché ne sia uscito. È come se Murakami non avesse voluto appesantire di tragico l’elegia di questo romanzo, è come se ci lasciasse intravedere – lo sfioriamo appena- un dramma umano senza forma, poi lo perdiamo e ce ne dimentichiamo. Resta un istante solo, per domandarsi :“Che ne sarà stato di questo personaggio?” , poi si torna al fiume lento della narrazione ufficiale e non si cercano più quei rigagnoli secondari che l’autore non ha voluto seguire. 
Però. Nell’istante in cui il non-detto si è affacciato nella nostra sensibilità, si è spalancato di fronte a noi l’abisso dell’immaginazione, si sono messi in moto i pensieri, la fantasia ha provato a plasmare ipotesi e storie tutte sue e, poco prima di smarrirsi in questo sogno, è ritornata in sé e a ripreso la lettura, sul suo binario ufficiale. 
Strumtruppen mi piace perché entra ed esce dal romanzo senza fare rumore e senza avere un senso, è un accidente e mi commuove.

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