venerdì 12 settembre 2014

Dove nessuno ti troverà di Alicia Giménez-Barlett

Buon pomeriggio a tutti, e buon week end!

Con grande impazienza, come promesso, oggi recensisco “Dove nessuno ti troverà” di Alicia Giménez-Barlett, edizione Sellerio 2014, il mio libro da viaggio, compagno di levatacce e di spostamenti mattutini. È un romanzo che potrebbe ben intitolarsi “La Pastora” per la forza e la capacità di attrazione esercitata dal personaggio principale, un partigiano-bandito, dalla sessualità incerta, sulle tracce del quale (della quale?) si mette una strana coppia: lo psichiatra francese Nourissier e Carlos Infante, un giornalista da strapazzo, abituato al gin più che alle pubbliche relazioni.
Siamo nella cupa Spagna del regime franchista, all’indomani della guerra civile.
494 pagine che scorrono velocemente, a cui si aggiunge una postilla “finzione e realtà” e una “nota finale” di circa dieci pagine in cui si ricostruisce la vita del bandito, successivamente al tempo della narrazione e sulla base delle notizie ricavate dal reportage di Josè Calvo, la principale fonte a cui l’autrice si è ispirata per scrivere questo libro. Nelle ultime pagine dell’edizione Sellerio è possibile vedere una fotografia autentica della Pastora, risalente agli anni Quaranta. Un bianco e nero suggestivo da cui non è semplice capire se si tratti di un uomo o di una donna. Coprendo il volto per metà, infatti, e guardandone ora il lato destro, ora il sinistro, si ha la percezione di avere di fronte ora un uomo, ora una donna.
Siete pronti? Via con l’incipit!

Incipit
Barcellona, settembre 1956,
Carlos Infante notò con soddisfazione che quella mattina il cielo era sereno e splendeva il sole. Solitamente non gli importava nulla del tempo che faceva. Gli bastava avere un ombrello se pioveva o il suo vecchio giaccone se faceva freddo. Ma quel lunedì era un giorno speciale, o almeno prometteva di esserlo. Nella sua monotona vita, nella monotona vita di tutti gli spagnoli, un semplice appuntamento inaspettato poteva trasformarsi in un evento eccezionale. E lui a mezzogiorno aveva un appuntamento talmente insolito da sembrargli addirittura irreale.” [traduzione di Maria Nicola]
Infeltrita
L’evento di rottura è già nell’incipit. La molla che farà scattare il movimento. Il rischio. L’avventura. E quindi la narrazione stessa. 
Nell’immobilità funesta di una Barcellona ammorbata dalla dittatura e dai civiles, gendarmi rozzi e violenti, che impediscono la libera circolazione delle idee, delle parole, della stampa, Carlos Infante è un giornalista immobile tra gli immobili, rassegnato, annoiato - dalla vita, dalle proprie aspirazioni frustrate, dagli uomini in genere. Infante parla la lingua del gin, dei soldi, del disincanto.
L’appuntamento con un ignoto psichiatra francese, Nourissier, sconvolge la sua vita: un patto, una sfida, una ricerca impossibile e pericolosa. 
In cambio di un lauto stipendio, Infante dovrà accompagnare Nourissier per le montagne a sud della Spagna, covo, un tempo, dei repubblicani, fra villaggi e borghi spogliati dalla miseria, sulle tracce della Pastora, chiunque sia, uomo o donna, viva o morta. Benché questo significhi sfidare apertamente il regime e i suoi mille occhi. Forza brutale e onnipresente.
Infante e Nourissier, all’inizio sono due mondi lontani, incapaci di comunicare senza litigare, suscettibili e orgogliosi. Figli di realtà diversissime, non si comprendono e si disprezzano. L’uno intraprende il viaggio spinto dalla promessa di una ricompensa sonante, l’altro da un romantico quanto improbabile idealismo.
Se in Infante c’è il cinismo e la durezza di una Spagna provata e prosciugata, in Nourissier troviamo la cortesia ipocrita del perfetto mondo borghese. Lo psichiatra è un ingenuo, dal cuore tenero, sprovveduto, cerca il brigante per pura curiosità scientifica, vorrebbe studiarne il caso, alleviarne la sofferenza. Dietro di lui c’è il mondo ovattato della famiglia, delle soddisfazioni lavorative, di una esistenza comoda che non ha mi conosciuto ferocia e dolore, che non si è mai ribellata, perché rinchiusa in una gabbia piena di agi e comodità.
Ciò che rende avvincente la loro ricerca è il senso di pericolo incombente, l’assoluta mancanza di trasparenza negli incontri, il senso di minaccia costante, mentre procedono per lande desolate, nel freddo di un inverno molto duro, senza un percorso preciso, fra indizi incerti e contraddittori, traditi molto spesso da amici infidi, aiutati, per puro caso, da rapide comparse.
E tuttavia il viaggio è presa di coscienza. È ascoltare, inermi, le storie dei contadini, vittime della ferocia del regime, ricostruire la disperata resistenza dei partigiani, scavare nella miseria, nell’ingiustizia, nella morte, nell’innocenza violata. Il viaggio è una crescita dolorosa.
Per Nourissier, ferito nelle sue certezze, schiaffeggiato dalla durezza della vita, disorientato dal male (per la prima volta davvero esperito) è la maturità finalmente raggiunta, la consapevolezza di un bisogno di libertà e di ribellione, fino ad allora mai ascoltato, è l’uscita dal bozzolo, dalla prigione dorata.
Per Infante il viaggio è una tempesta che fa piazza pulita. Autocritica spietata. Recupero della responsabilità col suo peso, i conti da pagare, le colpe da scontare. 
I mondi lontani lentamente si avvicinano. Il viaggio sulle tracce della Pastora è anche una bella storia di amicizia.

E poi c’è lei o lui. Non vi anticipo nulla del mistero della sua sessualità.
La voce della Pastora che racconta di sé in prima persona è un corsivo che interrompe la narrazione principale. In lei/lui troviamo la voce di tutti gli emarginati, dei diversi, la voce della solitudine, di chi si abbrutisce sotto le raffiche dell’altrui malevolenza. 
Una voce asciutta, rassegnata, coerente. Una voce nuda che mette a nudo la tragedia della guerra civile. È un personaggio gigantesco e affascinante. Non è difficile capire perché attorno alle sue gesta sia nel tempo nato un mito. Delle figure leggendarie la Pastora ha il titanismo tragico e la solitudine perfetta, la contemplazione del cielo stellato di chi dorme fra i campi, nelle grotte, una libertà che la società (in)civile attenta, bracca, perseguita, punisce.
Una narrazione piena, lettori. Alicia Giménez-Barlett sa rendere interessante qualunque storia racconti. Che siano i gialli del commisario Delicado oppure lo scavo psicologico che incontriamo in “SegretaPenelope”. Una scrittrice che mi piace. Punto.

Zoom
Vi lascio con queste parole. La cui attualità è evidente.

A me sembrava giusto. Che gli uomini sono tutti uguali e la terra è di chi la lavora e nessuno deve farti lavorare come un mulo per quattro soldi, sono tutte cose molto belle e giuste.
Perché sono ignoranti, Pastora, perché ai fascisti che hanno vinto la guerra non interessa che la gente impari qualche cosa, a loro conviene che tutti restino somari come sono venuti al mondo. Quello che vogliono è che tutto rimanga uguale, che i poveri si rompano la schiena a lavorare, che non sappiano leggere, perché coi libri si fanno le rivoluzioni
Viva i libri.

Libro da viaggio



giovedì 11 settembre 2014

I dieci libri di cui avrei fatto volentieri a meno

Come promesso, oggi stilo la mia personale lista dei dieci libri di cui avrei fatto volentieri a meno: nessuno si offenda, c'è chi ama il formaggio e c'è chi non ne sopporta nemmeno l'odore. Naturalmente non elenco quelli che non ho letto e che non ho intenzione di leggere (le sfumature, angeli demoni e codici da vinci, romanzi fashion - un genere nuovo con rossetti e borsette su copertine azzurro Tiffany). 
Mali libri ci toccano ogni tanto, personalmente non molto spesso. 
Mi conosco e so cosa è meglio evitare. 
Le scorpacciate si fanno, come a tavola, solo se ci sono gli ingredienti giusti. 


  1. Nella mia vita ho assaggiato il sushi una volta sola e l'ho trovato insipido, so che però a molti piace da impazzire. In realtà, l'ho terminato in fretta, non distinguevo alcun sapore in particolare e, all'uscita dal ristorante, dopo alghe e frattaglie di pescetti ero ancora decisamente affamata:  il libro sushi è IL TEMPO CHE VORREI di Fabio Volo.
  2. L'aglio fa bene alla circolazione, dicono. Serve un po' dappertutto, si trova dappertutto, col pesce non se ne può (quasi) fare a meno, ma io non ce la faccio proprio a digerirlo, ad annusarlo, anche solo a maneggiarlo: il libro aglio è L'ALCHIMISTA di Paolo Coelho. Sebbene sia fra i libri più letti, citati e amati, pochi osano confessarlo: di Paolo Coelho molti si vergognano, così come ci si vergogna sempre  dell'aglio, un cibo, come dire, socialmente scorretto...
  3. Il sedano è alla basa di una dieta sana, come cruditè può aprire un pasto o accompagnarlo, onnipresente sulla tavola di chi è attento alla linea e conta le calorie con maniacale precisione. Il sedano profuma, è vero, e io questo profumo lo sento a distanza, perché non mi piace. Lo amo nelle insalate di mare, e basta, forse nei soffritti se ben annegato nell'olio. Guai da solo, mai sia nel sugo di pomodoro. Il libro sedano è HONEYMOON di Banana Yoshimoto, o SONNO PROFONDO o un altro a scelta. Va bene, ma solo a volte.
  4. Patatine fritte da fast food. Tutti le mangiamo ogni tanto. Ci fanno male, ci piacciono, ma è roba da palati omologati e infantili: il libro fast food è I SOTTERRANEI DELLA CATTEDRALE di Marcello Simoni. Difficile distinguerlo da molti altri dello stesso autore e dello stesso genere. Personalmente ne ho un ricordo vago: spie, segrete, abbazie, codici.
  5. La peperonata a sera. Non possiamo metterne in dubbio il sapore, mentre la mangi è squisita, non sai controllarti, la finisci in fretta, poi però è indigesta e non ti fa dormire. Un libro che prima mi è piaciuto tanto e poi non mi ha fatto dormire è stato BUIO di Maurizio De Giovanni. Buio è una peperonata che alla fine fa molto male.
  6. Il mais geneticamente modificato o l'anguria senza semi o altri incroci. Ibridi che non convincono. Il libro geneticamente modificato è LA MORTE NERA di Candace Robb. Thriller medievale in un Medioevo falso come la pecora Dolly.
  7. E poi c'è lo zucchero filato. A chi non piace lo zucchero filato? Piace a tutti. Dolce che più dolce non si può. VA' DOVE TI PORTA IL CUORE di Susanna Tamaro. Già a 15 anni ritenevo di esser troppo grande per apprezzarlo. 
  8. Un piatto esagerato di foglie di cicoria poco condite. Intendiamoci, mi piacciono, ma se in porzione over-size mi stufano perché hanno sempre lo stesso sapore. Libro-cicoria fuori misura: LA SPIAGGIA INFUOCATA di Wilbur Smith. Forse letto in un momento sbagliato, ricordo solo la noia.
  9. Ora bestemmio sapendo di bestemmiare. Un classico prelibato, per intenditori e palati raffinati è la zuppa di pesce. O i tubetti alla cernia. O le linguine con qualche misterioso crostaceo. Cose rare e preziose che non amo particolarmente. IL RITRATTO DI DORIAN GRAY di Oscar Wilde è una lettura a cinque stelle, lo so. Mea culpa, mea culpa: non lo amo particolarmente. Apprezzate la gentil litote, frutto di un senso di colpa mai sopito.
  10. Il brodo vegetale. Quello che ti fa pensare alla mensa d'ospedale. O a un convento di suore. O a certi pranzi post-influenzali della tua infanzia. Quello che "O mangi questa minestra o...". Il libro edificante che ti fa bene. Il libro brodo vegetale per me è stato CUORE di Edmondo De Amicis. 
Bene, siamo giunti alla fine della lista! 
Una lista provvisoria, ovviamente. Perché i gusti cambiano col tempo. 
Forse un giorno apprezzerò la zuppa di pesce... l'aglio difficilmente!

mercoledì 10 settembre 2014

In corso di lettura...

Buon pomeriggio, amici!
Non ho ancora una nuova recensione in serbo per voi, perché sto aspettando di poter lavorare su due libri non ancora terminati. Li sto leggendo contemporaneamente, uno a casa, l'altro in giro, nei tempi morti, che a una pendolare in perenne attesa dell'autobus  non mancano mai. Volgono entrambi al termine, purtroppo, e presto dovrò rimboccarmi le maniche e scriverne per voi.

In corso di lettura...
Si tratta di due letture originali, due mondi lontani dal mio, e perciò capaci di portarmi fuori dalla realtà un po' asfittica di questo settembre lavorativo: "L'armata dei sonnambuli" di Wu Ming mi catapulta in Francia ai piedi di una ghigliottina insanguinata, nel mezzo del Terrore e fra i tumulti di una folla poliedrica; "Dove nessuno ti troverà" di Alicia Giménez- Barlett, è, invece, un viaggio nella Spagna franchista, tra partigiani sopravvissuti e ricercati, banditi dall'incerta sessualità e civiles, volgari e odiosi come sanno esserlo sempre gli scherani di una dittatura. Atmosfere cupe e "adrenaliniche". Due belle narrazioni, ampie, incalzanti con tutti gli ingredienti al posto giusto: dialoghi, riflessioni, descrizioni, azioni, ironia, malinconia, suspense, oscillazione del punto di vista. Due romanzi solidi e affidabili, con cui è piacevole trascorrere il proprio tempo libero.
Ne riparleremo più nel dettaglio, nei prossimi giorni.
Prevedo, ahimè, recensioni laboriose, come sempre accade quando la lettura è fresca e l'operazione di "infeltrimento" si fa più dura, perché i dettagli incalzano e reclamano la loro importanza ed io non ho cuore di tagliarli. 
Nell'infeltrita di una lettura recente che mi è piaciuta, mi sembra sempre di aver detto poco e di aver detto male....ma non mi scoraggio, son  qui per migliorare. 
libro...da colazione!
Il tempo di leggere...
Vi sembra strano che legga due libri per volta? In realtà, è poco, spesso ne leggo anche tre.
La tecnica delle letture contemporanee mi appartiene da sempre. Sin da subito ho imparato a suddividere i libri a seconda dei momenti della giornata: libri da colazione (quando ancora potevo permettermene una  a ritmi distesi), libri da borsa (da leggere sui mezzi pubblici di trasporto, in sala d'attesa, in coda...insomma, all'esterno), libri da letto, libri da spiaggia. La distribuzione nelle fasce orarie della giornata non dipende dall'argomento (ho letto Erasmo da Rotterdam in spiaggia, Paolo Coelho a scuola benché non fosse "figo", Tolstoj a colazione e Murakami di notte) bensì dal formato del libro. Per esempio, non posso permettermi di portare "L'armata dei sonnabuli", circa ottocento pagine, in borsa perché ci tengo alla tenuta delle mie ossa. 
Il tempo per leggere lo trovo sempre, e se manca davvero (insegnamento, seconda laurea, casa, capelli da domare, pubbliche relazioni, blog), non mi dispero. So che le storie mi aspettano, non si volatilizzano. E non ingaggio gare di velocità con nessuno, anche se tra i book-lovers la tentazione spesso è forte!! 
libro...da viaggio
I libri brutti...
Ultimamente non ne ho incontrati. Forse perché a furia di leggere lit-blog più o meno affidabili, recensioni cattivelle e consigli schietti (chissà se un giorno saprò darne anch'io così!) li evito. E poi ci sono ancora tanti grandi classici in lista d'attesa che il rischio di una delusione si fa remoto... quando acquisto, preferisco andare sul sicuro, e in genere non mi sbaglio. 
Da qualche parte nella giostra dei social network qualcuno ha scritto: "è così poco il tempo e breve la vita che non si può sprecarla con  brutti libri". Verissimo. Forse è per questo che non ho mai finito "L'alchimista". Non me ne vogliano i fan di Coelho. Ho capito come sarebbe andato a finire dopo poche pagine, e mi sono risparmiata l'indottrinamento di farcitura. 
L'entusiasmo che spesso mostro in queste pagine è autentico, perché mi piace consigliare libri, poesie e autori che mi piacciono. Degli altri mi dimentico, non sono una stroncatrice.
Vi ho raccontato un po' di me e delle mie abitudini di lettrice. E le vostre? 
Quando leggete? Dove? Quali sono i libri che giudicate "brutti"? 
Come vi comportate di fronte a un romanzo deludente? 
Visto che dovunque impazzano le liste dei libri del cuore, io ho la tentazione fortissima di stilare la lista dei dieci libri che non mi sono piaciuti per niente. Non è escluso che lo faccia nel prossimo post....per mettere un po' di pepe in questo blog che sta diventando come lo zucchero filato.

lunedì 8 settembre 2014

La diceria dell'untore, Gesualdo Bufalino


La diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino è un romanzo che ho corteggiato a lungo prima di leggere per intero. Da un lato, l’incipit strepitoso prometteva una prosa lirica, aulica e sontuosa che di sicuro mi avrebbe incantata, dall’altro il tema, che trovavo cupo e demotivante, fungeva da deterrente. Un deterrente subdolo, per giunta, perché non osavo confessare a me stessa di temere un libro che avesse al centro il tema della malattia e della morte.
Poi è arrivato il tempo, il kairòs direbbero i Greci, l’occasione giusta, l’ho captata e ho dato inizio alla lettura riuscendovi a spremere quanto di bello e di necessario vi fosse; mi sono affidata a braccia spalancate e senza difese alla poesia decadente e mediterranea di una Sicilia dallo spirito più che mai barocco.
Il romanzo è relativamente breve, 212 pagine nell’edizione Sellerio, ma l'ho percorso con lentezza, a piccole dosi - e meditate: sottolineando molto, ricopiando alcuni passi, assaporando l’opulenza del periodare abbondante, soffermandomi sulle parole che mi colpivano, perché toccavano corde più o meno sopite del mio substrato emotivo o anche solo il senso del bello. Fin da adolescente, mi è sempre piaciuto contemplare i vocaboli nuovi, annotati su un apposito taccuino, sopratutto se al mio orecchio suonavano dolci e misteriosi - e questo quasi sempre accade se sono pieni di suoni liquidi e nasali. 
Oggi colloco questo romanzo fra quelli che amo di più. Soprattutto per la lingua, un italiano che usa la retorica con maestria, e si fa poetico e ricercato. 
Iniziamo dall’incipit, come sempre.

Incipit
O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe strapiomba nel vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme)
L’Infeltrita
Questo romanzo è una partitura. Un melodramma superbo. Scorre con eleganza barocca. E del barocco porta con sé i temi, non solo lo stile. Aleggia su tutto un’ironia amara, leggera, che, in certi passaggi, gonfia il pathos rendendolo volutamente eccessivo quasi ridicolo, mentre in altri ne stempera l’amarezza di fondo. 
Siamo nell’estate del ’46, la guerra è finita da poco, anche a Palermo, ma l’aria tutt’intorno sembra spenta, grave, dolorosa. Solo il paesaggio mediterraneo della Conca d'Oro è un’esplosione di sole e colori, troppo gridati, squillanti. Il contrasto ferisce.
A pochi chilometri dalla città sorge la Rocca, un sanatorio, in cui un gruppo di malati di tubercolosi, con malinconica loquacità, aspetta la morte (o una remota e improbabile guarigione.) Genìa eterogenea e segregata dal mondo esterno, i malati vivono in un limbo, in un tempo rallentato e ripetitivo. Tra i degenti, rinchiusi, quasi prigionieri, c’è l’io narrante. L'alternanza fra spazio chiuso e spazio aperto, fra dentro e fuori dalla Rocca è più che una semplice contrapposizione di spazi: è la contrapposizione fra due mondi. Quello della salute e quello della malattia, quello della rinascita e quello della decadenza. 
La Rocca è un luogo sospeso, una soglia tra la vita e la morte che separa i reclusi dagli altri. Non c’è traccia di parenti, di esterni. La Rocca è una prigione, un monastero, un microcosmo. Ne fa parte anche il Gran Magro, un medico beffardo, invidioso, attratto dall’atmosfera di consunzione e deperimento che si respira, intento a scrutare nei malati i segni del declino, la lenta metamorfosi che prelude al trapasso, quasi tracce misteriose il cui segreto sembra sfuggire. 

I pazienti sono tanti, la carrellata che li descrive mostra attitudini e tic diversi, tutti hanno un proprio mondo e un proprio modo di rapportarsi all’imminenza (in realtà indecifrabile nei tempi e nelle modalità) della morte. Spicca tra questi Luigi il Pensieroso, che interroga come un aruspice la sua sputacchiera; il bambino Adelmo che fino all’ultimo spera nel potere prodigiosi del chinino; il Colonnello che conserva un forte senso della gerarchia in barba a qualunque "livella", padre Vittorio, il cappellano militare col suo taccuino riempito di pensieri, domande, dubbi, atti d’accusa a Dio “Com’è difficile, Dio” “La morte naturale non esiste: ogni morte è un assassinio. E se non si urla, vuol dire che si acconsente” “Io diffiderei col dito nella sua piaga”. Una raccolta di aforismi molto duri che di per sé vale l'intera lettura.
la Conca D'Oro

Nell' antro malinconico, più che spaventoso, della Rocca d’improvviso Thanatos incontra Eros, e la Rocca, luogo di castità forzata, viene profanata. Ecco entrare in scena Marta, la donna di cui si innamora il protagonista, una ballerina. Entrambi sono ricoverati nel sanatorio, dove un rigoroso sistema di separazione tra donne e uomini rende la passione doppiamente proibita e ancora più intrigante. Marta è una donna perduta, consumata dalla malattia; ricorda le donne del melodramma, le Violette, le Mimì, divorate dalla passione e da un morbo fatale. Fosco il suo passato, suggerito a brandelli, e chiaro solo nel finale. Dominano il bianco e rosso nel suo ritratto. Il pallore e il sangue. Marta è una bellezza decadente, una malombra contesa tra il protagonista e il dottore. Ma non appartiene a loro. Né alla vita.
L’io narrante ricostruisce la sua storia, molti anni dopo, e dopo aver custodito la sua “diceria” sottotraccia, come un ricordo ossessivo che lo accompagna nei sogni, notte dopo notte, ma che non riesce a confessare. 
Il narratore onora con il suo racconto una strana forma di eroismo che affratellati degenti della Rocca: la cortina che li ha separati dal mondo li fece grandi, e solenne fu il loro modo di porsi davanti il destino. Una guerra silenziosa e umile: l'attesa della fine li ha resi nobili! Molti di loro furono soldati eppure la vera gloria, secondo il narratore, l'hanno trovata alla Rocca, in battaglie quotidiane molto diverse da quelle combattute al fronte. Al narratore il compito di celebrarle, di trovare le parole giuste per spiegare, a chi non l'ha vissuta, la vita strana del sanatorio. Tocca proprio a lui, che ne è evaso, contro qualunque aspettativa, e che si ritrova  a vivere come un semplice sopravvissuto, anonimo, tagliato fuori  dal tempo mitico in cui, con solennità e apprensione, si attendeva il passaggio nell’altrove.
Gesualdo Bufalino

Zoom
Gesualdo Bufalino visse in prima persona, nel secondo dopoguerra, l’esperienza del sanatorio. Scrivere questo romanzo fu un parto difficile. Moltissime e continue furono le revisioni. Iniziato nel 1950, il romanzo fu ripreso venti anni dopo, nel 1971 e pubblicato solo nel 1981. Ottenne un enorme successo, vinse anche il Premio Campiello. 
Penso all’enorme lavoro di labor limae che sta dietro a questa opera. Alle revisioni necessarie a intessere un ordito così leggero e così complesso. Alla ricerca lessicale. Alla difficoltà di portare la propria esperienza di vita, magari grezza, bruta, alla levità della letteratura. Penso alla distanza che intercorre fra questo romanzo e il linguaggio di molta prosa giovanile, spiccia, sciatta. Ritrovo solo in parte le ragioni della mia predilezione per questo testo. Tali ragioni non sono da ricercarsi solo nelle parole e nello stile.
Leggere questo romanzo è stata un’esperienza necessaria: è servito a rielaborare e a sublimare esperienze di vita che si cerca di rimuovere, di "nascondere sotto la lingua”. 
Lo consiglio. 
Intercettate, però, il momento più giusto. Godetelo, con calma. Come una musica che suscita malinconia e riflessioni. 





sabato 6 settembre 2014

Recensione/anteprima: Più forte ogni volta che urli di Gaspare Burgio

Oggi voglio recensire qualcosa di più che una novità: un’ anteprima!
L'immagine, puramente indicativa, non è la copertina del libro

Un’anteprima…da paura!
Insieme ad altri lettori (blogger e non solo) ho avuto la possibilità di leggere in questi giorni un e-book che sarà pubblicato a breve e che voglio già presentarvi perché, sebbene non sia un’appassionata del genere, l’ho trovato estremamente originale, vario e scritto in maniera impeccabile.
“Più forte ogni volta che urli” di Gaspare Burgio è una raccolta di racconti dell’orrore, scritti tra il 2010 e il 2014, un’antologia che indaga dall’interno le paure più diffuse e ossessive, legate molto spesso al disagio, alla solitudine, alle aberrazioni dell’animo umano e della società, non solo contemporanea.
Benché i racconti nascondano molto bene la sua indole e abbiano lo scopo deliberato di farvi spaventare, Burgio appare dotato di una forte carica di ironia e autoironia, come ho avuto modo di scoprire leggendo, nella director’s cut in mio possesso, in che modo e perché siano nati alcuni personaggi e certe situazioni.
Conoscere la genesi dei racconti è stato per me affascinante e divertente, uno sprone in più alla lettura.
Ma veniamo ai racconti: 11 + 1 (allegato all’edizione speciale)
Ve ne elenco i titoli, perché credo siano un saggio di quella originalità di cui vi parlavo:

  1. Cadi interna, e senza ritorno
  2. Il drago che morde la stella scarlatta
  3. Le qualità piacevoli della carne di formica
  4. Le Architetture sono grandi e complesse
  5. Festa in crociera
  6. Non puoi fargliela!
  7. Maub Maub
  8. Stivaletti da pioggia
  9. Più forte ogni volta che urli
  10. Revisione del concetto di amore
  11. Danza Macabra
  12. Mutazione di un elemento convenzionale
Infeltrita
La paura è nella testa. È un’emozione difficile da condividere, anche quando si contagia – pensiamo a una folla in preda al panico - si dilata e si rafforza nella solitudine, resta incomunicabile nel suo nocciolo essenziale. Nei racconti di Gaspare Burgio c’è molta solitudine e si esprime con una narrazione quasi sempre in prima persona, a focalizzazione interna, capace di scavare, prima di tutto, i tortuosi percorsi dell’animo. E così leggiamo nella testa di vittime e carnefici (o di vittime-carnefici), seguiamo l’evoluzione del male, della perversione, ne cogliamo la dimensione diacronica sebbene, nell’horror, il senso del tempo subisca spesso evidenti distorsioni e la distanza tra passato e presente diventi aleatoria.
Per esempio, ne “Il drago che morde la stella scarlatta” giganteggia la figura del vampiro, personaggio che ben si presta alla dilatazione dello spazio temporale; qui viene messa a nudo la sua storia, che affonda le radici in un medioevo fosco e sanguinario; tra vassalli e investiture, l’autore fotografa la genesi del male - l’atto di ingiustizia primigenia che dà la stura alla ferocia del personaggio nei secoli successivi – e libera il protagonista dalle incrostazioni romantiche e da tutti i luoghi comuni attribuiti a Dracula dalla narrativa e dal cinema: non c’è posto per corone d’aglio e paletti di legno, e l’amore è visto solo nella dimensione carnale, come ossessione del corpo e del sangue.
I racconti spaziano in ambientazioni molto diverse. La paura spesso alligna proprio nei luoghi. Un racconto come “Le Architetture sono grandi e complesse” prende spunto da un’idea che mi piace molto: l’inquietudine che suscitano le case incompiute, non-luoghi dove a dominare è il vuoto più che il pieno. Violenza e corpo, poi, sono il filo conduttore che lega tutti i racconti.
Il tema del dolore fisico si intreccia alla dimensione psichica che ne elabora la percezione. La scelta “aggancia” l’empatia del lettore che partecipa alla sofferenza….(lettori senza pelo sullo stomaco, prego astenersi!). “Danza Macabra” è un altro esempio di creatività pura associata a un’idea, a un’immagine obsoleta da cui partire per sviluppare un racconto: una danza fra bambole - burattini meccanici umani. 
La ricchezza delle descrizioni, la struttura articolata delle storie, i personaggi molto diversi tra loro, la carrellata di esempi tratti propri dall’horror classico eppure rivisitati da una prospettiva nuova (il sadismo, le apparizioni dal passato, la ghost story, il topos del racconto che uccide chi lo legge, virus e contagio) mi fanno pensare a spunti per sceneggiature.

Lo consiglio se vi piace il genere. Quella di Gaspare Burgio è una bella penna (e una bella testa!) che un giorno mi piacerebbe leggere in altre tipologie di racconti.
Magari proprio quelli esistenziali da cui ci dice di essersi allontanato e che oggi rinnega.
La scrittura segue percorsi tutt’altro che lineari, ma la stoffa buona si riconosce a qualunque modello si applichi.


 Attendiamo insieme le novità relative alla pubblicazione dell'antologia!!

mercoledì 3 settembre 2014

Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado

Settanta acrilico trenta lana, esordio potente di Viola Di Grado, edizioni e/o 2011.
Oggi l’Infeltrita sembra giocare in casa. Con un romanzo che parla di stoffe, scampoli, ritagli. 
Una lettura di qualche anno fa. Del settembre 2011, per essere precisi. Un romanzo breve, 189 pagine in tutto, e piuttosto duro. La storia è, a suo modo, infeltrita. Cioè Bizzarra. Involuta. Ha a che fare con i vestiti vecchi, abbandonati nei cassonetti. E con la solitudine, l’incomunicabilità, il disagio. 
Non sempre i romanzi contemporanei hanno vita lunga, anche quando sono originali e ben scritti, perciò non so dire se Settanta acrilico trenta lana si trovi ancora facilmente nelle librerie, certo, reperirlo su internet non sarà difficile (vai). 
Intanto, ho recuperato per voi la breve recensione inviata a un sito che prometteva sconti sul futuro acquisto di libri in cambio di commenti, e ve la posto con qualche modifica. 
Benché si tratti di un romanzo cupo, che non inneggia certamente alla gioia di vivere, ha riscosso molto successo ogniqualvolta l’abbia consigliato a qualcuno.


Incipit
Un giorno era ancora dicembre. Specialmente a Leeds, dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima. Nevicava tutto il giorno, a parte quella breve parentesi di autunno che ad agosto aveva scosso un po’ di foglie e se n’era tornata da dove era venuta, tipo la band di apertura prima della star.
A Leeds tutto ciò che non è inverno è una band di apertura che si sgola due minuti poi muore.
Infeltrita
Voce narrante è la protagonista, Camelia. Ha il nome di un fiore, proprio come l’autrice. E come l’autrice risulta affascinata dalla cultura cinese. Il titolo accattivante - e un po' spiazzante - fu ragione sufficiente per l’acquisto, lo confesso.
La vita di Camelia somiglia ai vestiti che qualcuno abbandona in un cassonetto vicino alla sua casa, c’è sempre qualcosa che non va, un elemento fuori posto e irrazionale, come una manica cucita sul petto, bottoni inutili o cuciture sghembe. È una vita “settanta acrilico tenta lana”, ossia di tessuto dozzinale, con colori improbabili e un taglio difettoso. 
Siamo a Leeds, città plumbea dell’Inghilterra settentrionale, in un inverno che non passa mai, dimensione claustrofobica che la protagonista tenta invano di forzare. L’interno della casa di Camelia fa paura, è lo specchio di una esistenza a soqquadro: una madre che fotografa buchi e non parla, il ricordo di un padre morto in compagnia dell’amante, il vuoto. Tutto vorrebbe restare fermo, ma la vita incalza. Con una storia d’amore abortita, non meno incomprensibile delle dinamiche familiari di Camelia. Con una storia di sesso altrettanto improbabile. E la solitudine di contrappunto, sostanziale. 
In questo romanzo non c’è posto per la dolcezza - che il lettore rincorre sin dalle prime pagine, quasi a cercarne consolazione, eppure struggente è la passione con cui Camelia dipinge ideogrammi cinesi, come se in essi, e nelle chiavi che li compongono, si nascondesse il segreto per decifrare la vita, che suo malgrado continua a scorrere, proponendo incontri, sciogliendo e stringendo nuovi nodi. La lettura coinvolge il lettore che non riesce affatto a prevedere sviluppi e finale.
La scrittura di Viola Di Grado somiglia a scampoli di stoffa la cui armonia è nel disordine: spesso è rotta, alcune volte abbondante e rovinosa, altre condensata e breve. Le metafore si moltiplicano e sono accattivanti per il lettore, vanno a pescare le loro analogie fra campi diversissimi, propri della cultura e della sottocultura tardo-adolescenziale, dietro di esse si intravedono la formazione e le passioni della scrittrice, i cui ventitré anni (al momento dell’esordio) mi hanno lasciato stordita. La prosa alterna descrizioni crude, - eccessive per il mio palato!- a momenti di lirismo senza affettazione.
Il romanzo di Viola Di Grado, catanese giovanissima, non ha un sapore provinciale, a differenza di molta narrativa italiana. Ci porta in uno spazio lontano, multiculturale, distorto. Ciononostante non si percepisce apertura, ariosità, dinamismo, ma solo un forte senso di chiusura, di solitudine, di soffocamento, di ripetizione. 
Non è un romanzo che ha reso più felice la mia vita, diciamolo. E non so se lo rileggerei adesso, tuttavia non ho esitato a prestarlo agli amici che lo hanno apprezzato molto per la capacità di fotografare la colata a picco di un'esistenza, senza troppi giri di parole.
Alla luce di questo, lo consiglio anche a voi. 
Aspetto i vostri commenti: perplessità, apprezzamenti, idiosincrasie. Potrebbero essercene in quantità.

Zoom

Non amo le biografie e non scriverò nulla della vita dell’autrice, benché di illustri natali. Voglio però lasciarvi osservare una sua fotografia (reperita in Rete fra tante, altrettanto belle) al tempo della pubblicazione del romanzo d’esordio. È proprio come immagino Camelia, una bambina dagli occhi tristi pregna di tutta la malinconia del mondo, bizzarra più che dark, saltata fuori da un vecchio dagherrotipo a cui si è cercato, maldestramente, di aggiungere colore. Che ne pensate?
Nel 2013 Viola Di Grado ha scritto un nuovo romanzo “Cuore cavo”,  il punto di vista di una suicida di fronte al suo corpo che lentamente si disfa. Mi incuriosisce, nonostante tutto. Sebbene prometta...  nuovi tuffi nel dolore, nel male di vivere, in un espressionismo spudorato.

martedì 2 settembre 2014

MODU MODU, libri in cammino

Nell'archiviare definitivamente le vacanze al mare, voglio parlarvi di una scoperta: i libri di MODU MODU, una casa editrice "itinerante", che nasce con l'intento di diffondere in Italia la narrativa, la poesia, le favole, la gastronomia, la cultura africana nel suo complesso, generalmente note solo agli specialisti. 
Ciò che mi colpisce di Modu Modu è che la vendita delle sue opere non segue i circuiti ufficiali di distribuzione, ma si affida a venditori ambulanti, ben preparati, che portano i volumetti in giro per le strade cittadine o per le spiagge, come fossero ambasciatori della loro cultura. Libri di strada, potremmo dire, o libri di spiaggia. Sento, però, che queste etichette non sono giuste, perché Modu Modu propone piuttosto....libri in cammino!
Vi spiego.
Il libro si stacca dalla staticità degli scaffali, dall'ordine delle biblioteche e delle librerie tradizionali e si mette in viaggio insieme ai suoi venditori, che giornalmente percorrono molta strada e altrettanta ne fanno percorrere al lettore storia dopo storia.  

In Senegal, Modu Modu vuol dire emigrati: "Siamo quelli che lavorano sempre per mantenere chi, laggiù, non ha lavoro. Che non festeggiano più per consentire ai nostri padri di onorare le cerimonie religiose [...], alle nostre mogli di indossare i bei vestiti tradizionali, di farsi belle acconciature, e a tutti di comprare fiumi di riso" dice Pap' [Il venditore di libri, di Papa Ngady Faye e Antonella Colletta pag.5]. 
Alla base della piccola casa editrice, messa su dallo stesso Papa Ngady Faye, senegalese, e da sua moglie Antonella, c'è, dunque, l'idea del viaggio e del cammino, a volte lungo, spesso difficile, sempre ricco di insegnamenti e pregno di quel senso di scoperta senza il quale, gradatamente ma inesorabilmente si muore. 

Libri e viaggio sono un binomio fertile e ricco di risonanze. 
Esistono libri che raccontano di viaggi, libri che invitano al viaggio, libri che sono essi stessi un viaggio.
Il nostro viaggio in Africa è cominciato questa estate, grazie all'incontro con due venditori di libri senegalesi, sulle spiagge di Puglia e Calabria, mentre si cercava di strappare al week end qualche raggio di sole e il meritato riposo. Risultato? Quattro libri di cui non avevamo mai sentito parlare, di cui non conoscevamo recensione si sono imposti alla nostra attenzione portandoci storie solo apparentemente lontane, di fatto capaci di lasciarci un senso di pienezza e soddisfazione, pregne di messaggi positivi. 

Ecco i titoli in mio possesso, che mi sento di consigliare anche ai lettori più timidi (quelli che si lasciano scoraggiare, per esempio, dalle dimensioni di un libro):

  • Amica mia di Mariama Bà, di cui abbiamo già parlato QUI, una lunga lettera che ripercorre la storia di una vita, di un amore, di un abbandono, di un'amicizia più forte di qualunque distanza.
  • Poemi dalla negritudine, una selezione di poesie africane con testo francese originale, accompagnato dalla sua traduzione, e molte pregevoli illustrazioni.
  • Il venditore di libri di Papa Ngady Faye e Antonella Colletta, che scandisce la storia di Pap', l'autore, in "tre giri di té":primo giro, Attaya il té, per raccontare del padre; secondo giro, nana la menta, per raccontare della donna, madre, moglie, figlia; terzo giro, il té più dolciastro, con meno gusto, per raccontare del viaggio lontano dalla propria terra, del nuovo lavoro, della nuova vita. Bellissime le pagine finali su cui si riflette sulla forza dei libri che non muoiono perché rivivono tante volte quante sono le letture e i lettori.
  • My wife, la moglie di tutti di Sis. Lav, una storia vera. Non l'ho ancora letto, ma aspetto con ansia che venga il mio turno: la relativa brevità delle quattro opere permette a questi libri di circolare in fretta e agevolmente fra tutti i membri della mia famiglia, li rende, infatti, assai graditi e appetibili: siamo una vera e propria comunità "domestica" di lettori. E io sono contenta, anche se adesso mi tocca attendere un po'. 

Colori vivaci, caratteri tipografici grandi, storie schiette - talvolta crudeli - non prive però di poesia e delicatezza hanno fatto sì che sotto diversi ombrelloni ci fosse un  po' di Africa. Certo, qualche riga non basta a esaurire la ricchezza di questa cultura, né la complessità e le lacerazioni della sua storia, tuttavia Modu Modu contribuisce a lanciare dei ponti, ad aprire delle brecce, a farci smuovere dalle nostre certezze occidentali, dagli stereotipi e dalle approssimazioni, dalla nostra immobilità compiaciuta. E a catturare nuovi lettori. Anche piccolissimi, grazie alle favole illustrate.
A riconferma della vocazione all'apertura, alla formazione e alla condivisione, ho scoperto che la casa editrice organizza incontri nelle scuole e con alcune associazioni. Per camminare sulla strada dell'autentica inter-cultura. Di quel relativismo che non è camaleontismo, né chiusura.
Per saperne di più, vi allego il link della pagina blog: ModuModu on line