lunedì 18 agosto 2014

Attese disattese. Il pipistrello, Jo Nesbø

Acquisto un noir di origine scandinava. Il pipistrello di Jo Nesbø. Meccanismi istintivi generati dall’immaginazione, da associazioni spontanee, da pregiudizi geografici di matrice deterministica (..e già!) proiettano nella mia mente aspettative ben precise: atmosfere cupe, umido, notturni gelidi e inquietanti, grotte, paesaggi settentrionali sublimi e tremendi insieme, personaggi freddi più che spietati, figure algide, inquietudine quanto basta. Il Grande Nord, i fiordi, gli inverni senza fine.
Semplificando: pipistrello più Norvegia più assassino uguale romanzo gotico. Noir, nero, buio pesto.
E casco male, anzi malissimo.
Perché mi ritrovo in Australia!
Già dalle prime righe mi accorgo che le 412 pagine di Nesbø mi trascineranno, mio malgrado, per spiagge affollate di una Sidney tentacolare, tra surfisti unti e bisunti col naso e la bocca sbiancati da creme solari, spacciatori nerboruti, hippie invecchiati (male), aborigeni sradicati, prostitute, spogliarelliste, night club, pestaggi, sbronze, battute da telefilm, lottatori professionisti, clown omosessuali e Drag Queen. Paesaggi assolati e dilatati. Un’estate senza fine, dove un serial killer colpisce indisturbato strangolando con ferocia donne bionde, tra cui la norvegese Inger Holter.
A parte lei, l’ispettore Hole (non pronunciatelo all’inglese, non è un buco! Si legge holi, se non ho capito male) e la svedese Birgitta non c’è nient’altro di scandinavo.
E il lettore se lo faccia bastare.

Incipit
C’era un problema.
Sulle prime l’addetta al controllo passaporti gli aveva rivolto un sorriso a trentadue denti: - Come sta, mate?
 - Benissimo, - aveva mentito Harry Hole. Aveva trascorso più di trenta ore da quando era partito da Oslo, via Londra, e fin dallo scalo nel Barhein era rimasto seduto nello stesso maledetto sedile accanto all’uscita d’emergenza. Per motivi di sicurezza si poteva reclinare solo di pochissimo, e ancor prima di arrivare a Singapore aveva le reni a pezzi. E adesso neanche la donna al desk sorrideva più.
L’Infeltrita
Attese disattese, ma la delusione si dissolve di fronte all’insieme: una struttura solida, una storia non banale, ricchezza di motivi, personaggi robusti - non figurine.
La narrazione, che sulle prime mi pareva poco convincente, perché troppo solare, chiassosa, quasi sguaiata -  “americanizzata” tanto per continuare con i pregiudizi geografici! – è diventata potente e perfettamente noir a metà del romanzo, dopo circa duecento pagine di giri e peregrinazioni australiane. È come se a un certo punto, alla fine di un innocuo dondolio durato ore e ore, ci sia stata l’impennata improvvisa. Attesa e disattesa. Apparsa quando disperata. L’onda vera, immensa, splendida e micidiale.
E mi sono dimenticata delle coordinate geografiche. Australia, Scandinavia, giorno, notte. Tutto è passato in secondo piano.
A Nesbø probabilmente non interessano le atmosfere, ma gli eventi che risucchiano i personaggi in un gorgo, spremendoli nelle loro fragilità di corpi abbandonati alla violenza - cieca ingiustificata complessa - nella loro impotenza davanti al male, mentre colano a picco nell’ombra che si portano dentro. E lo scavo psicologico, che di solito apprezzo, è superfluo. Non detto, l’animo umano filtra dai silenzi, dagli sbandamenti, dalla sbronza micidiale del protagonista, dagli incubi, dalle parole che rimpiangono, da quelle che soppesano, dalla foresta cupa e fitta che emerge – improvvisa - laddove sembravano esserci solo sentieri battuti e bene illuminati.
Il romanzo si compone di tre parti, ciascuna delle quali è dedicata a una figura mitologica aborigena. Walla, il guerriero che vendica la propria amata uccisa dal serpente giallo e marrone; Moora, la fanciulla più bella della tribù uccisa dal serpente; Bubbur, il serpente. Un crescendo di intensità nel ritmo narrativo e nel fosco del noir. Ogni parte è, a sua volta, suddivisa in capitoli, i cui nomi eccentrici richiamano alcuni momenti della narrazione che, fuori contesto, assumono per effetto di straniamento una patina di ironia necessaria ad alleggerire il peso di una trama che viaggia tra assassini, drogati, sbandati, sensi di colpa inconfessati e perciò massacranti. 
Su tutti aleggia Narahdarn, il pipistrello, figura mitologica che reca la morte nel mondo.
Ho avuto bisogno di tempo per entrare nello stile di Nesbø che non lascia troppo spazio agli orpelli, alle metafore e ai dettagli. Sulle prime, mi disturbava una traduzione che privilegiava la resa vicina all’originale con molti corsivi e poche italianizzazioni. La ressa dei nomi dei locali, dei luoghi, degli animali, degli oggetti non traducibili, la mescolanza di inglese e lingue aborigene mi confondeva, ma costituiva il tratto distintivo di una narrazione che si gioca soprattutto sul rapporto conflittuale e irrisolto tra inglesi/europei colonizzatori e autoctoni/aborigeni sradicati.
Siamo di fronte a una scrittura veloce, che non indugia, piena di dialoghi serrati a cui spesso è affidato il compito di presentare i personaggi, le situazioni, gli indizi. Gli eventi che si consumano sotto gli occhi del lettore e quelli raccontati dai personaggi hanno già in sé gravità e ricchezza e rendono superfluo qualunque commento. Non c’è spazio per i giudizi, quindi. La narrazione basta a se stessa e rende descrizioni, digressioni e flashback subordinati alla storia, al punto che il lettore accetta persino di farsi trasportare nella mitologia, fra esseri mostruosi primordiali e giovani eroi vendicatori, senza percepire un rallentamento nel ritmo narrativo. E alla fine apprezza tali inserti comprendendo che il romanzo insiste proprio sul disagio degli indigeni privati della terra, della cultura, delle radici profonde; assorbiti dalla modernità in una integrazione falsa superficiale che di fatto li rende ancora più avviliti e umiliati.
Scorrevole, ben strutturato, mai noioso, mai troppo cervellotico come accade a certi gialli impossibili, “Il pipistrello” è il primo romanzo di una serie che ha come protagonista Harry Hole, un detective dal passato tormentato e dal carattere un po’ schivo. In Italia è stato tradotto solo quest’anno da Eva Kampmann per Einaudi Stile Libero.

E - che altro dire?-  lo consiglio. Personalmente, tornerò a leggere di Harry prima o poi.

Zoom
Amo un personaggio, in particolare. Andrew Kensington, aborigeno, detective misterioso e saggio, collaboratore di Harry Hole in quel di Sidney. A lui il passaggio migliore del libro:
«Be' Harry, non necessariamente si impiega molto tempo a conoscere i sentieri più battuti della grande foresta buia. Alcune persone hanno delle belle strade dritte con tanto di lampioni e di targa. Sembrano disposte a raccontarti tutto, ma è proprio in questi casi che devi fare più attenzione a non dare le cose per scontate. Perché non è sulle strade illuminate che trovi la vita animale della foresta, quella la devi cercare nella macchia e nel sottobosco. 

- E quanto tempo ci vuole per conoscere la vita animale?
- Dipende dalle persone. E anche dalla foresta. Certe foreste sono più buie di altre»  Di lui si sente la mancanza quando il libro si chiude. Di lui, più che di Harry Hole - che potremo comunque ritrovare in altri episodi della serie, quando avremo di nuovo voglia di Norvegia (!)

Andrew Kensington è l’Australia, mezza inglese mezza indigena. Confusa. In cerca di radici. Loquace e misteriosa al contempo. Antichissima e moderna. Spezzata.


mercoledì 13 agosto 2014

Sondaggio #2: vota la più SCOLASTICA. Analisi dei risultati.

Nel mezzo del cammin di nostra estate il Secondo Sondaggio de la Infeltrita era conchiuso. E il padre Dante non delude, a capo risulta d'ogni scolastica menzione, dopo aver lungamente conteso l'onore al lirico Leopardi e alla sua donzelletta armata di rose e viole, con buona pace del Pascoli- pignolo - che annotava l'incongruenza di quel mazzolin che univa "viole di marzo e rose di maggio". Ma si rassegni il Pascoli, ché in cotesta tenzone ottiene solo un par di voti e la cavallina-cavallina storna, col suo nitrir fiero, non giunge neppure al podio della corsa...

Incipit Divina Commedia  8
Tanto gentile e tanto onesta… 2
Solo e pensoso 0
Incipit Bucolica II 1
Incipit Promessi Sposi 0
Incipit Pianto Antico 2
Incipit Sabato del Villaggio 5
O cavallina cavallina storna 2
Piove dalle nuvole sparse.. 1
M'illumino d'immenso 3
Incipit Rosso Malpelo 0
Incipit Il fu Mattia Pascal 3
Incipit Meriggiare pallido e assorto 0

Commentiamo i risultati, ma procediamo con ordine. 
Per prima cosa ringrazio il gruppo ROBA DA INSEGNANTI (https://www.facebook.com/groups/robadainsegnanti/permalink/819309864754319/?comment_id=819602621391710&offset=0&total_comments=10) e, in particolare, GIALLO ROSSO BLU che ha partecipato con suggerimenti, commenti e tanta simpatia al sondaggio, arricchendo di parodie interessanti l'elenco degli item da votare ("Tanto gentile e tant'onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta che, a vederla così bene vestuta, 15 lire le si posson dare") 
Avevo proposto tredici citazioni monche, per lo più incipit molto noti, propri della tradizione scolastica più trita, chiedendo ai lettori quale fra tutti fosse maggiormente legato al ricordo della loro infanzia o adolescenza, di un maestro o di un professore in particolare, ai tempi in cui i versi più celebri si mandavano a memoria enfatizzandone il ritmo cantilenante, sia per rivelarne meglio la loro cantabilità, sia per ricordarli più facilmente. 
Fin dall'inizio, nell'elenco, sono emerse assenze pesanti. Il Foscolo dei sonetti, per esempio. O anche quello più austero del Carme de I Sepolcri. Tutti con incipit potenti, bene impressi nella memoria collettiva. 
Altre volte, la lirica riportata di un autore non era esattamente quella "del cuore". Limitarsi al Sabato del Villaggio per Leopardi è stato difficile, per me, ma necessario, poiché non volevo togliere spazio ad altri illustri sovraccaricando il sondaggio con un eccesso di opzioni. 
In assoluto, L'infinito di Leopardi è mancato almeno a un paio di lettori - e anche alla sottoscritta! Incipit memorabile quanto e più degli altri suoi componimenti, explicit altrettanto potente. 
Qualche lettore, infine, dichiarava la sua preferenza per le Operette Morali, benché difficili da ridurre a breve citazione. Insomma, per soddisfare tutti avrebbe dovuto concorrere l'opera omnia di Leopardi! E comunque Leopardi raggiunge un buon secondo posto, in questa competizione memoriale, dopo aver affrontato un lungo testa a testa con il primo classificato.
Tra il Carucci malinconico de Il pianto antico, alcuni lettori del gruppo "Roba da insegnanti" avrebbero preferito San Martino. E sì che "la nebbia agli irti colli" è tappa obbligatoria di tutti i bambini d'Italia intorno all' 11 Novembre. Con buona pace del solito Pascoli e della sua estate di San Martino, con chiusa un po' tetra....
Un errore vistoso in terra Manzoni è stato sacrificare l'EI FU con QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO. Il sondaggio mostra chiaramente che restiamo maggiormente legati ai versi, che la prosa (e la poesia molto vicina alla prosa, si pensi a Montale!) si dimentica, forse la si apprezza con occhio critico, adulto, e la si libera facilmente - purtroppo o per fortuna! - dalla tradizione scolastica, salvandola dalla parodia goliardica e forse da quella "patina grigiastra" che la scuola imporrebbe a certe opere nate grandi e potenti, somministrate agli studenti d'ogni epoca, a viva forza. 
Sì, però proprio laddove lo studente ha sbadigliato più forte o dove ha giocato col grande classico partorendo irriverenti variazioni -  "Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, prese la bicicletta e se n'annò a fa' 'n giro. Dall'Alpi alle piramidi, dar Manzanare al Reno,  coreva come un fulmine: glie s'era rotto er freno."- scatta la memoria del cuore, quella punta di nostalgia che riscatta la scuola da ogni polemica facile, se non altro perché riporta ciascuno di noi a quelli che, belli o brutti, facili o difficili, sono stati gli anni della gioventù.
Pensavo di aver rischiato inserendo dei versi in latino, in particolare l'incipit della Seconda Bucolica, utilizzata ai miei tempi per apprendere il ritmo cadenzato dell'esametro, prima ancora che per la sua indiscutibile bellezza. In realtà, "Tytire tu patulae" ha ottenuto un voto e, in più, una lettrice rievocava, come particolarmente caro, l'incipit del XII libro dell'Eneide, dimostrando che le strade della memoria scolastica sono tante e complessa è la panoramica che si offre a noi ex studenti col magone. E c'è posto anche per Virgilio, per fortuna.


La vittoria di Dante forse era prevedibile. Dante è Padre, al di là di qualunque tradizione scolastica. E lo riconosciamo indiscutibilmente. Non lo stesso possiamo dire di Petrarca. In barba al petrarchismo di ogni tempo, il suo Canzoniere qui non riscuote consenso. O meglio, non riscuote consenso il sonetto scelto. Forse sarebbe stato meglio citare "Chiare e fresche e dolci acque", forse no, chissà.


Interessante invece è il dato che assegna zero voti al "Meriggiare pallido e assorto" montaliano. Ricordiamo infatti che proprio Montale fu il vincitore del precedente sondaggio (Vai al sondaggio). Incongruenza apparente, credo.
Se la poesia novecentesca interseca la sensibilità dell'uomo moderno, essa di fatto fatica a entrare da protagonista nella tradizione scolastica. Troppo difficile, anti-musicale, poco adatta ad essere mandata a memoria, schiacciata dai programmi ministeriali negli ultimi mesi dell'ultimo anno delle scuole superiori. 
E tuttavia, lentamente, muteranno i canoni e le abitudini di scuola, ne siamo convinti. Forse, fra trent'anni, le nostalgie degli studenti si appunteranno su altri versi. Ci sarà spazio per Montale, per Saba e forse - ma sarà dura! - per Zanzotto.

giovedì 7 agosto 2014

Segreta Penelope di Alicia Gimenez-Barlett


Recupero la recensione di un romanzo che mi ha tenuto compagnia lo scorso agosto, in una domenica piovosa, a due giorni dalla partenza per il nostro viaggio di nozze in Perù, mentre mio marito sonnecchiava sul divano in balia di una febbre improvvisa quanto inopportuna. Segreta Penelope di Alicia Gimenez- Barlett: ne leggo le noticine disordinate sui fogli di guardia e ricordo lo stato d'animo che mi accompagnò quel giorno nella lettura.
Abituata ai gialli allegri e scanzonati di Alicia Gimenez Barlett, una scrittrice spagnola che ha dato vita al personaggio dell'ispettore Petra Delicado e del suo aiutante pasticcione Fermin, sono stata letteralmente spiazzata da questa storia, con tutt'altre coordinate e di tutt'altro genere. 
Prima di tutto, per condensare il sugo del romanzo e della mia amarezza, decisi di infeltrire un Tweet. Faceva pressappoco così: "Dalla gioventù anarchica e fiorita al dramma dell'imborghesimento. Sara diventa Penelope." Sara è il nome della protagonista, una donna la cui giovinezza sregolata e gaudente non lascia nemmeno lontanamente presagire la Penelope che si nasconde in lei. E che (forse) la uccide. 
Segreta Penelope, A. Gimenez-Barlett
ed. Sellerio 2006 trad. Maria Nicola

Incipit 
"Sto scrivendo nella mia casa. Vivo in un appartamento su due piani. Lavoro al piano di sopra, di sotto c'è un mio amico. Se ne sta seduto, solo, davanti al televisore. È una situazione strana, del tutto insolita per me. Gabriel mi ha chiesto di poter vedere un video perché lui non ha il videoregistratore né ce lo avrà mai. Si rifiuta di comprare elettrodomestici che non abbiano una chiara ragione desistere, e un videoregistratore, secondo lui, di ragioni di esistere non ne ha, tranne che in rare occasioni, come oggi. Oggi deve vedere le riprese di alcuni quadri destinati a una mostra su cui gli hanno chiesto di scrivere qualcosa. L'ho lasciato nel soggiorno con una tazza di caffè. Mi fa piacere che sia qui, è un amico ritrovato."

L'Infeltrita
Lettura sofferta, tira in ballo la donna, le donne, la questione femminile mai del tutto risolta. Qualche refuso (strano in un'edizione Sellerio) accresce il mio malumore. 
Un gruppo di amici si ritrova al funerale di Sara, morta suicida. Occasione di bilanci e di rievocazioni. A ritroso, si ricostruisce la vita della defunta, e subito scatta la macchina infernale dell'amarezza.
Il punto di vista è quello di un'amica che ricostruisce il passato della protagonista affastellando ricordi e commenti personali. La narratrice rimprovera Sara perché si è lasciata cambiare accettando consigli pieni di buon senso e adeguandosi, con mille sforzi, alle norme, barattando il disordine sregolato e felice con un ordine innaturale e meschino. Sacrificandosi.
È chiaro che se Sara è, nei suoi ricordi, il simbolo della giovinezza ribelle e vitale, il rimprovero della narratrice diventa un'accusa all'incapacità di conservarsi intatta ed eterna. Giovinezza senza fine, come se fosse possibile. Sara è cresciuta - e non doveva! - ma quel che è peggio, ha accettato di crescere secondo l'unica via possibile e ammessa dalla società: "avere un marito o una moglie come si deve, figli legalmente riconosciuti, prestigio sociale e professionale, amici...[...]"  come se "la dotazione necessaria per essere ragionevolmente felici" prevedesse "stabilità, sicurezza, agio borghese". La condanna si applica alla ragionevolezza prima ancora che all'imborghesimento. Essere ragionevoli, infatti, non ha nulla a che vedere con la ragione, ma solo col comportamento socialmente accettato.

Recensione infeltrita in bozza sulle pagine di guardia!
L'ammirazione incondizionata per la Sara del tempo che fu misura tutta la delusione di fronte al cambiamento che la donna aveva messo in atto prima di morire: "interminabili discussioni teoriche e scopate fameliche, questo era il risultato, più o meno soddisfacente della nostra rivoluzione. Per questo mi affascinava la facilità con cui Sara collezionava cazzi senza ricorrere ad alibi intellettuali". Sara, divenuta Penelope, pallido riflesso di se stessa, sconosciuta ai più, priva di un'identità forte, sembra dunque meritare la fine che ha cercato. Questo ci dice la narratrice, ma il lettore diffida del suo punto di vista che troppo spesso si abbandona al confronto compiaciuto e narcisistico tra Sara e se stessa, e il giudizio è univoco anche se implicito. Gli altri hanno vinto, Sara ha perso! Con quanta foga il gruppo di amici ritrovati si affanna a metterlo in chiaro, rimarcando le distanze fra la triste parabola della defunta e il corso sereno delle loro vite!
"Nel corso di quegli incontri ci tenevamo a mettere in chiaro che le nostre personalità erano rimaste immutate, che non ci sentivamo del tutto integrati nel sistema borghese. Qualche anno dopo le cose cambiarono, e divenne importante dimostrare che il nostro ingresso nel sistema era avvenuto attraverso le porte del successo"
Sarà poi vero? 
Il dubbio si insinua nel lettore, immediatamente. Che cosa genera accanimento nella narratrice? L'ingiusta morte di un'amica? L'insofferenza verso la debolezza che Sara ha dimostrato? L'incoerenza di un'anarchica diventata madre e moglie maldestra? O forse che una segreta Penelope alberghi in ciascuna donna? Che in ogni donna, compresa se stessa, ci sia la pulsione a reprimere la libertà, il desiderio, l'autodeterminazione per darsi all'altro, per farsi ciò che la società si aspetta?
Zoom
Il romanzo però non è solo una requisitoria sul fallimento del femminismo.
In senso più ampio, questa storia narra la decadenza di una generazione che, dopo i sogni arditi e fumosi della giovinezza, ha dovuto accettarsi mediocre e lo ha fatto con naturalezza, quasi compiacendosene; una generazione che, imparando il saper vivere, ha iniziato lentamente morire. 
Romanzo di de-formazione. Al lettore manca disperatamente il punto di vista della protagonista che resta muta, incompresa, anzi del tutto sconosciuta. In realtà diffidiamo del ritratto da novella Sylvia Plath che la narratrice costruisce, quasi con dispetto, lo sentiamo poco autentico, incrostato da un eccesso di ideologia, da un femminismo che pare estraneo alla vita di Sara così come estranee le erano tutte le ideologie, tutte le teorie, tutte le rivoluzioni professate e non vissute."Sara è ancora con tutti noi, come una vittima sacrificale del destino, che in un certo senso ci libera dalla fatalità e dalla morte" Ecco, Sara è piuttosto un capro espiatorio. È ciò che resta del Sessantotto, dei fioriti anni Settanta, della contestazione tutta simboli e canzoni
Coraggioso, in ultimo, l'affondo alla psicoanalisi freudiana, estremo baluardo dell'equilibrio borghese (il tutto simboleggiato alla perfezione dalla barba ben curata di Freud), come a rompere finalmente un tabù culturale, l'ennesimo mito di quella rivoluzione sessantottina che nel nostro presente ha lasciato più macerie che rimpianti. "In questo si era risolto tutto quanto? Un maggio francese del quale ci era giunta soltanto l'eco, una somma sacerdotessa tramutata in agnello e sanguinante? Dio, che schifo di generazione, la nostra! Che fallimento!"

mercoledì 6 agosto 2014

I mari del Sud, Lavorare stanca.

Stamane al risveglio i miei occhi hanno incontrato, di sghimbescio sul punto di cadere dal terzo ripiano della libreria, un’edizione di poesie di Cesare Pavese: “Le poesie” ET Einaudi 2014, raccolta che comprende Lavorare Stanca (nell’edizione solariana del ’36, con le aggiunte del ’43 e le altre rimaste fuori), La terra e la morte, Due poesie a T., Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, le dieci tristi per Constance Dowling. 
Il libro, fuori posto per puro caso, mi ha lanciato l’esca. Così, oggi, in spiaggia, ho messo da parte il noir di Nesbø con i suoi strangolatori, l’alcol, i night, le scandinave uccise, e ho lasciato spazio alla poesia di Lavorare Stanca, ritrovando la parola impura, materica, di Pavese che meglio si sposa alla concretezza ruvida degli scogli, alla realtà ancestrale del mare, del vento, all’assoluto del sole sulle nostre teste.
Eccola, la mia lettura d’agosto perfetta!
La poesia di Cesare Pavese non è liquida, non è canto, non ha la dolcezza di certe assonanze pascoliane, né le rime aspre e chiocce di Montale, non le voluttà dannunziane né le arditissime analogie dei simbolisti. Non evoca e non grida. Non piange e non denuncia. La sobrietà senza retorica la fa bella e diretta. In essa, un racconto, un mito, esistenze fatte di carne, fatica, ozio pieno e silenzio. L’ubriaco “che non vede né case né cielo/ ma li sa”. Contadini. Idioti. La prostituta al caffè al mattino, a riposo. La moglie del barcaiolo. Bambini. Il vecchio. Il giovane smilzo. Il cugino. “Vent’anni è stato in giro per il mondo” “Mio cugino è tornato, finita la guerra, / gigantesco fra i pochi. E aveva denaro”. La donna che è corpo, materia, collina, vendemmia, uva da spremere.
La prima poesia: “I mari del Sud” (settembre- novembre 1930) mi abbaglia. Un'epopea taciuta più che raccontata, sognata e lontana, grande proprio nel silenzio, nel non detto. Dice lo straniamento di chi torna a casa, dopo aver tanto vissuto, tanto visto e cerca (e trova e non trova) quello che c'era un tempo. Dei mari del sud  “Solo un sogno/ gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta/ da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo, / e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, / ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue/ e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia./ Me ne accenna talvolta / Ma quando gli dico / ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora/ sulle isole più belle della terra, / al ricordo sorride e risponde che il sole/ si levava che il giorno era vecchio per loro.” Sfuma nella prosaicità del lavoro quotidiano l’eco a Melville e al grande Cetaceo. Il grande cugino ha navigato, esperto, non si lascia abbacinare dal fulgore letterario di certe fantasticherie da romanzieri.
Altre volte è un’immagine che mi colpisce, un dettaglio che porta in sé una storia, come la sciarpa perduta della protagonista di Due sigarette (1933): “Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna/ che è contenta di averla perduta, perché mi ha incontrato./ Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte/ sull’oceano inondato di luce dal gran transatlantico. Certo, notti di vento./ È il regalo di un suo marinaio./ Non c’è più il marinaio. La donna bisbiglia/ che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto/ ricciolino e abbronzato. Viaggiava su sporchi vapori/ e puliva le macchine: io sono più bello”. Con la sciarpa io pure, sul transatlantico pieno di luci, in notti piene di vento, dalla costa di Rio viaggiavo e mi dimenticavo della caletta affollata nella mattina ventosa d’agosto duemilaquattordici. E della scottatura sugli omeri.
Credo che sia il mio cronico bisogno di ascoltare racconti che mi conduca a Pavese prima che ad altri poeti.
Viaggio nelle Langhe oggi, tra paesaggi (quanti i componimenti col titolo di Paesaggio!) di colline e di mare. La città di Torino appare, a volte, fra questi versi. È la modernità che giunge stordita e impone ritmi nuovi che la provincia, tutt’intorno, immota, non comprende. “La città mi ha insegnato infinite paure:/ una folla, una strada mi han fatto tremare,/ un pensiero talvolta, spiato su un viso./ Sento ancora negli occhi la luce beffarda/ dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccio”.
E che dire delle Donne appassionate[1]?  Di quella creatura quasi mitologica che riaffiora dall’acqua, metà ricordo, metà sogno, metà sirena “ Ci sono occhi nel mare, che traspaiono a volte”? “Quell’ignota straniera, che nuotava di notte/ sola e nuda, nel buio quando muta la luna, / è scomparsa una notte e non torna mai più./ Era grande e doveva esser bianca abbagliante/ perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.”
Dalle Langhe agli ulivi secolari della mia terra, il passo è breve. Storie di contadini e marinai si somigliano tutte.

Della provincia che schiva la modernità e si aggrappa alle tradizioni e ai miti io non ho conosciuto che i racconti (di chi non c’è più). Forse è per questo che amo la voce anti-lirica di Pavese, per un non so che di familiare - e di perduto al contempo.





[1] Titolo di un componimento del 15 agosto 1935

martedì 5 agosto 2014

1Q84: capolavoro di Murakami Haruki?

Oggi parliamo di 1Q84, come avevo annunciato un po’ di giorni fa SE NON RICORDI LEGGI QUI
Fenomeno editoriale del 2011, ricordo ancora con quanta forza, l'anno dopo, sia stata pubblicizzata da Einaudi su Twitter l’uscita del secondo volume del mastodontico lavoro di Murakami Haruki. E ricordo ancora quanto fossi stata allettata da un tale apparato pubblicitario: da questa lettura mi aspettavo un Murakami elevato al cubo!
Murakami Haruki, 1Q84 Volumi 1-2 Edizione Einaudi
traduzione di Giorgio Amitrano
L’opera, divisa in tre libri e pubblicata in due volumi (il primo contenente i libri 1 e 2 e il secondo dedicato esclusivamente al libro 3), ha creato molte attese anche grazie alla natura episodica, alla suspance indotta nei lettori, obbligati ad aspettare, nei mesi trascorsi fra una pubblicazione e l’altra, l’evoluzione della storia.
Nel titolo, una citazione evidente e un’altrettanto evidente variazione. Che non ci stupisce, perché già altre volte Murakami ha voluto omaggiare nei suoi titoli la letteratura europea e i suoi capolavori – penso, per esempio, a Kafka sulla spiaggia o anche a La fine del mondo e il paese delle meraviglie, a Norwegian Wood, se dalla letteratura tout court ci spostiamo alla letteratura musicale.
In 1Q84 si ammicca a un grande classico moderno, 1984 di Orwell, sostituendo il nove con la Q. Nella pronuncia giapponese, però, il numero nove e la lettera Q hanno lo stesso suono. Cambia il segno, che ci rimanda invece al Question Mark, che in inglese dovrebbe essere un punto interrogativo.
Questo punto interrogativo è la porta che apre un mondo parallelo, diverso solo in alcuni dettagli dal nostro, dove le barriere tra passato e presente e tra interiorità e realtà esterna non sono sempre ben definite. E ogni tanto capita di smarrirsi. 
Salutato come un grande capolavoro, di fatto mi ha deluso. È come se la suspense addensatasi, le aspettative createsi attorno all’uscita dell’ultimo volume, l’incredibile architettura che sembrava governare le storie del romanzo, oltre alla fantasia inquietante che ha partorito i Little People, creature minuscole e malvagie, e la crisalide d’aria, un bozzolo dove si creano doppi e dove si determinano ponti tra individui lontani nel tempo e nello spazio, venissero sgonfiati inesorabilmente dall’evoluzione dei personaggi e della loro relazione, dalle ripetizioni di alcuni segmenti narrativi, dalle atmosfere da anime che fanno del terzo libro una storia d’amore a distanza. Una storia d’amore bizzarra, bene assortita, ma in definitiva una storia d’amore. Insomma, un incipit da leoni e un finale da pecorella. 
Detto ciò, per chi non abbia ancora letto niente di Murakami, l’incontro con questo romanzo potrebbe essere sorprendente. Perché non si sa ancora a cosa e a chi si va incontro. Quindi, lo consiglio comunque. Magari, se potete, leggetelo prima di Kafka sulla spiaggia, perché senza termini di paragone, potrete trovarlo avvincente ed estremamente originale. Murakami, infatti, non somiglia a nessuno degli autori che ho letto, ma somiglia eccessivamente a se stesso. Numerose costanti si ripetono nei suoi libri, segni distintivi che alla lunga perdono freschezza e non stupiscono più.

L’incipit
Nel taxi la radio trasmetteva un programma di musica classica in FM. Il brano era la sinfonietta di Janáček. Non esattamente la musica più adatta da sentire in un taxi bloccato nel traffico. E del resto nemmeno l’autista sembrava ascoltarla con troppa attenzione. L’uomo di mezza età, era impegnato a guardare in silenzio la fila interminabile di auto che aveva davanti, come un pescatore provetto che, ritto a prua, scruta un minaccioso gorgo di correnti. Aomame, sprofondata nel sedile posteriore, gli occhi leggermente socchiusi, ascoltava la musica”
     

L'Infeltrita 
La musica è nei romanzi di Murakami una costante. Un motivetto, non troppo noto e non troppo sconosciuto - da intenditori, insomma – è la molla che mette in moto strani meccanismi interiori, apre varchi, determina rivoluzioni di cui, personaggio e lettore, sperimenteranno la portata solo molto tempo dopo. 
Aomame, imbottigliata nel traffico, su consiglio di uno strano tassista e sotto effetto di una sinfonia ceca, sceglie una strada alternativa per non arrivare tardi al suo appuntamento. Scende dall’auto e, benché vestita di tutto punto, scavalca una recinzione, imbocca un’uscita di emergenza e dopo l'interminabile discesa per una scala di sicurezza sospesa (nel vuoto) tra la tangenziale sopraelevata e il livello inferiore, si ritrova nei pressi della fermata della metro. “Non si lasci ingannare dalle apparenze. Di realtà ce n’è sempre una sola” le aveva detto il misterioso autista, poco prima di lasciarla andare. E Aomame non ha motivo di dubitarne, solo si domanda il senso, in quel momento, di una tale raccomandazione. Poco dopo, però, si accorge che qualcosa è cambiato, che ci sono state delle modifiche nel mondo. Non è facile mettere a fuoco cosa, si tratta di dettagli irrilevanti. Per esempio, le divise della polizia. O fatti di cronaca avvenuti nel passato di cui non si ricorda affatto. O la luna in cielo, bianca e grande, che accoglie adesso accanto a sé, una luna più piccola, rachitica, dalla luce più debole. Come una mother e una doughter. Non è più il 1984, ma il 1Q84. 
Aomame non si scompone e non dà di matto. Del resto è un sicario di professione, la lucidità e l’autocontrollo sono il suo mestiere. Il lettore – che non conosce ancora Murakami -  invece sobbalza, perché l’incipit del romanzo non lascia presagire la presenza del fantastico. Improvvisamente ci si sente traditi, è come se da un codice realistico si passasse di punto in bianco al surrealismo, senza adeguato preavviso. 
Accanto alla narrazione di Aomame e al suo punto di vista, c’è la storia e il punto di vista di Tengo. Le loro saranno due storie parallele che sembrano non intersecarsi mai, anche quando corrono vicinissime, si corteggiano e sovrappongono. I due si conobbero da bambini ai tempi della scuola, ma non  fecero in tempo ad approfondire quell'amicizia che sarebbe stata di certo speciale se fosse maturata, dal momento che entrambi condividevano esperienze di esclusione, solitudine, diversità rispetto al resto dei compagni.
Nel terzo libro, lo schema si complica e si aggiunge una terza voce, quella di Ushikawa, repellente detective sulle tracce di Aomame per conto del Sakigake, una fosca setta religiosa messa in pericolo contemporaneamente e su diversi fronti sia dalla giovane killer che dal solitario Tengo.
Tengo è un giovane professore di matematica, ma anche uno scrittore disciplinato e metodico che manca di fantasia, di ispirazione. Improvvisamente, il suo agente gli propone un affare. Riscrivere da ghost writer un romanzo bizzarro, La crisalide d’aria, la cui vera autrice è una diciassettenne dislessica, tanto bella quanto impenetrabile, che avrebbe dettato questa storia alla propria sorellastra per poi iscriverla a un concorso per esordienti. L'agente vuole farne un best seller. L’incontro tra Tengo, la diciassettenne Fukaeri e il suo tutore per l’accordo editoriale mette in moto un meccanismo pericoloso e inquietante. La storia di Fukaeri, che per quanto surreale, si sospetta realmente accaduta e denuncia la pericolosa setta del Sakigake, porta allo scoperto le responsabilità del suo Leader, in qualche modo legato a Fukaeri. Svela l'esistenza dei Little People. Creature minuscole che di notte emergono dalla bocca dei dormienti e si macchiano di brutali e imprecisate violenze. Oltre a causare incubi ricorrenti nella sottoscritta, che per l'appunto ama leggere prima di dormire e che fino a un anno fa viveva e dormiva da sola.
Di costanti alla Murakami, 1Q84 è molto ricco.

  1. C’è la musica, come abbiamo detto. 
  2. Il male, come impulso interiore e incontrollabile nelle sue numerose forme (perversione, grettezza, ferocia, senso di colpa, sopruso) che si oggettiva in personaggi o in entità misteriose. 
  3. L’inquietudine, ovunque, capitolo dopo capitolo, inspiegabilmente. 
  4. La solitudine dei personaggi, percepita come un momento di raccoglimento delle forze, di autosufficienza emotiva e materiale, dispiegamento di possibilità che la vita sociale confonderebbe.
  5.  L’appartamento- rifugio dotato di ogni comfort, nel cuore della città infinita di Tokyo, dove nascondersi da qualcuno/qualcosa di imprecisato e incombente. 
  6. Le montagne come un luogo sospeso. 
  7. Viaggi di allontanamento dal centro della storia (e della città) come diramazioni eccentriche necessarie alla maturazione dei personaggi. 
  8. Villaggi dove le dimensioni spazio temporali si annullano e Aomame e Tengo possono ricongiungersi per pochi istanti, sebbene rivivendo e arricchendo episodi della loro comune infanzia. 
  9. Spazi-madeleine necessari a riportare in vita il passato, a far rivivere occasioni lasciate andare con troppa fretta e non curanza, a cogliere le rose non viste, tralasciate. Non è un caso che Amoame, nel suo appartamento-rifugio dove si nasconde dal Sakigake, legga espressamente Alla ricerca del tempo perduto di Proust.
1Q84 nasce sul tentativo di recuperare un pezzetto di passato, di cambiare il corso delle cose, di ricongiungere due anime che si erano allontanate su strade molto diverse e lontane. 
Forse sembra eretico e un po’ grossolano, ma mi viene in mente una canzone di Gino Paoli e di Ornella Vanoni di qualche anno fa, che faceva pressappoco così “Le storie che non vivi rimangono nell’aria, come farfalle al sole ubriache di luce, e tornano a volare appena tu le tocchi, ritornano nella mente, ritornano negli occhi…”.
Cosa non mi convince?
L'evoluzione del personaggio femminile, freddo determinato, androgino nella prima parte del libro e poi improvvisamente inserito in un contesto, a suo modo, romantico. Una sorta di imborghesimento che toglie smalto ad Aomame. 
E poi la lunghezza del racconto, in certi punti ripetitivo. L'intensità dei primi due libri si perde nel finale, secondo me. 
Zoom
Nei primi capitoli dedicati a Tengo c'è spazio per un'interessantissima parentesi di meta-scrittura. Si riflette sulla genesi di un romanzo, sulla natura dello stile, sulla figura dell'editor (spesso ghost writer!) che resta nell'ombra, sul mercato editoriale con le sue luci e le sue ombre. La recensione fatta dai protagonisti su La crisalide d'aria, romanzo nel romanzo, diventa occasione ghiotta per carpire allo stesso Murakami delle dritte su 1Q84 e su tutta la sua opera. Riporto alcuni passi interessanti:
"Lo stile o lo si possiede come dono naturale, o ci si lavora con sforzi sovrumani per affinarlo. Non ci sono altre possibilità. E questa Fukaeri non rientra in nessuno dei due casi" " Quello che apprezzo di più, sopratutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente. Non nutro alcun interesse per le opere in cui mi sembra di capire tutto." "Sebbene la trama sia nell'insieme fantastica, le descrizioni dei dettagli sono estremamente realistiche. L'equilibrio fra questi due aspetti è eccellente. Non so se parole come "originalità" e "necessità" siano appropriate" " Ma, quando superando un po' di difficoltà, si finisce di leggere, l'effetto è sconvolgente. Anche se lascia una strana sensazione, difficile da spiegare o addirittura sgradevole"
Ecco, io non avrei saputo dirlo meglio. Questo è l'effetto -Murakami: lettore a tratti sconvolto, inquieto, catturato in una rete. 

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lunedì 4 agosto 2014

Libri d'agosto

Rieccomi! Inizia una nuova settimana, dalle mie parti il sole ben promette e forse anche io potrò godermi qualche bagno al mare. Sugli scogli, naturalmente, dove l'acqua è più verde e per una nuotata devi tuffarti, di piedi o di testa.
Sabato pomeriggio ho fatto scorta di libri. Acquistati in un centro commerciale, non c'era molta scelta. Ad ogni modo, nei prossimi giorni sarò occupata con un noir norvegese  IL PIPISTRELLO,  di Jo Nesbø (Einaudi, stile libero big), con il romanzo collettivo L'ARMATA DEI SONNAMBULI (Einaudi, stile libero big) di Wu Ming e con un classico che rincorro da tempo e che, per diverse ragioni, non ho mai comprato IL SIGNORE DELLE MOSCHE (Mondadori, classici moderni) di William Golding.
Nulla di particolarmente "estivo" direte voi, e dite male. Perché i libri stagionali non sono libri. 
E  perché la categoria estate, quest'estate, è piuttosto discutibile.


Le ragioni della scelta.
  1. Il pipistrello: non conosco ancora il giallo scandinavo. Sentivo il bisogno di colmare questa lacuna. La scelta è caduta su Nesbø solo perché è stato l'unico scrittore presente nella sezione libri del centro commerciale. Un acquisto con poche aspettative, lo confesso. Il pipistrello è un romanzo d'esordio, fu un grande successo. Ha lanciato il personaggio di Harry Hole. Ma io non amo particolarmente il noir. A meno che non mi stupisca. Con uno stile originale e uno scavo psicologico destrutturante, capace cioè di smontare i personaggi, le loro certezze, i loro tratti esteriori. 
  2. L'armata dei sonnambuli: qui l'input all'acquisto è venuto dalla maschera presente in copertina. Mi ricorda quella che, nel carnevale di Venezia, identifica il medico della peste. E richiama alla mia memoria letture varie e disparate (una su tutte, la Mascherata della morte rossa di E. A. Poe) oltre che Eyes wide shut di Kubrick nella scena inquietante dell'orgia mascherata. Dovrebbe essere un romanzo del Terrore (con la T maiuscola, in senso storico e fantastico insieme) che promette complotti, sette e misteri all'ombra della ghigliottina. Dopo il Pendolo di Faucoult di Umberto Eco, letto lo scorso inverno con gran fatica e soddisfazione, mi aspetto atmosfere simili e la stessa alternanza di noia (è un romanzo lungo), paura, parodia e stupore (finale). Speriamo....
  3. Il signore delle mosche: qui siamo di fronte a un classico. E i classici prima o poi bisogna leggerli. Ovviamente le aspettative sono altissime. Recentemente ho ascoltato un'intervista a Piero Dorfles: secondo lui non si può essere veri lettori senza questo romanzo. In realtà, sono tanti i libri senza i quali non si può essere buoni lettori. Pian piano bisogna scovarli tutti, e farli propri.
Vi farò sapere. Adesso mi auguro una buona lettura, sole fino al pomeriggio e un po' di mare per una nuotata al largo. 
Lido Colonia, Monopoli (BA)

giovedì 31 luglio 2014

Nasce InVersi

L'Infeltrita non legge solo prosa, talvolta anche versi, rime sparse, poemi e filastrocche. 
La poesia abita i suoi scaffali e ogni tanto vi attinge alla ricerca di afflato

Cos'è l'afflato? Rubo questo vocabolo al regista poliedrico, narcisista e inquieto che ha guidato alcune mie esperienze teatrali, ormai lontane nel tempo. L'afflato era per lui una particolare intensità della voce con cui si faceva propria una poesia, quando la si leggeva; il modo di mostrare a tutti che la si sentiva vibrare sulle corde più profonde. 

Per me l'afflato è la sintonia intellettuale, emotiva, viscerale con i versi che incontro. Il mettersi in moto di pensieri, associazioni, simbologie, toni e sotto-toni, intermittenze di luci e ombre che agitano il paesaggio dell'anima.

Al di là di un approccio dotto o critico - che non posso né voglio permettermi -il mio rapporto con la poesia è eclettico, saltuario e trascende la logica. 
Seguo percorsi istintivi, non necessariamente diretti da quello che chiamiamo gusto. 

E accosto Pavese e Saba. Patrizia Valduga e Vivian Lamarque. Caproni Raboni Piersanti a Leopardi e Tasso. E poi Sylvia Plath ed Emily Dickinson, che denunciano, spietate, le  falle del mio perfect English -  e corsi e certificazioni non bastano, a quanto pare non servono, a gustare armonie e schianti della lingua originale.
La poesia per me segue stagioni arbitrarie.
Newborn Baby on the Hands - Otto Dix

Questa rubrica verrà aggiornata di tanto in tanto.
L'Infeltrita lo promette.